Israele, nasce il nuovo centrosinistra. I Democratici lanciano la sfida a Netanyahu - Partito Socialista Italiano

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di Andrea Follini

Con la ratifica della fusione tra il Partito Laburista e Meretz da parte della conferenza nazionale del partito, il campo progressista israeliano compie un passo che molti osservatori definiscono storico. Dopo anni di frammentazione, rivalità interne e progressivo arretramento elettorale, le due principali forze della sinistra israeliana si presentano ora unite sotto un unico simbolo: I Democratici. L’accordo, promosso dal leader Yair Golan, ex vice capo di stato maggiore delle Forze di difesa israeliane e figura emergente dell’opposizione, è stato approvato dai delegati riuniti a Tel Aviv. La nuova formazione si propone come una casa politica comune per l’elettorato liberale e democratico, con l’ambizione dichiarata di diventare il perno di una futura coalizione alternativa all’attuale governo guidato da Benjamin Netanyahu. La fusione non viene presentata come una semplice alleanza elettorale, ma come la nascita di un soggetto politico unitario destinato a superare definitivamente le vecchie appartenenze. La scelta arriva dopo anni difficili per la sinistra israeliana. Alle elezioni del 2022 Meretz non riuscì a superare la soglia di sbarramento, mentre i Laburisti ottennero il peggior risultato della loro storia. Un trauma politico che, secondo molti dirigenti, ha reso inevitabile il processo di unificazione. L’obiettivo è evitare la dispersione dei voti e ricostruire un’alternativa credibile in un panorama dominato dalla destra e dai partiti centristi. A delineare il profilo politico della nuova formazione è stato lo stesso Golan durante la convention. In un discorso appassionato, che ha ridato vigore all’opposizione, Golan ha dichiarato: “Vi dico qui e ora: insieme, salveremo lo Stato di Israele”. Il riferimento salvifico è alla politica dell’attuale governo che ha portato il mondo progressista internazionale a non vedere più in Israele quella democrazia liberale unica in un Medio Oriente travagliato. Nel suo intervento Golan ha definito le prossime elezioni “le più importanti dalla fondazione dello Stato” ed ha invitato il campo liberale a trasformarsi nella “spina dorsale ideologica e morale” del prossimo governo. Golan ha tracciato una piattaforma che combina temi tradizionali della sinistra israeliana con una forte attenzione alle questioni della sicurezza nazionale. Da un lato ha promesso una lotta senza compromessi contro ogni forma di terrorismo, sia palestinese sia ebraico, e contro la violenza dei gruppi estremisti attivi nei Territori; dall’altro ha criticato duramente la strategia della semplice “gestione del conflitto” con i palestinesi, sostenendo la necessità di rilanciare iniziative diplomatiche coraggiose come condizione indispensabile per garantire una sicurezza duratura. Accanto alla dimensione politico-diplomatica, il programma mette al centro profonde riforme istituzionali. Tra le proposte figurano una legge sulla leva obbligatoria uguale per tutti i cittadini, la modifica della Legge sullo Stato-Nazione per rafforzare il principio di uguaglianza, la tutela dell’indipendenza della magistratura e delle istituzioni di garanzia, nonché l’introduzione del matrimonio civile e la fine del monopolio del Rabbinato in materia di conversioni e certificazioni religiose. Modifiche importanti, che possono portare finalmente Israele ad uscire da quel buio tunnel nel quale il governo Netanyahu lo aveva confinato. Golan ha annunciato l’intenzione di interrompere i finanziamenti alle scuole ultraortodosse che non insegnano le materie fondamentali, come matematica e inglese, e di investire invece in un sistema educativo capace di preparare i giovani alle sfide economiche e tecnologiche del futuro. Parallelamente, ha proposto di rafforzare l’educazione civica e democratica in tutte le scuole del Paese. Sul piano economico e sociale, il leader dei Democratici ha promesso maggiori investimenti in sanità, welfare e istruzione, indicando la necessità di redistribuire risorse oggi destinate agli insediamenti e ad altri progetti legati all’espansione nei Territori. Le nuove priorità dovrebbero concentrarsi sul rilancio del Negev, della Galilea e delle aree colpite dalla guerra, con l’obiettivo di trasformarle in motori di crescita e sviluppo. Uno dei passaggi più significativi del discorso ha riguardato il tema delle alleanze. Golan ha sostenuto apertamente la necessità di una collaborazione tra forze ebraiche e arabe all’interno di una futura coalizione di governo, definendola essenziale per la ricostruzione nazionale: un cambio di passo davvero epocale rispetto all’attualità israeliana, un segnale di volontà di riprendere un ruolo di mediazione che sembrava essersi disperso. Il leader dei Democratici ha escluso qualsiasi partecipazione a un esecutivo che includa esponenti dell’attuale maggioranza, accusata di aver fallito nella tutela della sicurezza nazionale e di aver promosso politiche divisive culminate nella controversa riforma della giustizia. La nascita dei Democratici rappresenta dunque molto più di una semplice operazione organizzativa. Per i suoi promotori è il tentativo di rilanciare una tradizione politica che ha segnato la storia dello Stato di Israele e che negli ultimi vent’anni ha visto progressivamente ridursi il proprio peso elettorale. Resta da capire se l’unità ritrovata riuscirà a tradursi in consenso e a riportare il centrosinistra al centro della scena politica israeliana. In molti facciamo il tifo perché ciò accada.

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