di Enzo Maraio
Le ultime dichiarazioni del ministro Roberto Calderoli confermano che il Governo continua a inseguire una riforma che rischia di essere più divisiva che utile. L’autonomia differenziata viene presentata come una grande occasione di modernizzazione istituzionale, ma nella realtà, e finiremo mai di dirlo, può trasformarsi in un fattore di ulteriore frammentazione del Paese. L’Italia ha bisogno di rafforzare la propria unità economica e sociale, non di moltiplicare le differenze tra territori. Il rischio concreto è quello di ampliare le disuguaglianze esistenti, creando condizioni diverse nell’accesso ai diritti fondamentali e alle opportunità di sviluppo. Quando diciamo che questa riforma penalizza le imprese, non lo facciamo per una posizione ideologica. Lo abbiamo ripetuto in più occasioni ed evidentemente basta mai. Le imprese hanno bisogno di regole omogenee, infrastrutture efficienti e servizi pubblici di qualità su tutto il territorio nazionale. Un sistema nel quale alcune regioni dispongono di maggiori risorse e competenze rispetto ad altre rischia di creare condizioni competitive differenti, aumentando il divario tra aree forti e aree più fragili del Paese. Questo significa meno attrattività per gli investimenti e maggiori difficoltà per chi opera nei territori già in ritardo di sviluppo. Allo stesso modo, l’autonomia differenziata rischia di penalizzare i cittadini. Sanità, welfare, trasporti e istruzione rappresentano diritti che dovrebbero essere garantiti in modo uniforme. Se la qualità e la quantità dei servizi dipendono sempre di più dalla ricchezza della regione in cui si vive, il principio di uguaglianza sancito dalla Costituzione viene inevitabilmente indebolito. Si finirebbe per avere cittadini di serie A e cittadini di serie B. Per questo appare sempre più evidente che la spinta della Lega sull’autonomia differenziata risponde soprattutto a esigenze politiche interne. Non è la principale emergenza del Paese, non è la priorità delle famiglie, delle imprese o dei lavoratori. È piuttosto una bandiera identitaria che il partito continua a sventolare per consolidare il proprio consenso. In questo quadro pesa anche la crescente competizione interna al campo del centrodestra. L’ascesa mediatica e politica di Roberto Vannacci sta intercettando una parte dell’elettorato tradizionalmente vicino alla Lega. La reazione del partito sembra essere quella di rilanciare i propri temi storici per recuperare centralità e arginare l’erosione del consenso. Ma una riforma costituzionale non può diventare lo strumento per regolare equilibri politici o competizioni elettorali interne. L’Italia avrebbe bisogno di altro: investimenti, politiche industriali, infrastrutture moderne, riduzione dei divari territoriali, una sanità più forte e servizi pubblici più efficienti. Servono scelte che uniscano il Paese e ne rafforzino la competitività, non interventi che rischiano di accentuare le differenze e alimentare nuove forme di disuguaglianza. L’autonomia differenziata continua a essere presentata come una soluzione. Il rischio, invece, è che finisca per diventare un problema in più per un’Italia che ha bisogno di maggiore coesione, non di nuove divisioni.