Crisi idrica: l'acqua urla, ci sta chiedendo di cambiare

Compatibilité
Sauvegarder(0)
partager

L’acqua sembra non fare rumore, ci parla in silenzio. Lo fa quando un fiume diventa un rigagnolo, quando un lago scende sotto i livelli di sicurezza, quando la terra si apre in crepe profonde, i microrganismi stentano a sopravvivere e gli alberi smettono lentamente di respirare. Lo fa quando il mare risale il corso del Po per decine di chilometri, come in questi giorni, trasformando il più grande fiume italiano in un estuario salato e ricordandoci che perfino ciò che sembrava immutabile può cambiare.

Forse è proprio questo il problema. Siamo stati educati a considerare l’acqua una presenza scontata. Apriamo un rubinetto e arriva. Irrighiamo un campo e immaginiamo che ce ne sarà sempre altra. Non ci curiamo ancora oggi di modelli irrigui che sprecano grandi quantità di acqua.

Abbiamo costruito un’intera idea di sviluppo sulla convinzione che l’acqua fosse una risorsa inesauribile, quasi un diritto della natura nei confronti dell’uomo. E intorno a questa idea abbiamo creato le monocolture, le enormi distese in cui chi coltiva ha smesso di mediare il rapporto tra cibo e ambiente ma resta a guardare il corso degli eventi.

Forse è proprio da questo che dobbiamo ripartire. Riprenderci definitivamente quel ruolo e smettere di essere meri spettatori del declino.

Il tempo dell’acqua è cambiato, ma il nostro modo di ragionare no

L’acqua è un bene rinnovabile soltanto se il suo ciclo continua a funzionare. Oggi quel ciclo è entrato in crisi. Le piogge arrivano quando non servono, spesso con una violenza che il suolo non riesce più ad assorbire. L’acqua scorre sulla terra veloce verso il mare invece di infiltrarsi, alimentare le falde, riempire gli invasi e sostenere la vita dei territori. Al contrario, porta via una parte fertile del suolo con l’erosione superficiale.

La crisi climatica non ci sta dicendo soltanto che piove meno. Ci sta dicendo che il tempo dell’acqua è cambiato. E noi continuiamo a ragionare con il calendario del secolo scorso. Ogni estate torniamo a parlare di emergenza idrica come se fosse una sorpresa.

Ogni anno si invocano nuovi finanziamenti, nuove opere, nuovi impianti irrigui. Tutto necessario, certo. Ma raramente ci poniamo la domanda più importante: ha senso continuare a costruire un’agricoltura che ha bisogno di sempre più acqua proprio mentre l’acqua diventa sempre più scarsa?

Coltivazione del pomodoro siccagno di Villalba, Presidio Slow Food

Per rispondere alla crisi idrica serve un’altra idea di agricoltura e di territorio

Negli ultimi decenni abbiamo selezionato varietà capaci di produrre molto, purché ricevano grandi quantità di fertilizzanti e acqua. Abbiamo spinto sistemi agricoli che chiedono ai territori di adattarsi alle colture, invece di scegliere le colture biologicamente capaci di vivere nei territori. È una differenza enorme. Ed è forse il più grande errore culturale che abbiamo commesso.

Per secoli i contadini non parlavano di resilienza. La praticavano. Conoscevano la vocazione dei suoli, osservavano il clima, custodivano una straordinaria biodiversità di specie e varietà selezionate anno dopo anno proprio per affrontare il caldo, il vento, la scarsità d’acqua. Ogni seme era il risultato di un dialogo lungo generazioni con il paesaggio, quel paesaggio in cui ogni pietra gioca un ruolo strategico. Oggi quella biodiversità non rappresenta un nostalgico ritorno al passato. È una delle chiavi più moderne che abbiamo per costruire il futuro.

La risposta alla crisi idrica non può essere soltanto tecnologica. È innanzitutto ecologica e culturale.

Naturalmente servono infrastrutture. Gli invasi esistenti devono essere recuperati, liberati dai sedimenti che negli anni ne hanno ridotto la capacità di accumulo. Serve una rete diffusa di piccoli bacini che raccolgano l’acqua dell’inverno per renderla disponibile durante l’estate. Ma queste opere avranno senso solo se saranno accompagnate da una diversa idea di agricoltura e di territorio.

Possiamo scegliere quale futuro costruire

L’agroecologia ci insegna che la prima riserva d’acqua è il suolo. Un terreno vivo, ricco di sostanza organica, trattiene l’umidità, rallenta il deflusso, alimenta la biodiversità e rende le colture meno vulnerabili. Ci insegna che la diversità è una forma di sicurezza e che rispettare la vocazionalità ambientale significa produrre meglio consumando meno risorse. Non si tratta di tornare indietro. Si tratta di andare avanti con più intelligenza. Per troppo tempo abbiamo pensato che il progresso consistesse nel dominare la natura. Oggi scopriamo che il vero progresso consiste nell’imparare a collaborare con essa.

L’acqua ci sta offrendo una lezione severa ma preziosa. Ci ricorda che ogni territorio ha un limite, che ogni paesaggio possiede una propria capacità di sostenere la vita, che nessuna tecnologia può sostituire l’equilibrio degli ecosistemi.

Possiamo continuare a rincorrere l’emergenza, spendendo ogni anno risorse sempre maggiori per correggere gli effetti di un modello ormai insostenibile. Possiamo lavarci la coscienza rendendo sempre più consistente il fondo europeo per le grandi calamità, come la siccità. Oppure possiamo riconoscere che la crisi dell’acqua non è soltanto una questione idrologica. È una questione culturale e possiamo scegliere. Riguarda il modo in cui immaginiamo il futuro del nostro Paese.

Perché la vera scarsità che oggi dobbiamo affrontare non è quella dell’acqua. È quella della nostra capacità di cambiare prima che sia troppo tardi.

Francesco Sottile, vicepresidente di Slow Food Italia
da Repubblica Green&Blu dell’11 agosto 2026

Coordonnées
Press Slow Food