Liste d’attesa: "Il sistema pubblico si valuta anche su chi resta indietro” - SPI CGIL Veneto

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Il commento di Adriano Filice, segretario generale dello Spi Cgil Verona

I dati pubblicati sulle liste d’attesa dell’ULSS 9 Scaligera mostrano certamente l’impegno straordinario del personale sanitario e una situazione che, per molte prestazioni, appare migliore rispetto a quella percepita dai cittadini. È giusto riconoscere il lavoro di medici, infermieri, tecnici e operatori che ogni giorno garantiscono il funzionamento della sanità pubblica nonostante anni di carenze di personale e sottofinanziamento.


Tuttavia sarebbe un errore fermarsi alle percentuali medie di rispetto dei tempi di attesa. Dietro ai numeri esiste una realtà che migliaia di cittadini conoscono bene: quella delle prenotazioni in “galleggiamento”, delle agende chiuse, delle richieste senza una data certa e delle persone che, dopo mesi di attesa o di continui rinvii, finiscono per rinunciare alle cure oppure si rivolgono al privato pagando di tasca propria.


È proprio questo il punto più preoccupante. Le liste d’attesa non si misurano soltanto contando le prestazioni effettuate, ma anche osservando quante persone rimangono sospese senza una risposta e quante rinunciano a curarsi perché non riescono ad ottenere visite ed esami nei tempi necessari.


È un dato di fatto che i finanziamenti stanziati negli ultimi anni siano stati focalizzati sull’abbattimento delle liste d’attesa per quanto riguarda le prime visite; tuttavia, questi interventi, che non hanno portato ad un potenziamento degli organici, non risolvono il problema strutturale della presa in carico complessiva e della continuità dell’assistenza, che non sono ancora un dato acquisito per la stragrande maggioranza della popolazione.


Questo limite diventa drammatico se si analizza la struttura demografica
della provincia di Verona, dove su circa 228.000 residenti ultra 65enni la cronicità colpisce la metà degli anziani (circa 114.000 persone), la non autosufficienza interessa tra i 45.000 e i 60.000 cittadini a seconda del criterio di stima (il 20-25% degli over 65) e investe addirittura il 40% degli over 80.


A questo dovrebbero servire le Case della Comunità, la cui dotazione di personale, che ad oggi non è ancora assicurata, prevede, oltre ai medici di base, anche specialisti, infermieri e OSS, garantendo quella prossimità e quella continuità assistenziale oggi assenti.


Chi vive con una pensione minima o poco più non può sostenere facilmente il costo di visite specialistiche, esami diagnostici o accertamenti nel settore privato. Di fronte a tempi troppo lunghi molti rinviano, rinunciano o affrontano sacrifici economici pesanti per tutelare la propria salute.


Particolarmente preoccupanti sono le criticità evidenziate in settori come gastroenterologia e ortopedia, che incidono direttamente sulla qualità della vita e sull’autonomia delle persone anziane. Ritardare una diagnosi o un percorso terapeutico significa spesso aggravare condizioni che potrebbero essere affrontate in modo più efficace e meno costoso per il sistema sanitario.


Lo SPI CGIL Verona ribadisce che il problema non è l’impegno degli operatori, ma l’insufficienza delle risorse messe a disposizione della sanità pubblica. In una provincia che invecchia rapidamente, con un numero crescente di persone affette da patologie croniche e condizioni di non autosufficienza, servono investimenti strutturali, nuove assunzioni, il rafforzamento della medicina territoriale e Case della Comunità pienamente operative.


La sanità pubblica deve essere valutata non solo per chi riesce ad accedere alle prestazioni, ma anche per chi resta indietro
. Per questo chiediamo trasparenza sui dati relativi alle prenotazioni in galleggiamento, alle richieste non evase e alle rinunce alle cure.


La salute è un diritto costituzionale. Nessun cittadino, a cominciare dai pensionati, deve essere costretto a scegliere tra curarsi e arrivare alla fine del mese.

Adriano Filice, Segretario Generale Spi Cgil Verona

Immagine di DC Studio per magnific.com

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