Il domani è già qui: presente e futuro tra AI, lavoro ed economia - Partito Socialista Italiano

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di Mattia Carramusa, vicesegretario nazionale FGS

Sulla AI, i più dicono che è una cosa da nerd, e quasi ne hanno paura. Soprattutto ne ignorano potenzialità e implicazioni. Il segretario FGS Niccolò Musmeci è stato il primo a portare nel dibattito politico italiano il problema su AI e capitalismo della sorveglianza. Tema politico cardine per i prossimi decenni. Se n’è parlato nei raduni FGS del 2019 e 2022, al congresso FGS 2023, ancora con Bobo Craxi durante la scuola di formazione dei Giovani Socialisti a Brindisi, organizzata da Gabriele Zammillo alla presenza di Rai e Radio Radicale. Tanti hanno ignorato i barriti di Surus. Ma non era lontano: questo moderno Annibale è già all’orizzonte sul suo elefante! A dimostrarcelo il mercato del lavoro. Ad oggi, a subire l’impatto del processo di digitalizzazione sono profili lavorativi con elevate qualificazioni. Tutti coinvolti nell’impiego massivo dell’Intelligenza Artificiale. Guardando ai dati italiani, la platea di lavoratori coinvolti ad oggi è di circa 4 milioni, su una platea effettiva di circa 6.5 milioni. Ciò oltre ad aver spostato da qualche anno l’attenzione del mercato del lavoro europeo e mondiale, ma ancora non in Italia, verso professionisti STEM. Ma se ci si illude che questo riguardi solo lavori ad elevata qualificazione ci si sbaglia di grosso. In Ue e nel G7 è realtà una fase di reskilling, cioè di transizione e riqualificazione dei lavoratori tramite formazione verso un nuovo modo di svolgere lo stesso lavoro. Questo coinvolge anche aziende agroalimentari, zootecniche, metalmeccaniche e manifatturiere. E in Italia? Solo le multinazionali italiane hanno iniziato la fase di reskilling dei loro lavoratori. Le grandi imprese stanno ancora aspettando di poter accedere alla AI e che il governo le sostenga con un grande piano di riqualificazione professionale. Le piccole e medie imprese italiane, a differenza delle europee, non pervenute. Tutto questo, solo in Italia, impatterà entro il 2030 su 5 milioni di lavoratori, entro il 2035 su una platea di 13 milioni di lavoratori qualificati. Sulla bassa qualificazione avremo “meno” problemi, ma saranno comunque presenti. In Italia il problema attualmente non impatta su questi lavoratori, ma entro il 2035 se ne sentiranno gli effetti: cancellerà circa 7 milioni di posti di lavoro. Entro il 2035 avremo tra i 25 e i 26 milioni di lavoratori italiani da riqualificare oppure senza un lavoro. L’impatto dell’Intelligenza Artificiale avrà effetti mastodontici. E l’Italia ha messo la testa sotto la sabbia! Tra tutti i Paesi europei e occidentali, l’Italia ha prodotto finora poche regole molto confuse e ha lasciato che si diffondesse una paura luddista. Con le grandi imprese italiane che hanno difficoltà ad accedere alla AI, e con le PMI italiane che la ignorano. Salve le multinazionali, le aziende in Italia non accedono ancora alla AI per ignoranza, costi, diffidenza, mancanza di una educazione tecnologica. In Europa alcune aziende stanno provando a realizzare AI. In Italia l’unica azienda che ci sta lavorando ha spostato le sedi operative in India perché, rispetto a quando ha iniziato, le condizioni per ricerca e sviluppo tecnologici in Italia sono peggiorate. A ulteriore conferma anche il taglio sugli hub di ricerca, su sviluppo AI e quantum computing, da parte della IBM in Italia. Con le restrizioni a tecnologia e ricerca tecnologica, il governo spinge capitali, risorse umane, brevetti industriali, ricerca, posti di lavoro fuori dall’Italia. Non ci stiamo preparando alla modernità. Non stiamo programmando una strategia per evitare shock sociali che ci trascineremo per decenni. Serve operare subito. Va fatto innanzitutto investendo sulla ricerca e sullo sviluppo di una AI italiana o quantomeno comunitaria, per evitare di lasciare il duopolio tecnologico agli Usa e alla sfera cinese. In questa rivoluzione industriale è fondamentale avere un brevetto e un sistema italiano o europeo che genera Pil, che è accessibile alle aziende. Garantendo all’Italia e all’Ue di gestire i metadati, personali e aziendali, senza abbandonarli all’attuale duopolio della gig-economy che li usa per fini commerciali. Serve investire nella formazione professionale e scolastica in modo serio, con una educazione tecnologica che consenta di avere strumenti cognitivi utili a destreggiarsi e padroneggiare le nuove tecnologie, non alimentando paure. Un rischio che poi si deve mitigare con politiche serie è la riduzione salariale. L’impiego della AI e la sua implementazione consentiranno di ridurre entro il 2035 il carico di lavoro in capo ai lavoratori, dipendenti autonomi o parasubordinati. Una riduzione di ore lavorate necessarie per arrivare al medesimo risultato dovrà tradursi in una riduzione del monte ore lavorativo. Ma assolutamente non nella contrazione dei salari. Salari che, invece, sono da innalzare. Già nel 2022 il salario reale era il 10% più basso rispetto al 1992. Aggiungiamo che l’inflazione degli ultimi quattro anni sfiora il 30%. I salari dovranno aumentare anche a costo di una riduzione delle ore lavorate per un semplice motivo: l’impiego della AI, che dovrà essere fortemente regolamentato, aumenterà la redditività oraria per le produzioni aziendali. Questo non dovrà che tradursi in un miglioramento delle condizioni lavorative e salariali dei lavoratori di questo Paese. Non è fantascienza. Sono pochi anni. Troppo pochi per non intervenire con estrema urgenza. Già siamo in ritardo rispetto al mondo e rispetto all’Ue. Il domani è già qui. E se non ci svegliamo oggi, domani sarà già troppo tardi.

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