Il Palazzo di Vetro vuoto: Netanyahu parla, Abu Mazen dallo schermo e Meloni resta a casa - Partito Socialista Italiano

Compatibilité
Sauvegarder(0)
partager

di Andrea Follini

C’è un’immagine che forse più di tutte racconta l’ottantunesima Assemblea generale delle Nazioni Unite: i banchi dell’aula che si svuotano mentre Benjamin Netanyahu sale sul podio. Non è una metafora. È accaduto davvero. Decine di delegati hanno lasciato la sala all’inizio del discorso del premier israeliano, in segno di protesta. Netanyahu li ha definiti “codardi morali” e ha invitato chiunque condividesse le loro posizioni a seguirli fuori dall’aula. È difficile immaginare una fotografia più eloquente della crisi della diplomazia internazionale. L’Onu dovrebbe essere il luogo nel quale le differenze vengono ricomposte attraverso il confronto. A New York, invece, il confronto sembra spesso ridursi a una successione di monologhi, proteste, assenze e accuse reciproche. E in questa fotografia c’è anche un’Italia senza Giorgia Meloni. La presidente del Consiglio non è volata a New York per la settimana di alto livello dell’Assemblea generale, preferendo la fashion week milanese. A rappresentare il governo italiano è stato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha dovuto respingere l’interpretazione secondo cui l’assenza della premier sarebbe un segnale di disimpegno italiano dalle Nazioni Unite. Resta però il dato politico. Meloni non c’è. E non è un dettaglio irrilevante in una riunione nella quale, quest’anno più che mai, il Medio Oriente occupa il centro della scena. Le ragioni ufficiali sono legate all’agenda internazionale e agli impegni del governo. Ma la coincidenza temporale con una delle fasi più delicate della crisi israelo-palestinese rende l’assenza particolarmente visibile. Non perché la presenza di un capo di governo possa cambiare da sola gli equilibri dell’Onu, ma perché in diplomazia anche le presenze e le assenze parlano. E a New York, quest’anno, parlano soprattutto quelle assenze. C’è quella di Abu Mazen, presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, al quale non è stato concesso il visto dagli Stati Uniti e non ha potuto raggiungere fisicamente il Palazzo di Vetro. La sua voce, però, è arrivata lo stesso, attraverso un messaggio preregistrato, trasmesso nell’aula dell’Assemblea generale. La procedura non è stata improvvisata. Il 17 settembre l’Assemblea generale aveva approvato una risoluzione con 152 voti favorevoli, 3 contrari e 4 astensioni, autorizzando la partecipazione virtuale della delegazione palestinese e la trasmissione di un intervento preregistrato del presidente. Ma quanto successo, resta significativo politicamente. Abu Mazen ha parlato da Ramallah mentre a New York si preparava l’intervento di Netanyahu. Ha denunciato la politica israeliana a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, accusando il governo israeliano di perseguire un progetto volto, secondo le sue parole, a cancellare la presenza palestinese. Ha chiesto alla comunità internazionale di non consentire una nuova Nakba, ricordando quanto avvenne nel 1947 con la nascita dello stato di Israele e l’esodo forzato dei palestinesi. È una delle contraddizioni più evidenti di questa Assemblea: il premier israeliano può essere fisicamente sul podio, mentre il leader palestinese è costretto a parlare attraverso uno schermo. Poi arriva Netanyahu. E l’aula si svuota. Non tutta, naturalmente, ma abbastanza perché il gesto diventi parte stessa del discorso. La delegazione palestinese e quelle di altri Paesi hanno lasciato la sala. Netanyahu ha continuato a parlare davanti a un’Assemblea in parte deserta, difendendo Israele, respingendo le accuse rivolte al suo governo e attaccando quelli che considera i suoi avversari internazionali. Fuori dal Palazzo di Vetro, intanto, la protesta prendeva un’altra forma, con le strade di Manhattan trasformate in una sorta di prolungamento dell’aula dell’Onu. Manifestanti contrari alla guerra di Gaza e alla politica del governo israeliano, hanno contestato la presenza di Netanyahu, con slogan e cartelli per chiedere la fine della guerra e la libertà per la Palestina. Dentro e fuori dall’Onu, dunque, la stessa scena: una comunità internazionale profondamente divisa sul conflitto israelo-palestinese. A dare voce a una delle posizioni europee più nette è stato il premier spagnolo Pedro Sánchez. Il suo intervento del 23 settembre è stato un vero atto d’accusa contro la logica delle guerre e contro ciò che Madrid considera la violazione delle regole internazionali. Sánchez ha ricordato l’embargo sulle armi imposto dalla Spagna al governo Netanyahu e ha affermato di condannare senza ambiguità quello che ha definito, senza tanti giri di parole, il genocidio perpetrato a Gaza. Ma il passaggio politicamente più significativo riguarda il principio che Sánchez ha messo al centro del suo intervento: il rispetto della Carta delle Nazioni Unite. È da lì, sostiene il premier spagnolo, che deve ripartire il multilateralismo. E la questione palestinese diventa così non soltanto una questione regionale, ma uno dei banchi di prova dell’intero sistema internazionale. Sánchez ha inserito la posizione spagnola nel quadro di una politica che, negli ultimi anni, ha puntato sul riconoscimento dello Stato palestinese e sulla soluzione “dei due Stati”. La sua denuncia si accompagna alla critica delle operazioni israeliane a Gaza e alla politica degli insediamenti e dell’occupazione nei territori palestinesi, come in Cisgiordania, dimostrando in questo modo che il contrasto con la posizione israeliana non potrebbe essere più netto. E mentre Sánchez ha parlato di diritto internazionale, Netanyahu ha difeso davanti all’Onu l’operato del proprio governo, definendo in soldoni il genocidio denunciato dai governi di molti Paesi come la menzogna del secolo. E in mezzo a questa frattura c’è anche l’Italia: Meloni resta a casa; Tajani prende la parola a New York e assicura che l’Italia continua a considerare le Nazioni Unite «lo strumento fondamentale» per la pace. Un intervento piatto, che certo non passerà alla storia. Alla fine di questa sessione dell’Assemblea Generale resta proprio quella fotografia iniziale: Netanyahu che parla davanti a un’aula parzialmente svuotata. Forse è questa l’immagine più sincera dell’Onu di oggi. Un’organizzazione nata per impedire che il mondo precipitasse nuovamente nella logica della guerra, costretta a osservare una guerra che divide i suoi stessi membri. Un presidente palestinese che parla da uno schermo perché non può entrare negli Stati Uniti e un premier israeliano che parla dal podio mentre alcuni delegati se ne vanno. Un premier europeo che denuncia con coraggio la violazione delle regole internazionali e manifestanti che protestano nelle strade. E un’Italia che, questa volta, sceglie di non mandare a New York la propria presidente del Consiglio. Il Palazzo di Vetro resta in piedi. Ma le crepe, politiche e diplomatiche, sono ormai impossibili da non vedere.

Ti potrebbero interessare

Settembre 26, 2026

Settembre 26, 2026

Settembre 26, 2026

Coordonnées
giada