La nostra capo missione in Siria, Marianne El Kallassy, racconta cos’è la Siria oggi: un Paese sospeso tra un passato dustrutto e un futuro difficile da scorgere. Un Paese dove la fine della guerra non ha rappresentato la fine della crisi umanitaria, che è anzi ai massimi storici, e dove, in questi ultimi giorni, la crisi in corso in Medio Oriente sta avendo le sue ripercussioni.
In Siria, camminando per le strade della Hama rurale, del sud di Idlib o della periferia di Damasco, si viene colpiti da un silenzio che appare pesante, quasi fisico. Dopo quindici anni di crisi -parliamo di una crisi umanitaria iniziata a marzo del 2011, con l’inizio della guerra, e non conclusa con la fine di essa, nel 2024- le persone qui vivono in uno stato di “provvisorio permanente”: una vita sospesa tra una casa che non esiste più e un futuro che non riescono ancora a scorgere. C’è un esaurimento profondo, viscerale, che trascende la politica. È la stanchezza di una popolazione che ha dimenticato cosa significhi vivere senza un “meccanismo di difesa” sempre attivo.
Mentre attraversiamo i primi tre mesi del 2026, il panorama umanitario in Siria sta subendo la trasformazione più profonda degli ultimi dieci anni. Per chi di noi si trova sul campo, la narrazione è passata da un conflitto statico a un’era dinamica, seppur fragile, di massicci spostamenti di popolazione e transizione sistemica.
Mentre i titoli geopolitici si concentrano su nuovi accordi e il ripristino dei legami diplomatici, la realtà umanitaria rimane una corsa contro il tempo per sostenere milioni di persone intrappolate tra un passato concluso e un futuro incerto.
Spostamenti e risposta umanitaria
Nonostante l’alto volume di rientri, la comunità umanitaria continua a monitorare una complessa realtà di sfollamento interno. Le instabili condizioni di sicurezza in alcune sacche localizzate — osservate di recente in parti del sud e nelle campagne costiere — hanno innescato ondate secondarie di movimento, con oltre 128.000 persone recentemente sfollate solo nei governatorati di Aleppo e Al-Hasakeh. Queste ondate sono spesso una risposta di sopravvivenza a escalation locali o alla improvvisa perdita di accesso ai servizi di base.
Per organizzazioni come INTERSOS, ciò richiede una risposta a doppio binario: mantenere la prontezza d’emergenza per fornire rifugio immediato, assistenza sanitaria e protezione ai nuovi sfollati, e contemporaneamente potenziare gli sforzi di reintegrazione a lungo termine. Questa fluidità ci ricorda che lo sfollamento in Siria non è ancora un capitolo chiuso, ma una sfida continua che richiede un monitoraggio costante e neutrale dei rischi di protezione.
I rientri dal Libano nelle ultime settimane
Il tratto distintivo del 2026 è l’entità dei ritorni. Dai cambiamenti politici della fine del 2024 e durante tutto il 2025, abbiamo assistito al rientro di quasi 1,5 milioni di rifugiati dai paesi vicini, insieme a 1,7 milioni di sfollati interni che tornano alle loro aree di origine.
Nelle ultime settimane, l’escalation del conflitto nella regione ha costretto molti rifugiati siriani – circa 90mila- a tornare: una decisione dettata non da condizioni favorevoli sul terreno, ma dalla necessità di fuggire per salvarsi la vita, poiché le loro case in Libano sono state colpite dai bombardamenti aerei e dalle operazioni militari israeliane.
Tuttavia, tornare a casa raramente rappresenta una conclusione semplice. Molti tornano trovando le proprie abitazioni in macerie, i terreni contaminati da ordigni inesplosi e le scuole o cliniche locali non funzionanti.
Per INTERSOS, il focus si è spostato verso la risposta ai bisogni vitali immediati attraverso soluzioni sostenibili: il monitoraggio e protezione per garantire la sicurezza e la dignità di chi si reinserisce nelle comunità, con un’attenzione particolare ai gruppi più vulnerabili; i servizi sanitari con assistenza sanitaria primaria essenziale e supporto psicosociale; riabilitazione delle infrastrutture con il ripristino di centri sanitari, scuole e infrastrutture di base per garantire l’accesso ai servizi; assistenza legale per aiutare le famiglie a recuperare documenti civili e diritti di proprietà.
Andare oltre l’aiuto d’emergenza
La comunità internazionale non deve scambiare il cambiamento del clima politico per una diminuzione del bisogno umanitario. Con 16,5 milioni di persone che necessitano ancora di assistenza, il fabbisogno di finanziamenti di 3,2 miliardi di dollari per il 2026 non è solo un numero: rappresenta la linfa vitale per la ripresa della Siria.
Noi di INTERSOS restiamo impegnati nel nostro rapporto di collaborazione con i diversi ministeri competenti, attori internazionali e nazionali, e stakeholder, mettendo le comunità al centro del nostro intervento. Il nostro obiettivo è andare oltre il semplice “aiuto d’emergenza” per costruire l’autosufficienza del popolo siriano.
La Siria è a un bivio. Abbiamo una finestra di opportunità per assicurarci che i milioni di persone che tornano alle proprie case trovino qualcosa di più di semplici mura: che trovino un futuro.