Proteggere le fonti: come funziona in Italia, e come funziona all’estero - Ordine dei Giornalisti

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di Marta Frigerio

È vero che in Italia la protezione delle fonti giornalistiche è più fragile che in altri Paesi europei? È una domanda che mi viene fatta spesso, soprattutto quando lavoro con colleghi stranieri. Ed è un tema che è tornato più volte anche durante la realizzazione dell’inchiesta Un brutto clima, pubblicata con IrpiMedia lo scorso giugno, in cui ho raccolto decine di testimonianze di reporter che operano dentro e fuori dai confini italiani.

Un esempio

Immaginiamo: Luca – nome di fantasia – lavora come reporter e svolge in maniera autonoma inchieste ambientali che coinvolgono interessi economici e politici rilevanti. Una fonte, come ad esempio potrebbe essere un tecnico comunale, gli trasmette documenti riservati, e chiede di restare anonima. Luca li pubblica, denunciando uno scandalo di smaltimento illecito di rifiuti. Successivamente una Procura apre un fascicolo e convoca Luca come testimone. In aula, il giudice chiede qual è la fonte di quei documenti riservati.
 Luca invoca il segreto professionale, ma la controparte replica sottolineando come il reporter non sia iscritto all’Ordine: secondo la legge, infatti, solo i giornalisti iscritti possono beneficiare pienamente di quella tutela. La fonte è così messa a rischio e, con essa, anche la sicurezza e la credibilità di Luca.

Questa scena – che è solo un esempio, ma del tutto plausibile – rende evidente quanto la protezione delle fonti in Italia sia un aspetto delicato.

Il quadro normativo italiano

In Italia il sistema che regola la protezione delle fonti ruota attorno alla Legge n. 69 del 1963, che ha istituito l’Ordine dei Giornalisti e attribuisce agli iscritti il diritto di mantenere il segreto sull’identità delle persone da cui provengono le informazioni. È un modello che riconosce formalmente il ruolo del giornalista professionista e pubblicista, e che negli anni ha contribuito a costruire un quadro giuridico preciso, un perimetro dentro il quale la categoria può esercitare le proprie funzioni, con diritti e doveri rafforzati.

A questo si aggiunge l’articolo 348 del Codice penale, che sanziona l’esercizio abusivo della professione e che può creare incertezza quando si entra in procedimenti giudiziari che coinvolgono la rivelazione delle fonti. È una complessità normativa che spesso stupisce i colleghi stranieri proprio perché non esistono equivalenti diretti in molti altri Paesi europei.

Fuori dall’Italia: cosa succede negli altri Paesi

L’esperienza italiana si inserisce in un panorama europeo molto variegato. Quello che cambia non è solo l’impianto normativo, ma il modo in cui procure e tribunali si comportano di fronte a un giornalista che invoca il segreto professionale.
In alcuni Paesi è un diritto robusto, difficilmente comprimibile. In altri è una possibilità riconosciuta ma non assoluta. In altri ancora è un principio talmente radicato da essere considerato parte dell’identità democratica dello Stato. Vediamo alcuni casi.

Belgio: una protezione tra le più solide d’Europa

Il Belgio viene spesso citato come esempio di tutela forte e non negoziabile. Dal 2005 esiste una legge specifica che garantisce ai giornalisti il diritto di non rivelare le fonti, e la norma è formulata in modo molto chiaro: la rivelazione può essere imposta solo in caso di minaccia imminente e concreta alla vita o all’incolumità fisica di una persona, e solo se non esiste altro modo per impedirla.

In pratica, è un’eccezione quasi impossibile da applicare.
Ne consegue che pressioni, perquisizioni, sequestro di hard disk, tentativi di intercettazione o di tracciamento delle comunicazioni sono considerati illegali nella quasi totalità delle circostanze.

