Siamo storditi, affranti, increduli.
Ma credo che a Carlo tutto questo sarebbe piaciuto: perché questo, in fondo, non è un funerale. O meglio: lo è ma, al tempo stesso, non lo è: c’è un’energia vitale che produce lacrime di dolore ma anche di gioia per la collettiva risonanza attorno a ciò che Carlo ci ha lasciato.
A nome dell’Università di cui è presidente, ringrazio le migliaia di persone qui presenti e tutte quelle che, in questi giorni, hanno fatto sentire la loro vicinanza alla nostra comunità.
Ho provato tante volte a scrivere questo discorso. Ogni volta cancellavo tutto. Perché il tempo delle parole riflettute e delle analisi compiute verrà, ma più avanti. Verrà il tempo di studiare, comprendere e approfondire davvero la ricchezza dei pensieri, delle idee e dei sentieri che Carlo ci ha aperto.
Ora è invece il momento di sentirci uniti nel suo spirito.
La frase scelta per oggi dice: “Chi semina utopia raccoglie realtà”.
Ed è perfetta. Perché Carlo è stato prima di tutto un seminatore.
Molti lo ricordano come un grande gastronomo, un innovatore del cibo, dell’agricoltura, della produzione. Ma chi lo ha conosciuto davvero sa che Carlo non poteva essere rinchiuso in nessuna etichetta. Nessun recinto lo conteneva.
La sua grandezza stava nella trasversalità, nella varietà e nella imprevedibilità.
Sapeva parlare a tutti: contadini, allevatori, pescatori, cuochi, artigiani, imprenditori, artisti, intellettuali, studenti, politici, accademici. Dal contadino al papa, dal pescatore al re.
E questa capacità nasceva dall’unione rarissima, direi unica, di due qualità: il carisma e la generosità.
Il carisma era un dono naturale.
La generosità, invece, era una scelta continua: la capacità di ascoltare, di accogliere idee, esperienze, persone. Carlo era un grande leader, ma anche qualcuno che sapeva imparare da chiunque, rielaborare tutto e restituirlo al mondo in modo nuovo.
È questo che rende il suo lascito così grande.
Ridurre Carlo alla gastronomia italiana sarebbe troppo poco.
Il suo orizzonte era universale. Con Slow Food, Terra Madre e l’Università ha realizzato progetti che hanno cambiato il modo di pensare il cibo, la terra, le comunità, il futuro. Ma soprattutto ha creato una rete umana planetaria.
Oggi la parola “genio” si usa troppo facilmente. Io non la uso quasi mai perché è inflazionata.
Ma per Carlo sì, è la parola giusta.
Genio nel senso più vero: la capacità di vedere prima degli altri ciò che ancora non esiste. Di intuire il futuro. Di immaginare possibilità dove gli altri vedevano soltanto rovine.
Ora tocca a noi.
Senza il suo carisma e senza la sua genialità, ma almeno con la stessa generosità, abbiamo il compito di portare avanti questo enorme patrimonio umano, culturale e civile.
E allora, in questi giorni, mi torna continuamente in mente la domanda che tutti noi gli facevamo:
«Che facciamo, Carlin?»
E quasi riesco ancora a sentire la sua voce, la sua mimica, il suo modo unico di incoraggiarci:
«Avanti tutta. Barra dritta e cuore oltre l’ostacolo».
Nicola Perullo, Rettore e Vicepresidente dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo
Qui la biografia di Carlo Petrini
In sua memoria è stata istituita la raccolta fondi su due progetti simbolo della sua eredità: gli Orti in Africa e le borse di studio per gli studenti dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo