La crisi umanitaria in Siria non è terminata con la fine della guerra. Chi torna nel Paese non trova nulla: la maggior parte delle infrastrutture sono state rase al suolo durante la guerra e si rischiano nuovi conflitti locali.
Il 15 marzo 2011 cominciava in Siria una lunga guerra che ha portato il Paese allo stremo e costretto milioni di persone a fuggire dalle proprie città e fuori dai confini nazionali. Con la caduta del regime, nel dicembre 2024, però i bisogni della popolazione sono rimasti enormi e le condizioni di vita delle persone sono rimaste estremamente difficili.
Se da un lato il cambio di governo ha segnato un momento di trasformazione senza precedenti, la realtà sul campo per milioni di siriani rimane fatta di instabilità sistemica, collasso economico e una lotta quotidiana per la sopravvivenza.
È vero che il 2025 ha visto un’ondata significativa di ritorni in Siria — oltre 1,2 milioni di sfollati interni e mezzo milione di rifugiati — ma queste persone spesso sono tornate senza trovare nulla. La maggior parte delle infrastrutture vitali (ospedali, scuole e reti idriche) è stata rasa al suolo durante il conflitto o resa inutilizzabile.
I numeri restano sconvolgenti. Si stima che 16,7 milioni di persone in Siria abbiano bisogno di assistenza umanitaria: quasi il 70% della popolazione.
A tutto questo, dal 2 marzo scorso, si sono aggiunte le conseguenze della guerra tra Stati Uniti/Israele e Iran che sta coinvolgendo tutto il Medio Oriente. Questa crisi sta determinando adesso in Siria un’ondata di rientri di rifugiati siriani dal Libano, colpito quotidianamente dagli attacchi israeliani.
Al 10 marzo, le agenzie umanitarie hanno registrato circa 85.000–90.000 persone entrate in Siria attraverso i principali valichi di frontiera, tra cui Jdeidet Yabous e Jousieh. Questo afflusso è composto da due gruppi distinti:
- Rimpatriati siriani (93%): Migliaia di famiglie che vivevano in Libano da oltre un decennio stanno ora fuggendo verso la Siria. Una decisione dettata non da condizioni favorevoli sul campo, ma dalla necessità di salvarsi la vita, poiché le loro case in Libano sono state colpite dagli attacchi aerei e dalle operazioni militari israeliane.
- Cittadini libanesi (7%): Per la prima volta dopo anni, un numero significativo di famiglie libanesi cerca rifugio temporaneo in Siria o transita verso altre destinazioni nella regione.
“Il ritorno in Siria porta con sé la speranza di ricostruire, ma anche il rischio di nuovi conflitti locali sui diritti di proprietà, una grave carenza di servizi di base e il pericolo di ulteriori sfollamenti“, spiega Marianne El Kallassy, Capo Missione di INTERSOS in Siria. “Ricostruire la vita in Siria è estremamente difficile. – aggiunge El Kallassy– Dobbiamo iniziare garantendo un ritorno sicuro e dignitoso per gli sfollati, rispondendo contemporaneamente ai bisogni umanitari urgenti dei più vulnerabili”.
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INTERSOS, attiva in Siria da oltre cinque anni, continua a fornire assistenza vitale e protezione alle comunità più vulnerabili, concentrandosi su chi fa ritorno in case distrutte e in aree ancora piagate dall’insicurezza.
I nostri team sono nei governatorati di Hama, Idlib e Rural Damascus e forniscono:
- Servizi di Protezione: gestione dei casi di violenza di genere e protezione dei minori, assistenza legale per i diritti civili e abitativi, ed educazione ai rischi degli ordigni inesplosi. Monitoriamo i rischi sistemici e garantiamo supporto per la salute mentale.
- Salute e Nutrizione: servizi sanitari integrati tramite team medici fissi e mobili per raggiungere le aree remote, fornendo cure primarie e servizi di salute riproduttiva.
- Educazione: Supporto alla riabilitazione delle scuole e istruzione non formale per i bambini che hanno perso anni di studio.
- Mezzi di Sussistenza: formazione professionale, tirocini e sessioni imprenditoriali, distribuzione di kit di avviamento e sovvenzioni per piccole imprese.
- Bisogni Primari: distribuzione di kit igienici, materiali per l’inverno e kit di dignità per donne e ragazze.