Calabria, dove le parole hanno duemila anni di storia

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Non è un difetto. È storia.

A volte basta percorrere poche decine di chilometri in Calabria perché cambino suoni, parole, costruzioni grammaticali e perfino il modo di pronunciare una vocale. Una persona di Cosenza e una di Reggio Calabria possono chiamare le stesse cose in maniera diversa, e non semplicemente perché hanno un “accento” differente. Dietro quelle differenze ci sono secoli di storia.

Per questo dire semplicemente “il dialetto calabrese” è comodo, ma racconta soltanto una parte della realtà. La Calabria è attraversata da confini linguistici e presenta varietà diverse: quelle settentrionali mostrano caratteristiche vicine all’area dei dialetti meridionali, mentre quelle centro-meridionali condividono importanti tratti con l’area definita dai linguisti “meridionale estrema”, alla quale appartengono anche il siciliano e il salentino. Non esiste neppure una linea perfetta tracciabile con il righello: i fenomeni linguistici cambiano gradualmente e le diverse isoglosse non coincidono sempre.

Prima cosa da chiarire: il dialetto non è italiano parlato male

Qui cade un equivoco ancora molto diffuso. I dialetti storici italiani non sono deformazioni dell’italiano standard. Come il toscano che è alla base dell’italiano, derivano principalmente dall’evoluzione locale del latino parlato. In altre parole, per semplificare, italiano e dialetti sono parenti: hanno seguito strade differenti partendo in larga misura dalla stessa grande matrice latina.

E in Calabria quella matrice ha incontrato qualcosa di particolare: una storia mediterranea incredibilmente complessa.

Una regione divisa tra mondi diversi

Dopo la fine dell’Impero romano d’Occidente, la Calabria entrò nell’orbita bizantina. L’avanzata longobarda spezzò però l’unità politica della regione: il Cosentino passò nell’area longobarda legata prima al ducato di Benevento e successivamente al principato di Salerno, mentre altre parti della Calabria rimasero profondamente legate a Bisanzio. All’inizio del X secolo la regione venne nuovamente riunificata sotto il controllo bizantino e attraversò una nuova fase di ellenizzazione, favorita anche dal monachesimo greco.

Quella storia ha lasciato conseguenze che arrivano fino alle parlate moderne. La divisione, tuttavia, non va trasformata nella formula troppo rigida “Nord longobardo, Sud bizantino” come se esistesse un confine immobile: la Calabria linguistica è fatta di zone di transizione e fenomeni che si sovrappongono. Proprio questa complessità la rende interessante.

Il greco: una presenza che attraversa i millenni

Prima ancora di Roma c’era stata naturalmente la Magna Grecia. Sibari, Crotone, Locri e Rhegion furono alcuni dei grandi centri greci dell’Italia meridionale. Secoli più tardi la presenza bizantina riportò e rafforzò profondamente la cultura e la lingua greca, tanto che il greco continuò a essere utilizzato in parti della Calabria medievale.

Qui bisogna però evitare una leggenda affascinante quanto troppo semplice: non possiamo tracciare una linea perfettamente continua dalla lingua parlata nella Magna Grecia alle odierne varietà greche di Calabria. La questione della continuità e del peso dell’elemento bizantino ha alimentato un lungo dibattito tra gli studiosi.

Quello che sappiamo è che l’impronta greca sulla Calabria è enorme e che ancora oggi esistono comunità appartenenti alla minoranza linguistica greca.

Ed è già qualcosa di straordinario: nel XXI secolo, all’estremo Sud della penisola italiana, sopravvive una delle ultime tracce linguistiche di un rapporto con il mondo greco che ha attraversato epoche completamente diverse.

Poi arrivarono i Normanni

Nell’XI secolo lo scenario cambiò ancora. I Normanni conquistarono progressivamente il Mezzogiorno e Roberto il Guiscardo venne riconosciuto duca di Puglia e Calabria nel 1059. Con loro territori che per secoli avevano gravitato verso mondi politici differenti entrarono in una nuova struttura.

La Calabria avrebbe poi condiviso le vicende dei grandi regni meridionali passando attraverso Svevi, Angioini, Aragonesi e successivamente il lungo rapporto con la monarchia spagnola.

Ogni epoca portò contatti, uomini, amministrazioni, commerci e nuovi scambi linguistici. È però più corretto parlare di stratificazione e di contatto fra lingue che immaginare ogni dominazione come qualcuno arrivato con una valigia piena di parole da lasciare sul posto.

