Dopo il liceo classico sarò destinata/o alle materie umanistiche per sempre? | Rizzoli Education

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Siamo cresciuti con una strana etichetta appiccicata sulla fronte fin dall’adolescenza: o sei un “tipo da materie letterarie” o sei un “genio della matematica”. È una narrazione che ci portiamo dietro come un’ombra, un binario che sembra costringerci a una direzione sola. Se hai scelto il liceo classico, il linguistico o le scienze umane, probabilmente ti sarai sentito/a dire almeno una volta, con quel tono tra lo stupito e il preoccupato: “Ma come, proprio tu vuoi fare Ingegneria? Ma non hai fatto il classico?”. Come se aver studiato il greco antico fosse un virus che ti rende immune alla comprensione della fisica, o come se le tue mani, abituate a sfogliare il Rocci – per chi non lo conoscesse, un famigerato dizionario di Greco – non potessero mai imparare a scrivere righe di codice.

Ma sei sicura che sarai in grado di studiare materie scientifiche dopo il classico?

Questa domanda, che sembra innocua, nasconde un errore profondo, cioè quello di pensare che la cultura sia un vestito che ti cuci addosso a tredici anni e che deve andarti bene per tutta la vita. 

Ma la verità è che il percorso di studi che hai scelto non è una gabbia, né un recinto che delimita dove puoi e dove non puoi camminare. È, invece, una cassetta degli attrezzi, piena di strumenti che puoi portarti dietro ovunque, anche in territori che sembrano lontanissimi da quelli in cui li hai ricevuti.

La mia storia è l’esempio di questo “cambio di rotta” che poi, a guardarlo bene da adulta, così drastico non è. 

Il mio percorso: dalle medie al liceo classico

Alle medie ero quella brava in matematica, quella che trovava conforto nella precisione dei numeri, eppure sentivo il richiamo di un altro mondo: quello della comunicazione. Sognavo di lavorare come autrice e conduttrice televisiva, e pensavo che il giornalismo fosse la mia strada. Avevo ragione, anche se ora sono un’ingegnera.

Nella mia città c’era un liceo classico con una curvatura specifica proprio sulla comunicazione e l’ho scelto per quello, non per scappare dalle equazioni, ma per rincorrere i miei sogni. Spesso, infatti, sento dire “ho fatto il classico perché facevo schifo in matematica”. A me, invece, la matematica piaceva molto.

Eppure, alle superiori ho fatto poca matematica, quasi niente. Ho cambiato professori ogni anno, vivendo in quella strana terra di mezzo dove le uniche basi davvero solide che avevo erano quelle delle medie, ormai lontane e impolverate. 

Dal liceo classico a Ingegneria

Quando è arrivato il momento di scegliere l’università, ho fatto quello che molti definirebbero un “salto nel buio”: mi sono iscritta a Ingegneria. Volevo cambiare aria, letteralmente. Volevo studiare delle materie che non avevo approfondito negli anni delle superiori, delle materie profondamente nuove, che soddisfacessero la mia costante voglia di imparare qualcosa di nuovo. Decido così di iscrivermi a Ingegneria Gestionale.

Il pregiudizio, però, è sempre pronto a scattare: se studi le lingue morte, allora la tua mente è “impostata” solo per il passato. Peccato che la mente non è un computer che puoi formattare una volta sola: mi piace vederlo più come un elastico che può tendersi in direzioni opposte senza spezzarsi.

All’inizio ero spaventata, lo ammetto. Mi sentivo come se stessi cercando di scalare una montagna con le scarpe da ballo e ovviamente, tutti mi sembravano migliori di me, solo perché venivano dal Liceo Scientifico. Ho passato il primo semestre di lezioni a essere convinta di essere un bel po’ indietro. Effettivamente, un po’ lo ero. Alcuni concetti che per gli altri erano banali, per me erano nuove scoperte. 

Avevo fatto quasi pace con questa idea (inscalfibile nella mia testa) fino a quando non inizia la prima sessione esami, la vera resa dei conti. Qui, passo gli esami che avevo preparato dignitosamente. Passo al primo colpo perfino Analisi 1, esame che quando sei matricola ti vendono come “il più difficile di tutta la laurea”. 

Spoiler: non è così, forse è persino il più semplice.

Il mio istinto, malsano e disfunzionale, di confrontarmi con gli altri compagni di corso non mi abbandona nemmeno adesso, dopo una prima sessione tutto sommato soddisfacente. Questa volta però, non vedo più tutti come “geni”: alcuni compagni erano stati veramente una bomba, altri erano stati bocciati a degli esami, altri purtroppo non si erano portati a casa nessun esame. Ma come, loro che hanno fatto lo scientifico, che studiano materie STEM da tutta la vita, non sono stati necessariamente più “bravi” di me? 

