Minacce alla libertà di informazione, è l'ora di dire basta - Ordine dei Giornalisti

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di Riccardo Sorrentino

La libertà di informazione è ovunque a rischio. Una libertà che non è semplicemente nostra: è del nostro pubblico, dei nostri cittadini.

È allora venuto il momento, per noi giornalisti, di dire basta. Per spirito civico, non per difendere una corporazione.

C’è una verità fondamentale, in un ordinamento liberaldemocratico: se il giornalismo muore, la capacità di governare legittimamente si assottiglia fino a sparire. La continua delegittimazione del nostro lavoro, la pretesa di una verità immediata e senza incertezze, il mancato riconoscimento del nostro ruolo, gli ostacoli alla nostra professione, le critiche per errori spesso piccoli o per non aver semplicemente diffuso le versioni ufficiali producono un’informazione opaca.

Un’informazione opaca semina sfiducia.

La sfiducia delegittima anche il potere politico.

L’Italia ha bisogno di un giornalismo più forte, non più debole. In tutti i sensi. Il giornalismo è un’infrastruttura democratica, senza la quale il potere politico diventa arbitrio. Il diritto all’informazione è, insieme, anche un dovere di informare, la ricerca faticosa della verità non può essere penalizzata né ostacolata se non per ragioni gravi e straordinarie.

Sì, alcuni giornalisti hanno commesso errori gravi. Sì, abbiamo perso autorevolezza perché il sistema premia velocità e rumore, non la verifica. Proprio per questo il giornalismo va salvato come istituzione, non abbandonato né ostacolato. Attribuire i problemi del giornalismo nel suo complesso a una cattiva volontà sarebbe un’anomalia antropologica. È molto più semplice: ci sono incentivi sbagliati e vincoli materiali che vanno affrontati.

Il mercato editoriale non riesce a rispondere a questa esigenza sociale e politica. Non si autocorregge, degenera. Non è un incidente: è un fallimento strutturale.

Come nella sanità, la domanda di informazione è in larga parte endogena: chi ne ha più bisogno è spesso chi ha meno strumenti per riconoscerla, valutarla e pagarla. L’enorme massa di informazioni disponibili ha reso scarso un bene alternativo: l’attenzione. La concorrenza oggi si gioca sulla visibilità, sulla velocità e sul rumore, non sulla qualità e sulla verifica. Lasciato a se stesso, il mercato finisce per togliere valore all’informazione veritiera e per riservarla ai pochi che possono permettersela. Questo non è pluralismo. È una forma di informazione a due velocità, una fonte di divisione sociale.

Per questo servono quattro cose, subito.

Primo: un sistema stabile di sostegno pubblico al giornalismo, con garanzie blindate di indipendenza editoriale e criteri trasparenti di qualità e impatto civico. Si potrebbe anche pensare a un 5 x 1000 da destinare alle testate di informazione.

Secondo: una riforma seria delle regole della concorrenza, oggi inadeguate sia nel settore editoriale sia in quello pubblicitario.

Terzo: Una riforma della governance del servizio pubblico, che assicuri reale indipendenza dal potere politico ai colleghi che ci lavorano e garantisca ai cittadini una informazione accurata e “plurale”.

Quarto: strumenti giuridici e finanziari che permettano l’esistenza di editori non-profit e di modelli di impresa orientati alla missione.

Le risorse pubbliche finora concesse agli editori sono state spesso usate per ridurre le redazioni, non per rafforzarle. Il risultato è stato meno qualità, meno memoria professionale, meno formazione dei giovani. Questo è esattamente l’opposto di ciò che serve.

Esistono già strumenti concreti per fare meglio: social impact bonds ben regolamentati, prestiti subordinati a lungo termine, azioni senza diritto di voto, meccanismi di revenue-sharing con tetti prestabiliti ai rendimenti. Nomi strani per un obiettivo semplicissimo: finanziamento paziente e regolato.

Occorrono anche riforme importanti delle norme penali e civili. Il ricorso alle azioni temerarie e alle querele intimidatorie (le Slapp) – fenomeno non solo italiano e non solo relativo ai giornalisti –  mostrano come possa essere compresso il diritto all’informazione dei cittadini. La diffamazione va depenalizzata, completamente, evitando l’introduzione di sanzioni pecuniarie impossibili: illecita, e quindi risarcibile in sede esclusivamente civile, deve essere solo la pubblicazione, allo scopo di danneggiare la reputazione altrui, di notizie false, la cui falsità è nota a chi commette l’atto. Lo svolgimento dell’attività giornalistica deve diventare esimente per i reati connessi all’attività informativa – con le rare eccezioni dettate dal buon senso – mentre i risarcimenti civili residuali devono essere commisurati alle effettive capacità economiche del giornalista, come già richiede la giurisprudenza europea, che va più esplicitamente recepita. Le forme di Slapp che dovessero risultare ancora possibili devono essere disincentivate, una volta riconosciute come tali, con sanzioni importanti che colpiscano, se non altro dal punto di vista disciplinare, anche gli avvocati come avviene in California, uno dei sistemi considerati più efficaci contro questo fenomeno. La clausola di coscienza, che permette ai giornalisti di non scrivere un articolo per ragioni etiche, deve essere riconosciuta per via legislativa, come in Francia; e così il diritto di non firmare.

I consigli di disciplina territoriale devono poter pubblicare le proprie decisioni anche sulle testate coinvolte: hanno più importanza il valore segnaletico delle sentenze e le loro motivazioni rispetto alla gravità delle sanzioni che un complesso sistema di ricorsi – fino a cinque gradi di giudizio – rende vuote e spesso inique per i costi che comporta; al punto che non sarebbe fuori luogo immaginarne l’abrogazione.

La lista potrebbe continuare: lo stesso Ordine dei giornalisti, ormai vecchio, richiede interventi molto lontani da quelli che l’attuale disegno di legge delega in discussione al Senato sembra voler disegnare. Le procedure vanno semplificate, le risorse a sua disposizione vanno destinate prioritariamente a una formazione continua sempre migliore di cui, tenuto conto delle specificità del nostro lavoro, va incentivata la frequenza (anche attraverso permessi retribuiti) e non punita l’inadempienza.

Qui si vogliono indicare però soltanto le priorità, gli interventi che sono necessari per evitare il declino. L’auspicio, ora, è che si apra una discussione ampia – in tutta la società civile e non solo nel mondo politico – su questi temi. Se si vuole un potere legittimo, serve un controllo credibile. Se si vuole un controllo credibile, serve un giornalismo che possa lavorare.

( Saluto introduttivo al corso webinar La minaccia delle Slapp (Strategic Lawsuit Against Public Participation) alla libertà di informazione del 28 gennaio 2026 )

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Riccardo Sorrentino