di Giada Fazzalari
La politica contemporanea o è politica estera oppure non è. In un mondo caotico, disordinato, multipolare e con spinte contrastanti – il grande tema universale è la tenuta democratica rispetto ad agenti potenzialmente dannosi quali la finanza rapace, l’intelligenza artificiale antiumanistica, il disinteresse per la questione ambientale e le tendenze autoritarie e il nazionalismo – è assolutamente necessario inaugurare al più presto nel campo largo, tra le forze progressiste, democratiche, socialiste e riformiste, gli Stati Generali della politica estera comune. Perché il tema, che sinora ci ha fatti apparire disuniti e non allineati, è stato affrontato in maniera troppo episodica e personalistica e merita un confronto sereno, laico, pacato, generoso, non ideologico, affinché si possa arrivare a una sintesi comune. In un tempo straordinario come questo, nessuno può pensare di avere la verità in tasca, ed è assolutamente necessario arrivare a posizioni ferme ma non troppo rigide, perché le forze in campo cambiano continuamente, e questo dovrebbe indurre leader politici, dirigenti, tecnici, intellettuali a posizioni più laiche e più duttili. Si potrebbe iniziare da chi ha posizioni drastiche, arrivando ad avere posizioni più sfumate – vale per l’Ucraina, per gli Usa, per la Russia, per l’Europa, per la Cina, per Israele – perché, nell’attuale contesto geopolitico, complesso e delicato al tempo stesso, non ha alcun senso avere posizioni ideologiche e “fanatiche”, essendo i problemi del mondo molto più sfumati e contraddittori di quanto si pensi. Discutere laicamente e generosamente, senza furbizie strategiche o di posizionamento elettorale, permetterà alle forze alternative a questa destra di governo di stare nelle partite concrete del mondo sapendo che nessuno ha la verità in tasca e che la diplomazia, ormai, è un meccanismo che va inventato e reinventato giorno dopo giorno, senza più certezze e automatismi, ma in un mondo nuovo. È anche una sfida, questa complessità, e se c’è un terreno sul quale il centrosinistra può e deve far valere la propria autorevolezza è proprio quello della complessità, visto che sono in troppi a semplificare. E, si sa, il populismo è tecnicamente questo: portare alle estreme conseguenze la semplificazione della lettura della realtà. Il campo largo, le forze democratiche, riformiste e progressiste, non possono permettersi il lusso di dividersi su una materia dove tutti, nel mondo, annaspano; ma per evitare di mostrarsi divisi, è urgente un approfondimento non elettoralistico, e un posizionamento più morbido e sfumato, meno tagliato con l’accetta. Altrimenti il rischio è quello del darwinismo all’interno della coalizione, per cui ogni leader ha la sua “ricetta” – da Conte a Schlein, passando per Virginia Libero – magari in contrasto con quella di altri leader, salvo dare l’impressione di una compagine disorganica e lacerata da posizioni inconciliabili. L’auspicio è che questi Stati generali della politica estera avvengano a porte chiuse, senza riflettori e telecamere, perché se fossero aperte al sistema mediatico inevitabilmente diventerebbero un palcoscenico per affermare la posizione maggiormente fruttuosa in termini comunicativi ed elettorali. Ma serve generosità e ascolto paziente di tecnici ed esperti che sappiano fare l’esatta fotografia delle questioni aperte e delle forze in campo, affinché le forze alternative al governo possano fare le scelte più giuste, mentre ci accingiamo ad un anno elettorale in cui, il vero terreno di “scontro” sarà proprio la politica estera. Conviene farsi trovare preparati.