‘LA MASCHERA E IL VOLTO’
MOSTRA COLLETTIVA: LUCIA CANEPA, ADA CHINI, TOMMASO NANNI, VANIA PERALE, FRANCESCA RIVA, MARTA SLAVKOVSKA, ALESSANDRO MATTA, MARIA ELENA RITORTO, GIOVANNI DI CEGLIE, JOSEFINA TEMIN.
MOSTRE PERSONALI: Angelo Cucchi e Giuseppe Comazzi
dialogano
tra arte contemporanea internazionale
e prestigiosi reperti antichi orientali
‘La maschera e il volto’, a cura di Pino Mantovani e Guido Folco, non è solo una mostra di arte contemporanea che presenta opere di pittura, scultura, fotografia, installazioni, ma anche un salto nel passato e nell’affascinante universo dell’arte orientale tradizionale e tribale, in particolare dei territorio dell’Indonesia e delle isole che ne formano l’arcipelago. Questo, grazie all’esposizione di maschere tipiche di quel territorio, così lontano e misterioso, eppure così vicino, per certi versi, alla cultura occidentale della Commedia dell’Arte.
La maschera intesa quindi come elemento decorativo, certamente, ma soprattutto presenza sacrale e ancestrale, per esorcizzare paure ataviche, porsi in contatto e in dialogo con le divinità, per richiamare fertilità e benessere, in una sorta di duplicazione corporea e spirituale. Il prestito di queste maschere antiche, provenienti da una preziosa collezione privata, fanno da cornice alla mostra di sculture di Angelo Cucchi e alle fotografie di Giuseppe Comazzi.
Angelo Cucchi, tra i maggiori scenografi italiani, ricrea con le sue sculture realizzate con elementi di recupero, macchinari futuristici, presenze totemiche, maschere, appunto, del nostro subconscio e della nostra storia.
Giuseppe Comazzi, da sempre fotografo attento e rigoroso nella tecnica, ha invece selezionato una serie di scatti dedicati ai grandi artisti del Novecento, anch’essi ‘maschere’, quindi, che rientrano nella sua passione per l’incontro, l’amicizia, la condivisone di emozioni, che ha provato anche fotografando grandi maestri e attori del passato e di oggi.
TESTO CRITICO DI PINO MANTOVANI
L’ affermazione di Bruno Gambarotta che “il lavoro dello scenografo è destinato a scomparire dopo la rappresentazione”, insomma quando si esaurisca la sua funzione di introdurre e ambientare l’azione a teatro, in televisione, al cinema (funzione importante ma ancillare nel definire l’atmosfera del racconto e coinvolgere emotivamente lo spettatore) è ragionevole, anzi fondamentale nella sua apparente semplicità.
Angelo Cucchi, che per anni ha praticato “il lavoro dello scenografo”, collaborando specialmente con Eugenio Guglielminetti, lo sa, e non è sua intenzione controbattere, eventualmente evocando tempi remoti nei quali era proprio la scena il dato costante pre-disposto alle variabili transitorie della rappresentazione (alludo ai teatri antichi e ai teatri rinascimentali, a scena fissa nei generi codificati).
Il suo impegno si innesta sulla situazione attuale, del teatro borghese nella sua fase matura, dove il centro è rappresentato dalla messa in scena critica dei testi. La sua proposta da artista autonomo parte dalla consapevolezza di questo centro, e dal tentativo di far diventare proprio la scena il “personaggio protagonista”, svuotandola degli accidenti descrittivi e narrativi e recuperandone la sostanza di scatola magica, o concentrandola in una “figura” sintetica pressoché antropomorfa, costruita con i residui materiali di ciò che ha costituito l’evidenza del reale, perché no, del reale finto della rappresentazione. Guglielminetti, in un convinto scritto che ha dedicato all’amico e collaboratore, richiama giustamente la lezione delle avanguardie storiche: in particolare Dadaismo e Surrealismo (Alberto Giacometti e Max Ernst in testa, creatori di originali feticci) e il Futurismo che soprattutto con Prampolini ha dato tanto alla scena, puntando su colori luci e dinamismo. Di suo, nel costruire figure/scena o scene/figura, Cucchi ci mette la intenzione di non buttare via nulla, e la voglia di sperimentare e scoprire relazioni tra frammenti dispersi esplosi smarriti, di ricondurre alla vita con una azione da stregone animista ciò che il pensiero comune ha scartato come insignificante. In tutto questo il colore ha gran parte, come tutti gli umori che “animano” i corpi.
