La politica alimentare diventa politica sanitaria

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I benefici a lungo termine del sostegno alle diete sane

Ciò che mangiamo influisce profondamente sulla nostra salute, nel corso di tutta la vita e attraverso le generazioni. L’alimentazione è uno dei fattori determinanti più importanti per il benessere fisico, in quanto incide sul rischio di malattie croniche, sulla crescita e lo sviluppo e sulla qualità della vita nelle nostre comunità. Le Nazioni Unite definiscono il diritto all’alimentazione stabilendo standard chiari e rigorosi. L’Onu tiene conto non solo del fabbisogno alimentare, ma anche della sua adeguatezza nutrizionale e culturale. Considerare il cibo come un diritto significa quindi riconoscerlo innanzitutto come un fondamento della salute pubblica, non semplicemente come una merce o una questione di scelta individuale.

Eppure, in gran parte dell’Europa, questa consapevolezza trova ancora scarsa risonanza nell’azione politica. Mentre l’accesso al cibo sano rimane difficile per segmenti crescenti della popolazione, la politica alimentare continua a essere trattata come una questione secondaria, slegata dalle decisioni in materia di salute, giustizia sociale e ambiente. Al contrario, destinare fondi pubblici a diete sane e all’educazione alimentare non rappresenterebbe un costo aggiuntivo, ma un risparmio a lungo termine: un investimento preventivo che potrebbe ridurre in modo significativo la spesa sanitaria, che attualmente assorbe una quota sostanziale di molti bilanci nazionali europei. Il ritorno sarebbe duplice: liberare risorse pubbliche migliorando al contempo la qualità della vita, il benessere e la coesione sociale.

La tragedia delle spese militari

Il risultato è un divario sempre più ampio tra ciò che la scienza, le comunità e i principi internazionali ci indicano come necessario e le priorità che attualmente determinano i nostri sistemi alimentari. Tra le scelte politiche più dannose perseguite dai governi, ce n’è una particolarmente assurda e crudele: negli ultimi anni, l’Europa e il mondo hanno assistito a un’accelerazione senza precedenti della spesa militare. A livello globale, la spesa militare ha raggiunto il record di 2,9 trilioni di dollari nel 2025, segnando oltre un decennio di crescita continua. L’Europa è stata uno dei principali motori di questa tendenza, con i bilanci della difesa in aumento a doppia cifra in un solo anno e gli Stati membri dell’Ue che hanno speso oltre 380 miliardi di euro per la difesa solo nel 2025. Queste cifre sono in netto contrasto con il persistente sottofinanziamento della sicurezza alimentare, della sanità pubblica e dell’agricoltura sostenibile.

Questo contrasto non è solo simbolico. Secondo le stime delle Nazioni Unite, porre fine alla fame nel mondo richiederebbe circa 90 miliardi di dollari all’anno, meno dell’1% della spesa militare globale.

In altre parole, le risorse necessarie per garantire a tutti l’accesso a un’alimentazione adeguata esistono già. Ciò che manca non sono i soldi, la tecnologia o le conoscenze, ma la volontà politica.

L’insicurezza alimentare non è un fallimento dei consumatori

In tutta Europa, l’insicurezza alimentare continua a colpire milioni di persone, anche in Paesi che figurano tra i maggiori produttori alimentari mondiali. Le diete sane sono sempre meno accessibili per le famiglie a basso reddito, mentre le opzioni più economiche sono spesso alimenti ultra-trasformati con elevati costi ambientali e sociali. Allo stesso tempo, i piccoli agricoltori e i lavoratori del settore alimentare devono fare i conti con prezzi volatili e margini in calo, mentre gli ecosistemi sono spinti al limite dai modelli di produzione intensiva.

Questi risultati sono troppo spesso inquadrati come una questione di responsabilità individuale: scelte sbagliate, mancanza di istruzione o comportamento dei consumatori. Una narrativa fuorviante. L’insicurezza alimentare, le diete malsane e il degrado ambientale non sono fallimenti dei consumatori; sono violazioni strutturali dei diritti delle persone.

Riconoscere il diritto al cibo significa riconoscere gli squilibri di potere insiti negli attuali sistemi alimentari: concentrazione del mercato, pratiche speculative, distribuzione iniqua del valore lungo la catena alimentare e compromessi che favoriscono sistematicamente il profitto a scapito delle persone. Significa anche riconoscere che la fame e la malnutrizione sono strettamente legate ai conflitti e alla militarizzazione. La guerra distrugge i sistemi alimentari, interrompe le forniture, fa lievitare i prezzi e distoglie le risorse pubbliche dall’assistenza, dalla prevenzione e dalla resilienza.

