Le implicazioni politiche del price cap di Eni e IP

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Da lunedì 28 settembre Eni applica un tetto ai prezzi alla pompa sulla rete Enilive (circa 4.000 punti vendita): 1,99 euro al litro per la benzina e 2,19 per il gasolio, per trenta giorni, con possibile proroga fino a fine anno. IP (gruppo Socar), con circa 4.500 impianti, ha annunciato un’analoga limitazione “progressiva”, estensibile alla rete Esso, senza però indicare valori.

Il contesto da cui muove la decisione di Eni e IP

Complessivamente sarebbe interessato circa il 39% dei 22.000 distributori italiani. La misura di Eni e IP interviene in un contesto di prezzi medi oltre i 2,15 euro per la benzina e 2,37 per il gasolio, con punte superiori a 2,45 in autostrada, alimentati dall’instabilità geopolitica e dal contestuale ridimensionamento dello sconto sull’accisa del gasolio. Dal 6 ottobre è atteso il meccanismo dell’accisa mobile.

Sul piano politico, l’iniziativa è stata presentata dal Governo come un risultato dell’interlocuzione con le compagnie: la Presidente Meloni l’ha definita “un segnale importante di attenzione alle famiglie”, annunciando misure mirate per i redditi bassi; il Ministro Tajani ha rivendicato il ruolo della diplomazia con Baku, sottolineando la natura volontaria dell’intervento; il Ministro Urso ha richiamato il partenariato con l’Azerbaigian.

Le opposizioni contestano l’assenza di una politica fiscale strutturale, rilievo condiviso da associazioni datoriali che segnalano l’esclusione di autotrasporto e distributori indipendenti. I gestori (Figisc) parlano di “posizione dominante” e concorrenza sleale, mentre tassisti e autotrasportatori chiedono un tavolo al Governo.

Crisi USA-Iran: Trump respinge l’offerta di Teheran su Hormuz

La settimana si apre con un nuovo rialzo delle quotazioni energetiche: il Brent ha superato i 107 dollari al barile (+2,89%, a 107,34), il WTI è salito a 94,14 dollari (+1,87%) e il gas sul TTF di Amsterdam a 73,4 euro al megawattora (+1,8%). A sette mesi dall’avvio delle operazioni militari congiunte di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, il 28 febbraio scorso, la crisi resta il principale fattore di instabilità sui mercati delle materie prime.

All’origine del movimento vi è il rifiuto, da parte del Presidente Trump, della proposta iraniana di riaprire lo Stretto di Hormuz e riavviare entro sette giorni i negoziati sul nucleare. Teheran subordinava l’offerta alla cessazione delle operazioni militari statunitensi, alla revoca del blocco navale e delle sanzioni economiche e allo sblocco dei beni congelati. Trump ha confermato di aver respinto l’offerta e, secondo quanto riportato, avrebbe indicato ai collaboratori l’ipotesi di una ripresa degli attacchi dopo le elezioni di midterm di novembre, orizzonte cui la Casa Bianca lega anche l’attesa distensione dei prezzi energetici.

Per il sistema produttivo italiano il quadro conferma due elementi. Il primo è che il canale energetico resta il principale vettore di trasmissione della crisi, con effetti diretti su carburanti, gas e costi industriali. Il secondo è che l’orizzonte della tensione si allunga almeno a fine autunno, il che rende poco incisive misure di contenimento di breve periodo, come il price cap volontario di Eni e IP, se non accompagnate da interventi strutturali sulla fiscalità energetica nel quadro della manovra 2027.

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Gabriele Tolari