Il mestiere che Giuseppe Comazzi pratica da sempre è la fotografia: la fotografia come documento del vero, nelle sue forme più varie, e in particolare come registrazione del lavoro in atto o depositato o di verifica visiva e tattile degli artisti, con i quali ha rapporto privilegiato. L’area, però, dove esercita con i risultati a mio giudizio più significativi il suo impegno creativo è il ritratto. E’ una forzatura chiedersi se il ritratto, in particolare il ritratto fotografico, sia un’operazione magica? Qui non importa tanto l’aspetto antropologico, quanto sottolineare l’efficacia con la quale la foto, senza niente concedere al trucco e all’artificio, riconosce e sancisce in un aspetto specifico il carattere la natura l’unicità di una persona. Quello che resta di una persona estrapolata dal contesto o colta in un’azione significativa, la fotografia – non meno della pittura, anche se la strategia è quasi opposta, basata in un caso sulla velocità istantanea della presa, nell’altro sulla lentezza della osservazione e del travaso – la fotografia, naturalmente la fotografia del grande fotografo, lo raccoglie e lo stabilizza in immagine per così dire definitiva, se può essere definitiva una forma in un tempo come il nostro continuamente distratto dalla molteplicità del transeunte e sedotto dall’informe. In un certo senso, si ripropone quello che abbiamo segnalato circa il rapporto fra la scena e la figura unica nella quale coagula il senso della rappresentazione: scattare una fotografia/ritratto presuppone un colloquio fra le parti, una storia (anzi due storie che s’incontrano, un dramma) , ma è in un attimo esclusivo, eventualmente scelto dopo – dopo tanti scatti di prova e sviluppi particolarmente attenti – che l’occhio fotografico trova la perfetta messa a fuoco, dove s’intrecciano in una immagine definitiva l’espressività dell’oggetto ritratto e la intensità dell’attenzione dedicata dal soggetto ritraente. Non è certo un caso che i personaggi ritratti da Comazzi appartengano alla categoria dei creativi: su di loro l’occhio vivente dell’osservatore e l’occhio meccanico possono esercitare la presa con certezza di risultati. “Miti visivi per volti sovrani” recitava il titolo di un’altra fra le rare mostre di Comazzi. Per Cucchi, simmetricamente, potrebbe essere “Miti visivi per drammi esemplari“.
GLI AUTORI:
ANGELO CUCCHI
Angelo Cucchi, nato nel dicembre del 1949 a Torino è figlio d’arte, suo padre è stato uno scultore intagliatore del legno, antiquario e restauratore e con lui ha imparato il mestiere da giovanissimo.
Il suo interesse particolare per lo spettacolo lo ha spinto verso questa direzione ed è stato assunto alla RAI, Centro di produzione Tv, sede del Piemonte dove si è specializzato come pittore realizzatore e infine scenografo, poi nel tempo, la scelta di dedicarsi alla libera professione.
Ha studiato disegno e decorazione all’Istituto San Carlo in Torino e successivamente scenografia, diplomandosi all’Accademia di Belle Arti Albertina di Torino.
Si è occupato di scenografia e allestimenti per lo spettacolo, Tv, cinema, pubblicità, teatro e balletto. In particolare il Festival internazionale di balletto di Miami Beach in Florida al Colony Theatre, alternando realizzazioni di allestimenti museali, mostre d’arte anche contemporanea e allestimenti progetto di Gae Aulenti al Palazzo Ducale di Genova, capitale della Cultura 2006. A seguire, mostre di archeologia, scienze naturali e altre tra cui ‘Nefertari Luce d’Egitto’, che gli ha aperto la strada a collaborazioni con il Museo Egizio di Torino, il Museo di Scienze Naturali e altri musei archeologici in Italia e all’estero; in particolare in Francia, a Nizza Museo Cimièz, e la realizzazione di opere permanenti per il Museo Archeologico Ridola della città di Matera, per il Museo del vino e del territorio di Canelli e per la collezione archeologica permanente dell’Abbazia di Montserrat presso Barcellona. Ha proseguito con realizzazioni di interventi particolari di scenografia per il Palazzo delle Esposizioni di Roma in occasione del bicentenario della nascita di Charles Darwin, realizzando la ricostruzione dello studio dello scienziato, per il progetto allestitivo dell’architetto Marisa Coppiano e in altre diverse collaborazioni: ‘Tehotihuacan La città degli Dei atzechi’, ‘Homo Sapiens’, ‘La Via della Seta’ e altre realizzazioni di tipo museale permanenti. Allestimenti di stand istituzionali per il Salone del Libro e varie altre mostre per l’Assessorato alla Cultura della Regione Piemonte.
