Camminando tra i fiori scalzi, la voce di Nicola Pesce | Libri Mondadori

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Ho sempre detestato i romanzi d’amore.
Quando non hai niente da dire, la cosa più semplice è scrivere d’amore, di istanti eterni e di un sacco di cose adolescenziali che non si possono dimostrare.

Scrivere libri d’amore è falso un po’ come dire "Ti amo" con il solito secondo fine.
O come dirlo tante di quelle volte che perde ogni significato, e ti ritrovi questa gente chi si chiama "Amò" nei centri commerciali.

Poi purtroppo è successo. E non lo volevo.

L’amore c’era nei miei libri ma in modo incidentale. Capitava e ti ci bruciavi, come mi ci ero bruciato io a scriverlo. Ma non erano libri d’amore.

E nemmeno Camminando tra i fiori scalzi voleva esserlo.

Avevo iniziato a scriverlo con una idea ben precisa in testa.
Adoro l’inizio dei film, poi si guastano. All’inizio tutto è possibile.
E io avevo guardato uno di quei film ambientati in una meravigliosa Provenza. Li conoscete, sono belli ma li fanno con lo stampino. Quelli dove c’è un vecchio burbero che si ritrova con un nipote che non sapeva di avere. E imparano a conoscersi.

Volevo dire la mia su questo topos. Volevo far sentire al lettore, al bambino che ero stato, quanto sia difficile per un vecchio nonno o un vecchio padre dire le parole giuste.
Volevo far sentire al vecchio che sarò il panico di educare un ragazzino, di cercare di evitargli tutto il dolore che ho vissuto io, e vedere che lui non mi ascolta.

E infatti è successo. Il romanzo come sempre mi è sfuggito di mano. Il ragazzo, André, è scappato su una moto che lui e il vecchio avevano riparato pazientemente nel fienile. Ed è corso a soffrire, a lacerarsi.

Per innamorarsi davvero doveva prima succedere una cosa. Dovevo prima distruggere André. Gli ho fatto vedere quanto è brutto il mondo, quanto è brutta la gente. L’ho fatto bere, gli ho fatto fare i calli sulle mani. E quando è distrutto la incontra, Amaranta. Distrutta come lui.

Vanno in una baita nella neve. Rinunciano al mondo. Scorre il ruscello, soffia la bufera, spaccano la legna, si scaldano al fuoco, bevono vino e mangiano formaggi e salumi. Incontrano volpi e lupi e si amano lontani da tutto.

Ma i miei romanzi non sono bestie docili e non accettano da me né consigli né direttive. Il romanzo mi è sfuggito di nuovo. La penna voleva distruggere me. Voleva farmi più male possibile. E lo ha fatto. E ci sono alcuni capitoli dopo aver scritto i quali ho pianto mezz’ora con le braccia incrociate sul tavolo e la fronte poggiata.

E ho paura che sarà lo stesso per chi lo leggerà. È un romanzo selvatico. È come una bestia o come un rovo. Ogni volta che provo a rileggerne un pezzo mi graffia. Vi farete male.


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Redazione Mondadori Libri