L'Italia al contrario: più miliardari, più poveri. E la sinistra ha dimenticato le diseguaglianze - Partito Socialista Italiano

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di Lorenzo Cinquepalmi

Il rapporto della Banca d’Italia sull’entità e sulla distribuzione della ricchezza degli italiani potrebbe essere classificato come una non notizia, dato che è trimestrale ed è in linea con i dati dei trimestri precedenti. Diventa, però, un’occasione per provare ad attirare l’attenzione di tutti, politica e cittadini, soprattutto di quella grande parte dei cittadini che è direttamente investita dalle dinamiche che si muovono dietro quei dati. Bankitalia conferma che gli italiani sono, statisticamente, un popolo ricco: il patrimonio netto medio per famiglia è di 453 mila euro. Mai come in questo caso, però, la media è come il pollo di Trilussa; infatti, un’analisi più di dettaglio mostra che più del 60% del patrimonio dei cittadini italiani è concentrato nelle mani del 10% delle famiglie. In altre parole, un decimo degli italiani detiene il 60,6% del patrimonio netto degli italiani, cioè ricchezza meno debiti. E, sull’altro piatto della bilancia, c’è una metà degli italiani che, tutti insieme, arrivano ad avere solo il 7,2% della ricchezza netta. In mezzo, per differenza, troviamo un 40% di famiglie, l’ex ceto medio, che arriva a possedere circa il 30% della ricchezza complessiva. “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” Questo è il testo del secondo paragrafo dell’articolo 3 della Costituzione, quello in gran parte voluto e scritto da Lelio Basso. Il senso di questo principio costituzionale è che lo Stato, e dunque la politica, hanno il dovere di perseguire l’eguaglianza tra i cittadini colmando o, almeno, riducendo il divario economico che rende tanti di essi cittadini a metà, persone a metà, titolari di una libertà solo formale, perché sono privati dei mezzi elementari per esercitarla. Di questo, praticamente solo di questo, dovremmo sentir parlare la sinistra oggi. E purtroppo non accade. Non si sente un ragionamento su come sia stato possibile arrivare a questo punto. Sempre secondo i dati di Bankitalia, quello stesso 10% di italiani che detiene oggi più del 60% della ricchezza, nel 2008, meno di vent’anni fa, ne controllava il 40%: un terzo in meno. A metà degli anni ‘80 del ‘900 l’indice di Gini, che misura la distribuzione della ricchezza, classificava l’Italia alla pari della Svezia. Impossibile negare che in quattro decenni in Italia si è verificata una progressiva concentrazione della ricchezza nelle mani del 10% più ricco della popolazione, a scapito sia della classe media che di quella più povera. L’evoluzione del capitalismo, da manifatturiero a prevalentemente finanziario, ha ridimensionato significativamente gli effetti dell’interesse indiretto del produttore alla capacità di spesa del consumatore, esasperando il carattere predatorio del capitale, mentre la politica veniva marginalizzata dai processi economici, privando scientificamente le classi popolari, i lavoratori, lo stesso ceto medio, di una rappresentanza politica effettiva. Oggi, quella rappresentanza politica è solo apparente, grazie a decenni in cui la legge elettorale ha rescisso il rapporto tra elettore ed eletto col meccanismo maggioritario e con la cancellazione delle preferenze insieme a ogni altro strumento di scelta dei candidati da parte della base elettorale. Una politica autoreferenziale, un drastico ridimensionamento della rappresentatività e del contenuto del mandato elettorale, e lo scientifico impoverimento della formazione politica dei cittadini, hanno reso possibile e tuttora garantiscono il costante e quotidiano saccheggio delle risorse della maggioranza della popolazione a beneficio di quel 10% che prospera nel generale impoverimento. È una politica che ha consentito la progressiva asfissia del Paese, con il prodotto interno lordo che ha sostanzialmente smesso di crescere da decenni e, soprattutto, con i salari che, caso pressoché unico in occidente, si sono addirittura ridotti. I partiti e i leader che hanno rappresentato la sinistra in Italia negli ultimi trent’anni, che è l’arco di tempo che ci separa dal primo governo Prodi, portano sulle spalle la responsabilità storica di non avere saputo leggere, nella migliore delle ipotesi, o di non aver voluto contrastare, nella più probabile, la strategia del capitalismo finanziario globale, con il quale la parte più potente di quel 10% di ricchi si è invece posta in perfetta sintonia, tanto che una decina di miliardari possiede di più di milioni di persone della fascia meno abbiente, facendo del nostro Paese quello con la maggiore diseguaglianza d’Europa, alla faccia della Costituzione. Questa sinistra ha fallito. Ha fallito chi proclamava di avere abolito la povertà per decreto e invece difende con le unghie e coi denti il suo posto a tavola; ha fallito chi ha fatto strame delle grandi tradizioni dei partiti di massa del ‘900, dilapidandone il patrimonio per ridurli a comitati elettorali utili soltanto alla rielezione dei loro dirigenti. Hanno fallito i socialisti che, depositari degli ideali e degli strumenti per contrastare tutto questo, non sono riusciti a farlo. Abbiamo fallito, e intanto la gente soffre. Possiamo continuare?

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