Una collega belga lo riassume così: «Semplicemente non succede. Possono provarci, ma ogni volta che accade è uno scandalo. La legge è molto chiara e tutela sia le fonti che i giornalisti».
 Non è un caso, raccontano diversi reporter, se in Belgio le fughe di notizie sono uno strumento comune e socialmente accettato per ottenere informazioni di interesse pubblico. Il sistema crea fiducia: chi decide di rivelare qualcosa sa che la legge lo protegge davvero.

Danimarca: tutela forte, ma con eccezioni

La Danimarca è un caso particolare. Qui, come in altri Paesi nordici, non esiste un ordine dei giornalisti, ma un sistema che ruota intorno alla registrazione formale delle testate: per pubblicare serve un responsabile editoriale registrato, condizione che permette di accedere anche ai fondi statali per i media.

La protezione delle fonti è garantita dalla legge, e viene considerata molto efficace. Di fatto, un giornalista può rifiutarsi di rivelare l’identità di una fonte anonima, e la polizia è generalmente molto cauta nel contestare questo diritto.

Esiste però un’eccezione: un giudice può imporre la rivelazione in circostanze specifiche e ben definite, generalmente quando sono in gioco reati gravi o rischi per la sicurezza pubblica. È una possibilità teorica più che pratica, ma rimane un elemento che distingue la Danimarca da Paesi come la Norvegia, dove la protezione è praticamente assoluta, in qualsiasi caso.

Ciononostante, i colleghi danesi giudicano il sistema solido e la protezione delle fonti è considerata un pilastro del giornalismo scandinavo.

Francia, tutela anche per i collaboratori occasionali

Anche in Francia la tutela delle fonti è disciplinata da norme nazionali ed è generalmente garantita, salvo in casi particolarmente gravi, come quando è in gioco la sicurezza nazionale. Nella maggior parte dei procedimenti, quindi, il giornalista può chiedere che l’identità della propria fonte rimanga riservata. A differenza dell’Italia, però, in Francia non esiste un albo professionale: i giornalisti possono ottenere la carte de presse, rilasciata dalla Commission de la carte d’identité des journalistes professionnels, dimostrando che il giornalismo costituisce la loro attività principale e retribuita. Chiunque può scrivere su un giornale — come accade anche in Italia in virtù dell’articolo 21 della Costituzione — ma solo chi esercita stabilmente questa professione può definirsi giornalista. nonostante questo, la tutela delle fonti può essere invocata tanto dai giornalisti professionisti quanto dai collaboratori occasionali.

Spagna: una tutela costituzionale, ma fragile nella pratica

In Spagna la protezione delle fonti giornalistiche è formalmente riconosciuta, ma resta meno solida rispetto ai modelli di altri stati europei. Il segreto professionale è tutelato dalla Costituzione; tuttavia, solo nel 2022 è stato presentato al Parlamento un disegno di legge volto a regolamentare espressamente la protezione del segreto professionale dei giornalisti. Negli anni, questo vuoto normativo ha lasciato ampio spazio di discrezionalità ai giudici, soprattutto nelle indagini penali. Un caso particolarmente grave è quello avvenuto nel 2018 a Maiorca, quando le autorità spagnole sono entrate  nella redazione del quotidiano Diario de Mallorca e dell’agenzia Europa Press e, sequestrando materiale ai giornalisti che avevano lavorato a un’inchiesta su un caso di corruzione. Un episodio simile era già capitato nel 2017 a Barcellona.
In questi contesti, la tutela delle fonti appare come un diritto che può essere sacrificato  in nome dell’indagine giudiziaria. Un collega che lavora in Spagna lo riassume così: «Sulla carta il segreto professionale esiste, ma quando un giudice decide di andare fino in fondo è difficile fermarlo».
Questa incertezza si ripercuote anche sulla fiducia delle fonti: le rivelazioni avvengono, ma con maggiore cautela perché la protezione legale dell’anonimato non è mai percepita come pienamente garantita.

Coordonnées
Riccardo Sorrentino