E gli Arabi?

Anche qui la storia merita precisione. Dire semplicemente che “gli Arabi dominarono la Calabria” sarebbe sbagliato.

Dopo la conquista islamica della Sicilia, le coste calabresi subirono incursioni e alcune località conobbero occupazioni arabe temporanee. Treccani cita, tra le altre, Amantea, Santa Severina, Tropea e Squillace, ma precisa che non si trattò di un dominio stabile della regione paragonabile a quello esercitato sulla Sicilia.

Questo non significa che il mondo arabo non abbia avuto influenza. Il Mediterraneo medievale era una rete di scambi molto più complessa delle moderne frontiere nazionali: merci, tecniche agricole, persone e parole potevano viaggiare anche senza che un esercito occupasse stabilmente un territorio.

Ed è proprio qui che bisogna stare attenti alle etimologie da social: non ogni parola calabrese dal suono “esotico” è automaticamente greca, araba o spagnola. Le etimologie vanno verificate una per una.

Una lingua albanese nel cuore della Calabria

Poi accadde qualcosa di ancora diverso.

A partire soprattutto dal XV secolo gruppi albanesi si stabilirono nell’Italia meridionale in seguito alle vicende che interessarono i Balcani e all’espansione ottomana. Diverse comunità nacquero proprio in Calabria.

Sono gli Arbëreshë.

Ancora oggi in diversi centri calabresi sopravvive l’arbëresh, insieme a tradizioni, riti e identità culturali tramandati attraverso i secoli. La Calabria non conserva dunque soltanto dialetti romanzi: all’interno del suo territorio vivono anche comunità linguistiche storiche differenti.

Pensiamoci: generazioni nate in Italia hanno custodito per oltre cinque secoli una lingua arrivata dall’altra sponda dell’Adriatico.

E sulle montagne calabresi si parla persino occitano

Se la storia finisse qui sarebbe già sorprendente. Ma c’è Guardia Piemontese.

In questo paese della provincia di Cosenza sopravvive una comunità linguistica legata alle popolazioni valdesi provenienti dalle valli alpine occidentali. È una presenza che ha lasciato in Calabria un’isola linguistica di origine galloromanza, tradizionalmente indicata anche come provenzale o occitana.

Treccani registra infatti in Calabria, accanto alle comunità albanesi e greche, anche quella di Guardia Piemontese.

Fermiamoci un momento sull’immagine: siamo nel profondo Sud d’Italia, eppure in un paese calabrese è sopravvissuta per secoli una lingua arrivata dall’area alpina.

Una cartina geografica direbbe che quelle montagne sono lontanissime.

La lingua dice il contrario.

Non un dialetto, ma una geografia della memoria

E allora forse dobbiamo cambiare domanda. Non dovremmo chiederci soltanto: “Come si parla in Calabria?”

Dovremmo chiederci: “Quante storie stanno parlando contemporaneamente quando parla un calabrese?”

Il latino trasformato nei secoli. Il lungo rapporto con il greco. Bisanzio. Il mondo longobardo. I Normanni. Le relazioni mediterranee. Le dominazioni successive. Le migrazioni albanesi. Una comunità proveniente dalle Alpi. E naturalmente secoli di trasformazioni interne, isolamento geografico, spostamenti di popolazione e contatti tra paese e paese.

Non bisogna immaginare questa storia come tanti strati perfettamente separati. Le lingue non sono lasagne. Si incontrano, si contaminano, resistono, dimenticano, inventano.

Ed è forse questa l’immagine più bella della Calabria linguistica: un territorio relativamente piccolo nel quale la geografia ha conservato ciò che la storia aveva mescolato.

Il dialetto non è il passato. È un archivio ancora vivo

Quando scompare una parola dialettale non perdiamo soltanto un modo diverso di chiamare una cosa. A volte perdiamo un mestiere che non esiste più, un utensile dimenticato, un modo di cucinare, una superstizione, un gesto, una relazione familiare, perfino un modo particolare di guardare il tempo o la terra.

Per questo conservare i dialetti non significa rifiutare l’italiano. Le due cose non sono nemiche.

Si può conoscere perfettamente l’italiano e continuare a dire una parola che pronunciava una bisnonna. Anzi, forse è proprio questa la vera ricchezza: possedere più di una chiave per nominare il mondo.

La lingua nazionale ci permette di comprenderci.

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