Il racconto che leggerete fa parte dei vincitori della sesta call per racconti di Chiacchiere d’Inchiostro, a tema Giochi di ruolo. È ispirato a una campagna di D&D con ambientazione originale, il continente di Oferia.
Tamburi. Il suono dei tamburi pervade l’aria soffocante. Attorno a noi, le guardie di Aeria sudano, i volti spaventati, ma non si fermano. Seguono il ritmo della musica, danzando intorno a noi, lasciando segni per terra con le loro lame.
«Non ascoltate la musica» dico a denti stretti. Inutile: i miei arti formicolano già, impazienti di mettersi a danzare. Di fianco a me, Alexandra brandisce la sua spada, mentre Murmund prega il suo dio nanico e Cog prepara la fionda, le piccole mani verdi che tremano. Le guardie continuano a girare intorno a noi, ma non attaccano.
«E così ho finalmente il piacere di incontrare gli Scudi di Oferia.»
La voce rimbomba nella piazza. In cima al tetto del tempio, un uomo mascherato ci osserva.
«Ditemi i vostri nomi, in modo che io possa onorare la vostra morte.»
Dietro la maschera intravedo un paio di orecchie a punta. Non un uomo, ma un elfo ci affronta. Nonostante il caldo, sono raggelata sul posto. Pensavo che la stirpe degli elfi fosse estinta, eppure eccone uno proprio davanti a noi. Pronto a ucciderci.
«Chi sei?» urlo, brandendo la lancia in posizione difensiva.
L’elfo accenna un inchino. «Mezzodì dei Teschi Cremisi. Dopo tutti i guai che avete creato, la vostra taglia è stata assegnata a me.» L’assassino punta la sua arma verso di me. «Sarà un dispiacere porre fine alla tua vita, elfa, ma così dev’essere. Ora ditemi i vostri nomi.»
Non avevo mai osato sperare di incontrare un altro membro della mia stirpe, era una cosa che poteva succedere soltanto nei miei sogni traditori. Sogni che si sono trasformati in un incubo. Mi sento sprofondare lentamente, bruciata viva dall’interno.
«Siamo gli ultimi rimasti. Non dovremmo lottare l’uno contro l’altra» rispondo, cercando il suo sguardo oltre la maschera. «Lascia che ci sia pace tra noi.»
Mezzodì scuote la testa e il sole diventa ancora più caldo. Quando parla, il suo tono è contrito: «Temo che ciò non sia possibile. Ormai il nostro popolo è estinto, la tua richiesta manca di senso. I vostri nomi. Ora!»
Mentre cerco di pensare a qualcosa, cercando di ignorare il sudore che mi cola lungo il viso, lancio un’occhiata attorno a me. Le guardie che ci circondano hanno quasi completato il loro cerchio. Qualunque cosa rappresenti, non promette nulla di buono. Murmund sembra avere la mia stessa idea: dopo un cenno d’intesa tra me e il nano, lui si scaglia in avanti verso uno degli uomini e lo butta a terra. Alexandra segue il suo esempio.
«Non facciamogli del male» grida la guerriera mentre trattiene uno di loro.
«Sciocchi, non avete possibilità contro di me» dice Mezzodì. E mentre parla la musica si intensifica, i tamburi ora accompagnati da flauti e strumenti a corda invisibili. Alexandra cerca di resistere, ma i suoi arti non ubbidiscono. La guardia si libera dalla sua stretta e la colpisce di striscio al torace.
All’improvviso, uno degli uomini rompe il cerchio e si scaglia contro me e Cog. La musica sale in un crescendo mentre la sua lama cala verso di noi. Ho pochi istanti per reagire: seguendo l’intuito, provo ad assecondare il ritmo della melodia e respingo l’attacco con la lancia. Poi Cog lo colpisce al volto con uno dei suoi proiettili soporiferi e l’uomo cade a terra, svenuto. Seguire la musica ha reso i nostri movimenti più fluidi.
«Cog, noi due ci occupiamo di Mezzodì. Alexandra e Murmund, trattenete le guardie!» ordino mentre balzo in avanti, diretta al tempio.