Un’alimentazione scorretta è strettamente correlata alle malattie croniche

L’impatto degli attuali sistemi alimentari sulla salute umana e su quella del pianeta è sempre più documentato. In Europa, le malattie legate all’alimentazione figurano tra le principali cause di malattie prevenibili e di morte prematura. Un rapporto congiunto della Commissione europea e dell’Ocse stima che

le malattie croniche quali le patologie cardiovascolari, il diabete e alcuni tipi di cancro – molti delle quali strettamente legate a un’alimentazione scorretta – costino alle economie dell’Ue oltre 115 miliardi di euro all’anno, pari a circa lo 0,8% del Pil dell’Unione, in termini di spesa sanitaria e perdita di produttività. Questi costi non sono distribuiti in modo uniforme: colpiscono più duramente proprio dove l’accesso a cibo sano e fresco è più limitato.

L’impatto ambientale è altrettanto impressionante. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente e il Centro comune di ricerca dell’Ue, circa il 60% dei suoli europei è attualmente considerato malsano, a causa di pratiche agricole intensive, uso eccessivo di input chimici, erosione e perdita di materia organica.

Si stima che il solo degrado del suolo generi perdite economiche di oltre 50 miliardi di euro all’anno nell’Ue, minando al contempo la produzione alimentare a lungo termine, la biodiversità e la resilienza climatica.

Queste tendenze sono profondamente interconnesse. Gli stessi modelli alimentari industriali che esternalizzano il danno ambientale alimentano anche l’aumento dei costi della sanità pubblica e ampliano le disuguaglianze sociali. Al contrario, i dati provenienti da tutta Europa dimostrano che i sistemi alimentari agroecologici e diversificati possono migliorare la qualità della dieta, ripristinando al contempo i suoli, proteggendo le risorse idriche, riducendo le emissioni e rafforzando la resilienza agli shock climatici.

© Unsplash – Marios Gkortsilas

Riconoscere il diritto all’alimentazione significa quindi abbracciare un approccio One Health, fondato tanto sulle prove scientifiche quanto sui valori. Investire in cibo buono, pulito ed equo non è solo una questione di etica o cultura, ma è anche un’azione di prevenzione sanitaria e di protezione ambientale. Reindirizzare le risorse pubbliche verso sistemi alimentari sostenibili ridurrebbe la spesa futura per le malattie, il ripristino del suolo e la risposta alle crisi, migliorando al contempo il benessere sia delle persone che del pianeta da cui dipendiamo.

Riaffermare il controllo democratico sui sistemi alimentari

Affinché il diritto all’alimentazione passi dalle dichiarazioni alla realtà concreta, i cittadini devono poter influenzare le politiche che regolano i sistemi alimentari. Questa è la richiesta fondamentale dell’Iniziativa dei cittadini europei “Il cibo è un diritto umano per tutti“. Tre settori politici sono particolarmente determinanti:

  • Appalti pubblici
    Il denaro pubblico dovrebbe essere utilizzato per servire il bene comune. La revisione delle direttive sugli appalti pubblici per dare priorità al cibo locale, stagionale, biologico e prodotto in modo equo migliorerebbe l’alimentazione, sosterrebbe l’agricoltura sostenibile e darebbe un potente esempio attraverso scuole, ospedali e mense pubbliche.
  • Pac e Ocm
    La Politica Agricola Comune e l’Organizzazione Comune dei Mercati continuano a premiare la scala, il volume e i modelli industriali. Un approccio basato sul Diritto al Cibo richiede di reindirizzare il sostegno verso gli agricoltori di piccola e media scala, l’agroecologia, la biodiversità e i prezzi equi, riconoscendo gli agricoltori come fornitori di beni pubblici, non solo di materie prime.
  • Ogm e Nuove tecniche genomiche
    L’innovazione non deve andare a discapito della trasparenza e della scelta democratica. Un’etichettatura chiara e obbligatoria degli Ogm e delle Ngt è essenziale per proteggere l’autonomia degli agricoltori e difendere il diritto delle persone a sapere cosa mangiano e come viene prodotto.

Immaginare un’Europa diversa

Il divario tra il diritto al cibo come principio e la realtà alimentare sul campo non è inevitabile. È il risultato di scelte, e le scelte possono essere modificate. L’Europa può continuare a investire risorse nella militarizzazione, accettando la fame, le malattie legate all’alimentazione e il collasso ambientale come danni collaterali. Oppure può scegliere una strada diversa: una strada che consideri il cibo un bene comune, che investa nella pace attraverso l’alimentazione e che metta le persone – non il profitto – al centro dei sistemi alimentari. Il diritto al cibo non è né radicale né utopico. È un obbligo giuridico, un imperativo morale e una tabella di marcia concreta.

di Paola Nano

Firmando l’Iniziativa dei cittadini europei
Il cibo è un diritto umano per tutti
potete chiedere alle istituzioni europee di garantirvi il diritto di partecipare ai processi decisionali e di contribuire a costruire sistemi alimentari che rispecchino realmente i valori che l’Europa sostiene.

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