Ecco, lì ho capito che, uscita dal liceo Classico, avevo sì delle difficoltà ad affrontare un’università scientifica. Ma queste erano in gran parte psicologiche: erano paure, più che reali limiti. 

In un certo senso, quando si inizia l’università, si parte tutti da 0. Non perché abbiamo tutti lo stesso bagaglio culturale, ma perché abbiamo tutti, più o meno, lo stesso bagaglio di vita. In alcune sessioni è normale superare tutti gli esami con voti molto alti; in altre può capitare di non passarne nemmeno uno. E’ la vita (universitaria).

Ho capito che a tredici anni, quando scegliamo le superiori, non stiamo scrivendo il nostro destino sulla pietra. Non stiamo incidendo un marchio indelebile sulla nostra pelle. Nemmeno quando scegliamo l’università stiamo firmando un contratto a vita senza clausole di rescissione. I percorsi della vita sono come fiumi: possono deviare, biforcarsi, sparire sottoterra per poi riemergere chilometri più avanti con una portata d’acqua completamente diversa.

Cosa mi sono portata dietro dal liceo Classico

Quello che ho scoperto, tra un esame di analisi e uno di programmazione, è che il mio background umanistico non era un peso morto nello zaino, ma il mio vero vantaggio competitivo. Se hai passato anni ad analizzare i testi, a cercare il senso profondo dietro una struttura sintattica complessa, hai già allenato la dote più preziosa per una scienziata o un ingegnere: il pensiero critico. Tradurre una versione di greco o decifrare un passo di filosofia richiede lo stesso identico rigore logico che serve per fare il reverse engineering di un software o per risolvere un problema di fisica teorica. È la stessa capacità di smontare un meccanismo complesso, capire come sono incastrati i pezzi e rimontarli per dargli un senso.

In un mondo dove la tecnologia corre e le nozioni invecchiano in sei mesi, non vince chi sa più formule a memoria. Vince chi sa “pensare il pensiero”, chi sa porsi le domande giuste, chi sa orchestrare le informazioni invece di limitarsi a subirle. Chi viene da un percorso umanistico ha imparato a dare una direzione al sapere, a non essere un utente passivo. Chi ha frequentato un istituto tecnico o un liceo scientifico avrà sviluppato altre competenze, altrettanto utili. 

Ma se penso ora, a 26 anni, con una laurea magistrale quasi in tasca, che ero così spaventata di non essere in grado di frequentare Ingegneria solo perché avevo fatto il Liceo classico, beh mi viene da ridere.

Dobbiamo smettere di guardare alla nostra istruzione come a un binario morto. Se oggi ti senti spaventato/a perché vorresti studiare astrofisica ma hai passato cinque anni a leggere Dante, ricorda che Dante stesso era un osservatore delle stelle. La distinzione tra “umanista” e “scienziato” è un’invenzione moderna, una separazione artificiale che non tiene conto della realtà. 

Il tuo diploma è solo un punto di partenza. Non temere di cambiare strada, di riconoscere che ciò che hai studiato finora non ti basta o di voler esplorare “l’altra parte”. Il salto nel buio fa paura solo finché non ti rendi conto che sei tu a tenere la torcia accesa. E quella torcia è fatta di tutto ciò che hai imparato, anche di quelle versioni di latino che sembravano inutili e che invece ti hanno insegnato la pazienza, la logica e la meraviglia della scoperta. 

Oggi sto finendo la magistrale in Ingegneria Informatica, ma lavoro anche nei media e nella comunicazione – proprio come sognavo! E chissà che cosa mi riserva il futuro. 

Di certo, la mia carriera non dipende dal liceo a cui mi sono iscritta a 12 anni. Sarebbe un po’ folle, no?

Rubrica a cura di Generazione Stem

Biografia autrice

Serena Aprano è una studentessa magistrale di Ingegneria Informatica, al Politecnico di Torino. Parallelamente lavora con i media digitali: dopo essere stata speaker e autrice radiofonica per diversi anni, oggi realizza video di divulgazione scientifica sui social (@serenaaprano su Instagram) e per Generazione STEM. Raccontare la tecnologia ai ragazzi è la cosa che la appassiona di più e un progetto nei media tradizionali come tv, libri e radio è il suo sogno. 

E’ segretaria di produzione presso un importante teatro di Torino rivolto alle nuove generazioni, per cui idea, realizza e coordina podcast e video-podcast rivolti ai ragazzi. Tiene incontri nelle scuole di ogni ordine e grado, in cui fa orientamento STEM e insegna ai ragazzi come pensare, scrivere e registrare podcast e format radiofonici.

Coordonnées
Andrea Padovan