«Basta!» grida l’elfo, infuriato. «Non mi potete affrontare! Ditemi i vostri nomi, altrimenti…»
Non fa in tempo a finire la frase: Cog ha incantato una delle sue pietre e l’ha scagliata contro il tetto del tempio. Con un fragore assordante, il punto in cui si trovava l’elfo si sgretola e crolla, sollevando una nuvola di polvere. Io e Cog ci avviciniamo con cautela e saliamo i gradini del tempio, pronti a reagire. Appena la figura dell’assassino emerge dalle macerie poco più avanti, una dozzina di spessi viticci irrompe ai suoi piedi, intrappolandolo. Il goblin lo tiene sotto tiro e avverte: «Arrenditi: non puoi fuggire, non te lo permetteremo.»
Mezzodì ride. «Siete proprio degli sciocchi. Non ve ne andrete vivi da qui.»
Un’esplosione di luce e calore lo circonda, scaraventando via Cog e trasformando in cenere i miei viticci. Poi l’assassino scompare nel nulla. Intanto, la musica diventa più forte e frenetica di prima, accompagnata da un sole che ormai brucia la pelle.
Anch’io mi ritrovo a terra, sbalzata giù dai gradini, una goccia di sangue che mi scorre lungo la tempia, le orecchie che fischiano e il sapore di polvere in bocca. Per un attimo mi guardo attorno, spaesata. Cog giace a terra e non si muove. Alexandra e Murmund stanno cercando di respingere le guardie, troppe guardie, soggiogate dalla strana magia dell’elfo. E il caldo… il caldo ci sta lentamente soffocando.
«È sul tetto!» La voce della mia compagna mi riscuote. «Quel mostro è sul tetto!»
Con fatica mi alzo. Dal punto in cui sono caduta mi è impossibile vederlo e il tempo non è dalla nostra parte.
Il tempo.
Alzo una mano verso il cielo e lentamente la chiudo a pugno, la formula dell’incantesimo che scorre tra le mie labbra. Percepisco la magia addensarsi e fluire verso di me, dentro di me. Il cielo, prima terso e azzurrissimo, si scurisce. Grosse nuvole si radunano sopra di noi e la temperatura inizia a calare. Lampi guizzano nel grigio.
«Zenadaya» chiama Murmund. «Non ce la faremo ancora per molto.»
Lascio che la mia mano venga guidata dall’istinto. Il primo fulmine cade in una zona ancora intatta del tetto. E colpisce.
Con un grido, Mezzodì viene sbalzato via. Lo vedo precipitare attraverso il buco nel soffitto, la pelle annerita. Appena il suo corpo tocca il suolo, la musica cessa.
Le guardie smettono di lottare. Alcune si accasciano, altre impugnano le proprie spade con mani tremanti. Ma a me non interessa nulla di tutto questo.
Corro verso l’elfo riverso al suolo. È ancora vivo, con una mano tenta di raggiungere la sua arma. La calcio via e lo blocco a terra con un piede sul petto, la lancia puntata contro il suo viso. Sopra di noi, il cielo borbotta ancora con la promessa di un tuono.
«Sembra che tu ci abbia sottovalutati» sibilo. «Ora parla. Chi è che ci vuole morti?»
Mezzodì emette un gorgoglio strozzato. Ci metto qualche secondo a capire che è una debole risata. «Siete in grossi guai,» rantola, «qualcuno al di fuori di questo continente vi sta cercando. Oggi siete sopravvissuti solo per perire domani.»
«Chi? Chi ci sta cercando?!» Con la punta della lancia sfioro la sua gola.
«Non conosco la sua esatta identità. So solo che è molto potente. Non avrete scampo.» La frase dell’assassino finisce in un rantolo di dolore.
Chi ci sta cercando? E perché proprio noi abbiamo attirato l’attenzione di un’entità tanto potente? Trattengo a malapena un ringhio di frustrazione mentre cerco di pensare a un modo per farlo parlare. Ma non riesco a ragionare, la mia mente continua a girare intorno a un unico punto. Questa sarà la prima e ultima volta che parlo con un altro elfo. Solo lui può darmi risposte che cerco da tempo. O almeno lo spero.
«Prima hai nominato le tradizioni del nostro popolo. Forse allora sai anche come si è estinto.»
Dietro alla maschera, i suoi occhi si riempiono di sorpresa. O forse di scherno. «Non conosci la storia del nostro popolo?»
Resisto appena alla tentazione di trafiggerlo.
«No. Ero troppo giovane quando… è successo.»
«Gli elfi abbandonarono le proprie tradizioni e ciò ci ha portato alla rovina. Sempre la solita storia, non trovi?»
Mentre parla, intravedo i suoi denti insanguinati aprirsi in un sorriso. Non ho mai odiato qualcuno così tanto. Affondo il mio piede nel suo petto, strappandogli un altro rantolo soffocato.
«Parla con chiarezza o troverò altri modi per farti soffrire. Voglio la verità» lo minaccio.
L’assassino annuisce e continua a sorridere, come se stessimo avendo una conversazione davanti a un boccale di birra. «Come ti dicevo, gli elfi smisero di seguire le proprie tradizioni, irretiti da false e facili promesse. Persino il nostro sommo sacerdote voltò le spalle a Leuke per servire il dio dei serpenti. Divisi in due, iniziammo a lottare tra di noi, mentre un’oscurità ci divorava dall’interno. Ci siamo uccisi l’un l’altro. E chi è rimasto… è mutato per sempre.»
«Il popolo dei serpenti» sussurro. Lo avevo intuito durante il nostro viaggio nella giungla, nel territorio che un tempo era nostro. Tutte quelle vecchie statue elfiche, i volti riscolpiti per sembrare quelli di un rettile… Mi era sembrato troppo orribile per essere vero. E ora la verità brucia. Brucia forte e spregevole.
Pensavo di discendere da una nobile stirpe, che l’estinzione degli elfi fosse stata una terribile tragedia. Invece sono stati fautori del proprio destino. Immagino fratelli che uccidono sorelle, genitori che ripudiano figli, chi troppo ancorato al passato, chi troppo assetato di sangue per trovare una soluzione pacifica. Infine vedo i volti del popolo dei serpenti, gli occhi da rettile senza palpebre, senza pietà. E mi chiedo, dov’è il mio posto in tutto questo quando solo io rimango come pallida eccezione?
Trattengo per qualche secondo il respiro per cercare di arginare il fiume, l’ondata di rabbia, risentimento e disperazione che si sprigiona dal mio cuore.
«È una storia triste,» dice Mezzodì, «ma non tutto è perduto finché esistiamo noi due. Lasciami vivere e ti insegnerò le nostre tradizioni perdute. Non possiamo lasciare che muoiano.»
La sua proposta mi strappa una risata. Mi allontano di qualche passo da lui. L’assassino cerca di muoversi ma è troppo debole, troppo ferito. Gli rispondo con amarezza: «L’hai detto tu stesso prima: non ha senso che ci sia pace tra noi. Il nostro popolo rimane perduto.»
E con un grido di rabbia, chiamo un altro fulmine dal cielo.
Il silenzio cala nella piazza mentre sopra di noi le nuvole si ritirano.
Non mi accorgo che Alexandra è al mio fianco finché non parla.
«Cos’hai fatto?»
Distolgo lo sguardo dai resti carbonizzati di Mezzodì. Murmund sta soccorrendo Cog mentre le guardie riorganizzano i propri ranghi. Alcune di loro mi lanciano occhiate timorose. Anche il loro capitano si avvicina.
«Era stato sconfitto. Lo avremmo messo in prigione e sottoposto a processo» continua la guerriera.
La rabbia si accende di nuovo in me.
«Pensate davvero che un essere così astuto sarebbe rimasto a lungo dietro le sbarre? Mezzodì voleva ucciderci e nulla gli avrebbe impedito di realizzare il suo scopo, se non la morte.»
«Ma…»
«Niente ma. Era troppo pericoloso per essere lasciato in vita.»
Mi dirigo tra le macerie per evitare altre repliche. Sono sicura di aver fatto la cosa giusta. Eppure, mentre mi allontano dalla luce del sole, sento gli occhi delle guardie e dei miei compagni puntati addosso, a seguire ogni mio passo, a giudicare le mie azioni.
Un dubbio serpeggia tra i resti della battaglia, un dubbio che cerco di scacciare lontano. Ma d’altronde, non è forse così, dal sangue e dalla polvere, che nascono i malvagi?
Giulia Wauters è una giovane nobildonna. Vive nelle lande lombarde, seppure i suoi avi provengano dal lontano Nord, ed è un’appassionata di giochi, quali Sotterranei e Dragoni. Nella vita di tutti i giorni si occupa di tradurre testi di natura ludica e di insegnare la lingua sassone a studiosi di ogni età. Inoltre, non disdice il gioco moderno della palla a volo.