di Pasquale Daniele
Il 30 maggio di ogni anno è una ferita che si riapre. Ogni volta che il calendario segna questa data, la storia torna a bussare alla porta per chiedere conto di ciò che abbiamo dimenticato. Non è solo il giorno in cui, nel 1924, Giacomo Matteotti entra alla Camera portando con sé quel fascio di carte che pesano più della sua stessa vita. È anche il giorno in cui, tre anni prima, nel 1921, Giuseppe Di Vagno parlava a Conversano davanti a una folla di contadini che lo guardavano come un fratello maggiore. Due 30 maggio, due Italie, due uomini che non si sono scelti, ma che sono finiti a camminare sullo stesso sentiero, come se la storia avesse avuto bisogno di entrambi per scrivere la stessa sentenza. A Conversano, la primavera del 1921 non fu un risveglio, ma un assedio. Già da febbraio la violenza fascista aveva iniziato a prendersi le piazze, lasciando dietro di sé una scia di lutti e sangue nelle campagne e nei centri del barese, tasselli di un piano studiato per azzerare ogni libertà in difesa soprattutto dei diritti feudali dei latifondisti. Quel 30 maggio la piazza aveva l’odore della pietra assolata e del riverbero che le chianche riflettono sotto il sole. Le case bianche trattenevano il calore, l’aria vibrava di un’attesa che non era solo politica, era fisica. Di Vagno salì su quel palco di fortuna senza fretta. Aveva la calma di chi non nasconde nulla, neanche la rabbia per il fiato sul collo che sentiva per le continue minacce fasciste, ovunque andasse. Non c’era bisogno di urlare per farsi capire: la sua era una voce che spiegava le ingiustizie una per una, senza fronzoli, perché voleva che restassero impresse. Non c’era bisogno di chiedere ai poveri contadini il perché avessero tributato a lui solo 73 voti alle elezioni politiche. Sapeva che quel clima di intimidazioni e violenze era stato costruito per frenare la sua corsa. Sapeva cosa rischiava, ma non disertò l’appuntamento col suo popolo. La piazza tuonò al ritmo del suo cuore e della sua emozione. I contadini lo ascoltavano con una fiducia viscerale. E mentre parlava, dietro le case, la violenza, quella stessa violenza già rodata dai morti dei mesi precedenti, attendeva il momento buono. Quando il comizio finì, la piazza si spaccò. Una squadra fascista, arrivata da fuori, aprì il fuoco. L’obiettivo era chiaro: uccidere Di Vagno. Lui si salvò per miracolo, protetto dalla folla che non lo abbandonò, mentre la piazza diventava un campo di battaglia. Da quel giorno, in Puglia, chi usava le parole per denunciare divenne un bersaglio da eliminare. Tre anni dopo, il 30 maggio, a Roma, Matteotti camminava verso Montecitorio con il passo fermo di chi ha già deciso. A Roma l’aria era immobile. Non cercava l’effetto scenico, non voleva fare il tribuno. Aveva in mano numeri, prove, la cruda verità. Quando parlò, l’aula si gelò. La sua voce era ferma, quasi tagliente, senza sbavature di rabbia. Quando ebbe finito, sapeva di aver varcato il confine. Disse ai suoi compagni, con una semplicità che fa più male di mille grida: «Io il mio discorso l’ho fatto. Ora preparate l’orazione funebre per me». Non era teatro. Era la constatazione lucida di un uomo che aveva guardato in faccia il proprio destino senza voltarsi. In mezzo a quei due 30 maggio, la storia correva come un fiume in piena. Di Vagno, eletto deputato, continuava a girare le piazze, a difendere i braccianti in tribunale, a scrivere su Puglia Rossa. Sapeva di rischiare la pelle ogni giorno, ma non cambiò rotta. Il 25 settembre, a Mola di Bari, lo presero alle spalle mentre tornava da un comizio. Morì il giorno dopo. Fu il primo parlamentare italiano ucciso dal fascismo. Matteotti sarebbe stato il secondo. Due uomini diversi, due vite diverse, ma la stessa schiena dritta. C’è un momento, quasi un’immagine rubata, che li unisce più di cento discorsi. Nel Transatlantico di Montecitorio, un gruppo di deputati fascisti circondò Matteotti per intimidirlo. La scena era tesa, surreale. Di Vagno, uomo imponente, si fece largo. Non alzò la voce, non rispose alla violenza con altra violenza. Afferrò uno degli aggressori e, con un gesto quasi paterno, lo sollevò e lo depose su un divano, come si fa con un ragazzino che ha perso la testa. Un gesto che diceva tutto: la forza che non scade mai nella brutalità, la protezione che non ha bisogno di strillare. Lì, in quel momento, la resistenza delle piazze del Sud e quella delle aule del Nord divennero una cosa sola. Il parallelismo non è un’invenzione. È una linea retta che taglia l’Italia. La Puglia fu il laboratorio della ferocia, dove il fascismo imparò a colpire chi difendeva gli ultimi. Roma fu il palcoscenico nazionale, dove quella stessa logica si mostrò per quello che era. Oggi non conta solo ricordare gli omicidi. Conta la postura. Il gigante buono Di Vagno e l’esile Matteotti: due corpi distanti, la stessa dignità. A Di Vagno, nel settembre di tre anni prima, fu impedito di essere un forte alleato del povero Matteotti. Fu il suo coraggio, la voglia di non mollare, … la Resistenza, già in atto in Puglia ad impedirlo. Ma, uomini come lui e come Giacomo, o come tanti anni dopo lo sono stati Falcone e Borsellino contro la Mafia, non erano abituati a piegare il capo. Oggi, 30 maggio, la loro storia non è un rito da calendario. È una domanda scomoda. In un tempo in cui la violenza non ha più bisogno di squadre in camicia nera, ma viaggia sui binari della menzogna, del silenzio e della delegittimazione, che significa ancora usare la parola come strumento di verità? Di Vagno e Matteotti non morirono per un’idea astratta. Pagarono con la vita la convinzione che la libertà di un contadino o la dignità di un deputato valessero più di qualsiasi milizia. Conversano e Roma, la piazza e l’aula: due luoghi, una sola scelta. Non voltarsi dall’altra parte. Non tacere quando sarebbe più comodo. Per questo, ogni 30 maggio è un promemoria. Una voce che torna, testarda, a chiederci se siamo ancora capaci di pagare, anche solo un poco, il prezzo della verità. La loro Resistenza non è finita: è solo passata di mano.