Si è dedicato a mostre di scultura ed assemblage, iniziando dalla Fondazione Franco Antonicelli, alla Galleria Zenith di Torino e altre manifestazioni, tra cui una partecipazione con due opere alla manifestazione ‘Artsdale’ a New York nel 1987; è stato invitato a condurre due stages sulla scenografia, sia progettuale che di realizzazione, al Centro Culturale De Broon Art Centre di Ommen in Olanda nel 1992.
Gli è stato dedicato un servizio tv per RAI TRE e una pagina dedicata sulla rivista ‘Gran Bazaar Italia’ edito da Elemond e sulla rivista ‘Habitat’.
Ama collezionare antichità e oggetti etnici provenienti dal mondo.
Si ritiene fortunato per aver avuto l’opportunità di svolgere una professione che lo stimolava a conoscere nuovi percorsi culturali affascinanti e lo gratificava culturalmente…. e non è poco. Ama viaggiare e anche scrivere.
HANNO SCRITTO DI LUI, TRA GLI ALTRI: Aldo Spinardi, Massimo Centini, Eugenio Guglielmietti, Bruno Gambarotta, Franco Caresio, Pino Mantovani.
L’assemblage, un fenomeno che sconfina nella scultura, trova la sua giustificazione nel fanatismo espressivo che è proprio di un’epoca pervasa da inquietudine creativa come la nostra. Un modo spettacolare di interpertazione della realtà riportandola a nuovi moduli. Angelo Cucchi è un amico, un artista e scenografo con cui ho condiviso momenti di intesa, alleanza e collaborazione nel nostro (a volte) effimero lavoro. Ha ben inteso la lezione che ha lontane radici nel Surrealismo e nel Dadismo storico, rifacendosi ad aspetti estetici di un Giacometti o di un Max Ernst. Il rapporto tra “Sfere sospese” di Giacometti del 1930 e “Scultura n°1” sono evidenti, così come in “Lop lop” di Max Ernst .
Una emotività coloristica che va al di là dell’assemblage e che forse è la fondamentale caratteristica di questa pittura-scultura, così come certe divagazioni futuristiche che scaturiscono da forme rigurgitanti, trovando giustificazione nel linguaggio pittorico. Resta intatto e diffuso il senso del colore che esprime i segreti di una intensa sensibilità.
Eugenio Guglieminetti, Scenografo pittore e scrittore
Il lavoro dello scenografo è destinato a scomparire dopo la rappresentazione della scena, sia essa in teatro che in televisione o nelle immagini rapide e susseguenti del cinema. Pochi sanno ricordare uno spettacolo per la scenografia, colpiti dalla bellezza. Qui entra in primo piano la funzionalità del “mestiere dello scenografo” . Una scena non è bella in quanto fine a se stessa, ma adatta a fare da cornice, da ambiente, quindi da coinvolgimento ed entrare nell’anima del racconto con la sua presenza magari discreta, ma irrinunciabile. La luce ne è devoto vassallo e ne disegna i controni, creandone l’atmosfera e le emozioni.
Angelo Cucchi ha tentato con successo la prosecuzione, ridotta alla citazione in alcune opere come ridotti ed emblematici teatrini, dandone vita con materiali probabilmente destinati al rifiuto, ma decontestualizzandone il significato, li ha aggregati, rendendone possibile una nuova interpretazione, un riscatto dalla apparente banalità che questi possono rappresentare.
