Tregua, non tregua. Accordo sì o accordo no. Purtroppo gli atteggiamenti umorali dei leader del mondo ci fanno piombare in un caos globale e, come sempre, prima di tutti a patirlo sono le inerti popolazioni civili. Pensare di essere governati da persone che hanno come bussola l’umore (non è sicuramente la prima virtù che si cerca in un politico) è tornare indietro di secoli, nei secoli più bui della storia. A una situazione che si pensava consegnata ai libri e che invece si sta riproponendo con tutta la sua drammaticità e globalità.

Una delle parti del mondo da troppi anni martoriata è sicuramente il Libano, che sta vivendo giorni terribili. L’ennesimo scontro tra Hezbollah ed esercito israeliano è il più cruento di sempre.

Mentre i dati sul bilancio delle vittime e delle distruzioni sono ancora parziali, il settore agricolo libanese sta sprofondando in una crisi profonda.

Già indebolito da anni di instabilità economica, oggi subisce le ripercussioni di un conflitto che sta ridisegnando in modo profondo gli equilibri rurali del Paese, specialmente nel Sud. Ne parliamo con Barbara Massaad, scrittrice, fotografa ed esponente di Slow Food in Libano: «Sono stanca, così come lo sono tutti i libanesi che vivono in Libano e all’estero. È troppo tempo che questo bellissimo stato non conosce una pace vera. Dalla guerra civile in Libano 1975, che segnò un conflitto quindicennale. Anche recentemente le cose non sono migliorate, tra crisi economiche e politiche, corruzione dei governi, stallo politico. La crisi si è trasformata in un fallimento cronico dello Stato, caratterizzato da istituzioni indebolite, un’emigrazione continua e l’assenza di una ripresa economica o politica significativa. Si inserisce in questo contesto la guerra che vede l’Iran come protagonista, con un conflitto sempre più aspro tra Hezbollah e Israele che sta causando distruzione su vasta scala, sfollamenti e un aggravarsi della crisi umanitaria. Il Libano oggi non è solo in guerra ai propri confini; è sospeso tra uno Stato che cerca di riaffermare la propria autorità, una milizia che rifiuta di rinunciarvi e una forza esterna pronta a imporre l’esito con la forza. A ciò si aggiungono tensioni religiose ed etniche, estremismo e corruzione diffusa».

Un tempo le guerre si combattevano con gli eserciti che si affrontavano in un corpo a corpo sanguinari. Quante morti innocenti, quante generazioni cancellate, quanti soldati arruolati appartenenti alle classi più basse, mandati a morire senza sapere neanche il perché. Invece oggi la guerra è cambiata, la tecnologia la fa da padrona. Allora si parla di attacchi di precisione, di guerra chirurgica per indicare che si vanno solo più a colpire gli obiettivi che interessano. Ma poi non è così, anzi è esattamente il contrario. Le principali vittime sono i civili, uccisi o costretti a fuggire.

© Barbara Massaad – Archivio Slow Food

Quali sono le conseguenze di questa guerra sull’agricoltura?

«Con oltre 1,2 milioni di sfollati, gran parte della manodopera rurale è venuta meno. Interi cicli agricoli sono stati saltati: campi lasciati incolti, uliveti e frutteti bruciati o inaccessibili, sistemi di irrigazione danneggiati, interruzione delle forniture (carburante, sementi, fertilizzanti)». La parte più colpita dal conflitto è il Sud: la regione più strategica per la produzione agricola. Da solo, rappresenta circa il 10% della produzione agricola del Paese, una percentuale che sale al 15% se si include il sud della Bekaa.

«Molti villaggi di confine sono completamente spopolati. I terreni agricoli lungo la fascia di frontiera sono in gran parte inaccessibili. Intere zone sono insicure a causa dei bombardamenti e degli ordigni inesplosi. Non si può parlare di una cancellazione totale, ma piuttosto di un abbandono forzato su larga scala e di frammentazione. Gli agricoltori si trovano in una fase di sopravvivenza, non di produzione. Sono sfollati e non possono accedere alla terra. Coloro che rimangono affrontano rischi per la sicurezza quotidiani. I raccolti sono andati perduti ripetutamente. Le colture perenni come olivi e agrumi sono state danneggiate o trascurate. Le fonti di reddito sono completamente crollate».

Secondo l’agenzia di stampa libanese Nna il Ministero dell’Agricoltura del Libano ha definito preoccupante la situazione per la sicurezza alimentare del Paese, rivelando che circa il 22% della superficie agricola nazionale è stato danneggiato e il patrimonio zootecnico ha subito gravi perdite nella prima fase di attacchi da parte di Israele. Terreni che non saranno presto ristabiliti (come le foreste e corsi d’acqua) perché bombardati, contaminati da metalli pesanti: «Secondo quanto dichiarato pubblicamente dalle autorità libanesi, Israele sta spruzzando diserbanti dall’alto, tra cui il glifosato. Le analisi del suolo citate nei resoconti indicano concentrazioni elevate in modo anomalo nelle aree colpite. La questione è stata sollevata in ambito diplomatico e alle Nazioni Unite».

© Barbara Massaad – Archivio Slow Food

In effetti non c’è solo un calo di produzione ma anche danni ambientali. La distruzione dei terreni porta con sé una grave perdita della biodiversità. Economia, ambiente e organizzazione sociale. Contadini sfollati, mercati inesistenti, povertà. Studi economici sociali recenti parlano di 1,65 milioni di libanesi che stanno affrontando la fame: 3 bambini su 4 sono malnutriti e la situazione non migliorerà a breve termine, anche per via degli impatti ambientali prima menzionati.

«Non cerco compassione, ma desidero che le persone di buona volontà si mobilitino per invertire questa spirale internazionale di odio, affinché tutti possiamo vivere insieme su questo pianeta con dignità e in pace».