Il mare sale sempre più velocemente: l’ONU lancia l’allarme sul futuro delle coste - ZeroEmission.eu

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L’innalzamento del livello degli oceani sta accelerando e alcune delle conseguenze del cambiamento climatico sono ormai destinate a protrarsi per secoli. A evidenziarlo è un nuovo rapporto delle Nazioni Unite, che richiama i governi a rafforzare rapidamente le politiche di riduzione delle emissioni per contenere l’entità dei danni futuri.

Il documento, preparato dal segretario generale dell’ONU in vista dell’81ª sessione dell’Assemblea generale, analizza l’evoluzione del livello dei mari e i rischi associati al riscaldamento globale. L’aumento delle temperature provoca infatti sia l’espansione dell’acqua oceanica sia una crescente perdita di ghiaccio da parte dei ghiacciai e delle grandi calotte polari, soprattutto in Groenlandia e Antartide.

Il fenomeno interessa già milioni di persone che vivono nelle aree costiere. Secondo il rapporto, circa 1,2 miliardi di persone sono esposte al rischio di alluvioni e ad altri effetti legati alla crescita del livello del mare.

La velocità di crescita del mare è più che raddoppiata

Uno degli elementi più preoccupanti evidenziati dagli esperti riguarda la rapidità con cui il fenomeno sta evolvendo. Bill Hare, amministratore delegato di Climate Analytics e tra gli esperti intervenuti alla presentazione del rapporto, ha ricordato che il ritmo medio annuo di crescita del livello del mare è passato da circa 2,1 millimetri nel 1992 a 4,5 millimetri nel 2024. Le proiezioni indicano inoltre una possibile ulteriore accelerazione: entro la fine del secolo, il tasso potrebbe superare i 10 millimetri all’anno.

A rendere il quadro ancora più critico è l’aumento della frequenza degli episodi di innalzamento estremo del livello marino. Secondo le evidenze raccolte nel rapporto, le emissioni di gas serra hanno contribuito a rendere questi eventi circa quattro volte più frequenti rispetto all’inizio del Novecento.

Per gli atolli e le isole di bassa quota le prospettive sono particolarmente delicate. L’azione combinata dell’aumento del livello medio del mare e delle onde durante gli eventi estremi potrebbe rendere molti di questi territori difficilmente abitabili già entro la metà del secolo.

Anche 1,5 °C non eliminerebbe il rischio di un forte aumento dei mari

Il rapporto mette inoltre in discussione l’idea che il raggiungimento dell’obiettivo climatico di 1,5 °C possa, da solo, scongiurare gli scenari più critici.

Secondo le analisi presentate, anche mantenendo il riscaldamento globale entro questa soglia non sarebbe possibile escludere un significativo innalzamento del livello degli oceani nei prossimi secoli, soprattutto a causa della progressiva perdita delle grandi masse di ghiaccio dell’Antartide. Per questo motivo, gli esperti sottolineano la necessità di puntare a un livello di riscaldamento ben inferiore a 1,5 °C nel lungo periodo.

«Quando questi impatti diventano così concreti – dalle vittime delle alluvioni alle ondate di calore e alle perdite economiche – il segnale d’allarme è ormai impossibile da ignorare», ha sottolineato Hare durante la presentazione del rapporto.

Dalle coste all’agricoltura: gli effetti sono già visibili

L’aumento del livello degli oceani non rappresenta soltanto una minaccia futura. Il fenomeno sta già amplificando diversi rischi per le comunità costiere. Un livello marino più elevato rende infatti più distruttive le mareggiate e gli eventi meteorologici estremi, aumentando l’erosione delle coste e l’esposizione di abitazioni, infrastrutture e servizi essenziali.

Un ulteriore problema riguarda la salinizzazione delle falde acquifere e dei terreni agricoli. L’ingresso dell’acqua salata nelle aree costiere può ridurre le riserve di acqua dolce e compromettere la produttività dei terreni.

La situazione è particolarmente critica per i piccoli Stati insulari e per le comunità che vivono a pochi metri sopra il livello del mare. In questi territori il cambiamento della linea di costa può mettere a rischio non soltanto abitazioni e attività economiche, ma anche la continuità delle comunità e la conservazione del patrimonio culturale.

La progressiva perdita di abitabilità delle zone costiere potrebbe inoltre alimentare nuovi movimenti migratori, aumentando la pressione sulle città e sulle aree interne chiamate ad accogliere le popolazioni costrette a spostarsi.

La questione diventa anche giuridica

L’innalzamento degli oceani apre infine una serie di interrogativi sul futuro degli Stati insulari e sul diritto internazionale. Il rapporto dedica una parte specifica alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, l’UNCLOS, affrontando anche la possibilità che territori oggi emersi possano essere progressivamente sommersi.

Uno dei temi più delicati riguarda la continuità giuridica degli Stati nel caso in cui la perdita del territorio fisico dovesse diventare significativa. Il documento sostiene l’importanza di preservare la personalità giuridica e la sovranità nazionale anche di fronte a trasformazioni territoriali provocate dall’innalzamento del mare.

Tra le indicazioni contenute nel rapporto figura inoltre la necessità di mantenere stabili le linee di base e i confini delle zone economiche esclusive, così da ridurre il rischio di future controversie internazionali legate alla modifica delle coste.

Clima e diritti umani sempre più intrecciati

La crisi climatica viene affrontata anche dal punto di vista dei diritti fondamentali. La perdita di territorio e l’aumento dei rischi ambientali possono infatti avere conseguenze dirette sull’accesso alla casa, alla salute, al lavoro, all’acqua e alle risorse necessarie al sostentamento.

Per le popolazioni costiere più vulnerabili, il problema non è quindi soltanto ambientale. È anche sociale, economico e politico, perché può compromettere la possibilità stessa di continuare a vivere nei territori di origine.

L’ONU chiede un’accelerazione sulla riduzione delle emissioni

Per limitare l’entità degli scenari peggiori, il rapporto invita a considerare l’innalzamento del livello del mare come un rischio sistemico da integrare nelle strategie economiche e di sviluppo dei governi. Le conseguenze devono essere valutate nella pianificazione delle infrastrutture e degli investimenti pubblici, ma anche nei settori del turismo, del commercio, della sicurezza alimentare e idrica e nella continuità dei servizi essenziali.

Sul fronte climatico, l’indicazione è quella di accelerare il taglio delle emissioni globali, con l’obiettivo di ridurle del 43% entro il 2030 e del 60% entro il 2035, rispetto ai livelli del 2019. Tra le priorità indicate figurano anche il triplicamento della capacità globale delle energie rinnovabili, il raddoppio dei progressi nell’efficienza energetica, la progressiva uscita dai combustibili fossili e l’arresto della deforestazione.

Il messaggio del rapporto è dunque duplice: una parte dell’innalzamento del mare è ormai incorporata nel sistema climatico e non può essere rapidamente invertita, ma la velocità e l’entità del fenomeno futuro dipenderanno ancora in larga misura dalle decisioni prese oggi.

Coordonnées
Davide Grassi