La lite tra Trump e Meloni è la spia della profonda crisi dell'Occidente - Partito Socialista Italiano

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di Stefano Amoroso

Quando, nella serata italiana del 24 giugno, Trump ha attaccato, ancora una volta, i leader delle quattro principali economie europee, cioè Germania, Francia, Regno Unito ed Italia, lamentando il mancato aiuto contro l’Iran, a Roma più di qualcuno ha tirato un sospiro di sollievo: insomma, si saranno detti, alla fine siamo nella norma, visto che si parla di Donald Trump, e non siamo più additati come i nemici pubblici degli americani. Nelle precedenti 72 ore, però, a Palazzo Chigi e dintorni più di qualcuno ha tremato. Infatti, da sempre, anche un semplice rimprovero da Washington arriva a Roma con la potenza di un tuono. Figuriamoci, quindi, una serie di devastanti attacchi frontali, ripetuti e senza possibilità di fraintendimenti, rivolti dall’inquilino della Casa Bianca a quello di Palazzo Chigi. E questo non tanto per i rapporti bilaterali Italia-Usa (anche perché loro hanno bisogno di noi più di quanto noi abbiamo necessità di loro), quanto perché, di solito, il politico italiano che veniva attaccato da oltre Oceano veniva scaricato all’istante dagli alleati italiani: isolato, e allontanato da tutti come un appestato, faceva puntualmente una brutta fine politica. Per la Meloni, però, non c’è stato neanche il tempo di citare il famoso detto “mal comune, mezzo gaudio” che, puntualmente, è scoppiata un’altra grana. Infatti, il Segretario Generale della Nato, l’ex Primo Ministro olandese Mark Rutte, in visita negli Stati Uniti per il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza, rilasciando un’intervista alla Fox News ha snocciolato i dati dell’operazione militare “Epic Fury” che per quaranta giorni, tra il 28 febbraio e l’inizio di aprile di quest’anno, ha messo a ferro e fuoco l’Iran. Ebbene, secondo il navigato politico olandese, sono stati 5000 i voli militari statunitensi che sono partiti dall’Europa. E di questi, ben 500 dall’Italia. Anche se, molto probabilmente, si tratta unicamente di voli di ricognizione e di supporto logistico all’aviazione militare americana, è indubbio che abbiano svolto un ruolo importante nelle operazioni militari. Così come sono stati fondamentali i rifornimenti in volo garantiti dai 4 aerei cisterna italiani, oltre al trasporto di uomini e mezzi garantito dai 46 velivoli attualmente in forze all’Aeronautica Militare Italiana (siamo tra i più forti della Nato nel settore dei trasporti militari). Questo a dimostrazione del fatto che l’Italia non si è limitata, come ci era stato raccontato, a mettere a disposizione le basi militari, ma è stata una importantissima piattaforma logistica di uomini e mezzi. Con le basi in Medio Oriente sotto attacco iraniano, infatti, gli Stati Uniti hanno avuto bisogno del supporto dei Paesi Nato più vicini al teatro delle operazioni. Tra questi, oltre a Turchia, Grecia e Romania, c’è stata l’Italia. Dopo le parole di Rutte, apriti cielo. A Roma, infatti, dove per qualche ora era stata fatta circolare l’idea che la Meloni fosse stata criticata per aver tenuto la schiena dritta, a difesa degli interessi nazionali, anche di fronte alle richieste dell’alleato più potente, come fece Craxi a Sigonella, è scoppiato il caos. Le opposizioni sono montate su tutte le furie per denunciare il supporto alla guerra in Iran non dichiarato dal Governo, e non autorizzato dal Parlamento italiano. Mentre nella maggioranza si è reagito con qualche timida protesta e, in generale, un imbarazzato silenzio. Infatti, è ormai evidente che la Meloni si è comportata all’esatto opposto di Craxi: ha autorizzato l’uso delle basi ed ha supportato in maniera concreta una guerra che ha pubblicamente dichiarato di non condividere e che la maggioranza degli italiani giudica illegale. Al contrario, Bettino Craxi negò all’alleato americano l’uso illegale di una base italiana, ma non fece mai mancare il supporto e la fattiva collaborazione alla causa occidentale ed americana. Craxi, dunque, si comportò da vero statista italiano, ma amico degli Usa, mentre la Meloni si è comportata da serva di Trump e nemica degli interessi italiani. I quali, se continuano a pagare cifre stratosferiche per rifornirsi di luce e gas, sanno chi devono ringraziare: un Primo Ministro che non ha fatto nulla per spegnere l’incendio, ed anzi lo ha rinforzato. E poi, dulcis in fundo, si è pure beccata le critiche trumpiane. Ma cosa pretende il Presidente degli Stati Uniti? Innanzitutto, deve giustificare, davanti all’opinione pubblica americana, le ragioni di una bruciante sconfitta nata da un suo gravissimo errore di calcolo. E poi deve crearsi l’alibi nel caso, assai probabile, che le trattative con l’Iran vadano in stallo e non producano risultati positivi. Il che potrebbe portare ad una nuova chiusura dello Stretto di Hormuz, ed una nuova impennata dei prezzi della benzina e del gasolio. Oltre che ad una nuova fiammata inflazionistica. Le elezioni di medio termine incombono negli Stati Uniti, e le previsioni per i Repubblicani sono fosche: con un indice di gradimento bassissimo per la presidenza Trump, sono a rischio entrambi i rami del Parlamento e, quindi, i pieni poteri di un Presidente come Trump che pensava di poter fare tutto, e che rischia di trovarsi pesantemente ridimensionato. C’è però anche un dato di fondo, costante ed immutabile, nelle critiche di Trump agli alleati della Nato: il fatto di non farsi carico delle spese militari allo stesso modo degli Stati Uniti. Trump, e non da oggi, lamenta il fatto che gli Usa impiegano molti più mezzi, uomini e risorse su tutti gli scenari mondiali, a cominciare da quello europeo. Quindi, bene l’uso delle basi militari in Europa (ma la Spagna ha negato pure quelle) ma, nell’ottica di Trump, non è ancora abbastanza. La risposta europea, finora, è stata quella di un grande piano per il riarmo che consenta di sviluppare l’industria e la produzione europea. Ed il piano comincia a dare i suoi frutti: infatti, se l’Ucraina, da un anno e mezzo in qua, sta resistendo più che bene agli assalti russi, lo si deve alle forniture militari ed al supporto europeo. Inoltre, gli alleati europei, tranne casi isolati, non mancano nessuna occasione per ribadire, sia a parole che nei fatti, quanto siano orgogliosi dell’alleanza con gli Stati Uniti e convinti che la Nato sia un importante pilastro dell’alleanza occidentale. Quello che, però, nessun Paese europeo è disposto a fare, è andarsi ad infilare in avventure militari dai contorni indefiniti e privi di chiari obiettivi strategici. Da questo punto di vista, la caotica e vergognosa ritirata dall’Afghanistan del maggio 2021 è veramente un punto di non ritorno per tutti i governi europei, che non vogliono più ripetere errori simili. Questa divergenza strategica, unita alle crescenti disparità nella produttività industriale tra Europa e Stati Uniti (la prima produce molto più della seconda, che però guida sulle tecnologie più sofisticate), segna una divergenza strategica che Trump non capisce, o non vuole capire, ed è la spia della profonda crisi in cui versa l’Occidente. I nostri nemici, invece, sanno benissimo cosa vogliono (il Donbass per i russi, Taiwan per i cinesi, e così via), cooperano e si supportano, aspettando il momento favorevole per avanzare le loro pretese. Con le buone o le cattive.

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