Quando pensiamo al ruolo storico dell’Italia nel panorama culturale mondiale, il pensiero corre alle magnifiche eredità che il nostro Paese ha donato all’umanità. L’Italia è stata la culla della rinascita musicale europea: qui è nata la scrittura musicale moderna, qui è nata l’opera lirica, qui hanno visto la luce i grandi compositori della storia. Da Monteverdi a Vivaldi, da Rossini a Verdi a Puccini, il genio italiano ha generato creazioni che ancora oggi muovono le platee del mondo. L’Italia ha dato i natali anche direttori d’orchestra di fama internazionale e virtuosi che incarnavano l’eccellenza tecnica e artistica. Tutto questo è stato possibile grazie al sostegno politico e istituzionale alla cultura. Nel Rinascimento e nell’Illuminismo, i signori e le istituzioni riconoscevano nell’arte un valore fondamentale per l’elevazione culturale della comunità. Quella visione ha consentito al patrimonio artistico italiano di diventare modello per l’Europa. Gli ultimi quarant’anni hanno comportato una trasformazione radicale. La politica ha istituito un sistema legislativo regressivo e penalizzante, ha generato una disomogeneità geografica: mentre il Nord ha una buona diffusione di orchestre e fondazioni lirico-sinfoniche, il Centro e il Sud hanno una scarsa offerta culturale di qualità. Inoltre, la politica non ha agevolato la comunicazione tra istituzioni formative e mercato del lavoro, creando un profondo disequilibrio: le scuole formano musicisti, cantanti, ballerini e tecnici ma il settore non offre posti di lavoro sufficienti. Giovani preparati rimangono senza prospettive, mentre i talenti migliori emigrano verso Paesi che ancora offrono opportunità. Si crea così un’Italia di serie A e una di serie B. La radice profonda di questa deriva risiede nella quasi totale assenza di formazione musicale adeguata nel nostro sistema scolastico. Le scuole italiane dedicano uno spazio minimo all’educazione musicale: poche ore regolate da programmi ministeriali non sufficientemente adeguati, con risorse carenti. Sono i programmi stessi a non prevedere una preparazione seria, lasciando insegnanti e studenti senza obiettivi chiari. Conseguenza diretta è l’analfabetismo musicale diffuso nella società, inclusa quella politica. I politici, i sindaci, gli assessori che oggi decidono su cultura e spettacolo sono i prodotti della scuola italiana di ieri. Salvo qualche rara eccezione, essi non hanno ricevuto formazione musicale seria, non hanno suonato uno strumento, non hanno vissuto l’atmosfera di prove e concerti. Quando pronunciano giudizi su questioni musicali, emerge una disinformazione imbarazzante: affermazioni sbagliate, confusione tra generi, incomprensione dei meccanismi produttivi. Non è colpa loro: è il risultato di un’assenza educativa sistemica. L’Italia investe proporzionalmente meno di altri Paesi europei nella cultura e nello spettacolo dal vivo. Quando le risorse calano, la cultura è tra i primi settori a subire tagli. Sottesa a questa dinamica c’è una visione distorta: la cultura viene considerata come intrattenimento, non come valore strutturale di sviluppo civile e consapevolezza collettiva. L’adozione di strumenti amministrativi ha progressivamente spostato l’attenzione dal prodotto culturale verso una prospettiva meramente economica. Criteri di valutazione basati su efficienza economica, ridefinizione secondo modelli aziendalistici, finanziamenti legati a performance. Il risultato: non più “quale cultura produrre?”, bensì “quanto costa e come minimizziamo il costo?”. Le conseguenze sono evidenti. Negli ultimi decenni: eliminazione di rassegne storiche, ridimensionamento degli organici, tagli ricorrenti a festival. Un esempio emblematico è il destino dei corpi di ballo nelle fondazioni lirico-sinfoniche italiane. Una volta elemento fondamentale, sono stati progressivamente smantellati: oggi ne restano soltanto quattro. Questo rappresenta non solo perdita di posti di lavoro, ma un impoverimento qualitativo dell’offerta artistica stessa. Il mondo degli artisti e dei tecnici dello spettacolo ha subito un contraccolpo drammatico: precarietà crescente, riduzione della domanda di lavoro, incertezza sul futuro professionale. Giovani talenti orientano le loro aspirazioni verso altri Paesi che ancora offrono opportunità e riconoscimento. Invertire questa tendenza richiede impegno di tutti: scuole, istituzioni culturali, media. L’Italia non può tradire la propria eredità culturale, né continuare a considerare la musica e lo spettacolo come lussi da tagliare in tempi di austerità.
Pierluigi Filagna segretario generale della Fials Spettacolo – Cisal