Bruno Gambarotta, Regista, attore e scrittore
GIUSEPPE COMAZZI
Giuseppe Comazzi è nato a Lecce il 9 Marzo 1954, diplomato al Liceo Artistico di Torino, vive e lavora a Torino. Fa le sue prime esperienze fotografiche nel 1977 con la lavorazione del film “Anni duri alla Fiat” di Gian Vittorio Baldi. Di questa esperienza esiste documentazione nel settimanale “Giorni” del 20 Aprile 1977 e sul quotidiano “La Repubblica” del 27 Gennaio 1979.
Negli anni tra l’80 e il ‘96 realizza servizi sugli spettacoli della Compagnia di Teatro Danza “SUTKI” diretta da Anna Sagna, sia sul territorio nazionale che nelle tournées di Germania, Cecoslovacchia, Ungheria, Irlanda e Jugoslavia. Nel 1981 realizza un servizio sul deserto del Sahara tunisino e algerino in un’escursione fino a Tamanrasset e sull’altipiano dell’Ahaggar.
Nel 1990 prende parte alla lavorazione degli “Ultimi giorni dell’umanità” di Karl Kraus, messo in scena al Lingotto di Torino, per la Regia di Luca Ronconi. Nel 1990 prende parte alla produzione di Nevio Boni e Luciana Piccardi del documentario “Africa paese mio” sul Lago Turkana” (Kenya nord-occidentale), andata in onda il 24 Marzo 1993 sul programma di RAI 3 “Geo”. Collaboratore del filmato era l’antropologo Alberto Salza.
Ha inoltre lavorato alla realizzazione di fototipi dei pittori e artisti: Sabrina Costantini Always, Nino Aimone, Giuseppe Armenia, Laura Avandoglio, Ermanno Barovero, Umberto Baglioni, Marco Bagnoli, Per Barclay, Afro Libio Basaldella, Massimo Bertoli, Pia Bevilacqua, Antonio Calderara, Francesco Casorati, Luigi Comazzi, Eugenio Comencini, Angelo Cucchi, Dudi D’Agostini, Dadamaino (Edoarda Emilia Maino), Mario Davico, Sandro De Alexandris, Fortunato Depero, Albino Galvano, Marco Gastini, Piero Gilardi, Guido Giordano, Carlo Giuliano, Luigi Gorza, Horiki Katsutomi, Per Kirkeby, Francesco Lauretta, Bice Lazzari, Santo Leonardo, Arrigo Lora Totino, Emanuele Luzzati, Luigi Mainolfi, Pino Mantovani, Umberto Mastroianni, Mario Merz, Aldo Mondino, Claudio Olivieri, Enrico Paulucci, Davide Peiretti, Michelangelo Pistoletto, Huang Po Yong, Serghej Potapenko, Francesco Preverino, Carol Rama, Renzo Regosa, Gerhard Richter, Alfredo Romano, Shinya Sakurai, Marina Sasso, Germana Sciacovelli, Adriano Sicbaldi, Susanna Solano, Mario Surbone, Sofu Teshigahara, Imai Toshimitsu, Roberta Verteramo, Gilberto Zorio.
Tra le mostre principali si segnalano: la mostra collettiva della VI Biennale d’arte e vino Langa Roero di Piobesi d’Alba del 2002; le mostre personali ‘Volti sovrani’ con il patrocinio della Fondazione italiana di Fotografia presso l’Enoteca Al Sorij di Torino del 2005 e quella del 2006 alla Trattoria dell’Archivio di Torino; ‘Anime’ del 2013 curata da Ki-gallery
di Fulvio Colangelo nell’ambito di ‘FotoMovida’; ‘Frammenti d’amicizia’ del 2016 al Caffè ristoro Barbagusto di Torino.
Hanno scritto di lui, fra gli altri, Angelo Cucchi, Pino Mantovani, Guido Folco.
TITOLO MOSTRA: ‘LA MASCHERA E IL VOLTO, Angelo Cucchi e Giuseppe Comazzi’
SEDE ESPOSITIVA: Museo MIIT, corso Cairoli 4 – Torino
DATE MOSTRA: 12-28 Febbraio 2026
INAUGURAZIONE: Giovedì 12 Febbraio 2026 dalle ore 18.00
ORARI VISITE: dal martedì al sabato 15.30-19.30 – info: 011.8129776 / 334.3135903