Per tutelare i cittadini dalle fake news, ritorna periodicamente in Francia l’idea di dare un marchio di affidabilità ai giornali, non senza polemiche anche aspre. La soluzione del Conseil de déontologie journalistique et de médiation
di Riccardo Sorrentino
Etichettare i giornali? Dividerli tra seri e meno seri? La proposta del presidente francese Emmanuel Macron di assegnare alle testate una specie di marchio di qualità per garantire ai lettori una tutela dalle fake news ha scatenato violente critiche. Giuste, se non fossero strumentali e se non avessero un po’ tradito il pensiero del presidente. Anche se depurata dalle incrostazioni ideologiche e ricostruita la sua genealogia, quest’idea, in parte peraltro già realizzata in Francia, solleva però molte perplessità.
La provocazione di Macron
«Occorre che i giornalisti garantiscano ai loro lettori che hanno verificato [le informazioni], con la loro deontologia, di cui sono garanti», ha detto il presidente il 28 novembre – come si è precipitato a precisare con un video l’Eliseo, dopo le polemiche. «Non è lo Stato che deve verificarlo – ha ancora detto Macron – Diventerebbe una dittatura». «È importante – ha proseguito ancora – che questa etichettatura (labelisation) sia fatta da professionisti: ‘queste sono persone serie’, ‘queste sono persone che informano’». Persino in Consiglio dei ministri, il 2 dicembre, Macron ha dovuto precisare le sue idee: «Il governo non creerà questa o quell’etichetta destinata alla stampa», ha spiegato ai ministri, di cui è presidente, «e ancor meno un ministero della verità». «Non è, e non sarà mai, il suo ruolo farlo», ha aggiunto il capo dello Stato. In realtà Macron aveva già in altre occasioni accarezzato l’idea di un’etichettatura delle testate: già nel gennaio 2018 evocava «una forma di certificazione degli organi di stampa che rispettino la deontologia professionale», malgrado non esistesse ancora, in Francia, un organo che vigilasse sul rispetto dell’etica.
La reazione di una parte della stampa alle ultime dichiarazioni di Macron è stata furiosa: «Verso un controllo dell’informazione», era il titolo di copertina del Journal de Dimanche. «Un’etichetta sull’informazione decisa su impulso del potere? – ha scritto su X il presidente dei Républicains, il muscolare ex ministro degli Interni Bruno Retailleau – È una deriva inquietante. Nessun governo deve classificare i media, né imporre la verità. La Francia non ha bisogno di un ministero della Verità. La libertà della stampa è un pilastro: non la si circonda di sigilli ufficiali: la si protegge».
«L’”etichettatura dei media” – ha aggiunto Jordan Bardella, presidente del Rassemblement national, la destra radicale – mi ricorda il “ministero della Verità” che appare nel romanzo 1984 di George Orwell. Noi combatteremo contro questo progetto di etichettatura all’Assemblée nationale», la camera dei Deputati francese. Non è mancato chi ha parlato di Pravda.
A protestare sono stati soprattutto i politici di destra, che hanno visto nella proposta di Macron un tentativo di bloccare il gruppo editoriale di Vincent Bolloré (che controlla Le Journal de Dimanche e la rete CNews) entrambi presenti nel video di smentita dell’Eliseo ed è sempre più orientato su posizioni radicali di destra e sempre più impegnato in una campagna di stampa contro il presidente.
Il dibattito con giornali e lettori
La strategia di Macron è in realtà più ampia. Nel mirino ci sono i social network, campo di battaglia privilegiato della information warfare, una delle forme di guerra ibrida che vedono protagonista soprattutto la Russia. Per contrastare il fenomeno e sostenere la stampa tradizionale ha anche voluto le testate locali e alcuni loro lettori selezionati: La Voix du Nord di Arras, La Dépêche du Midi a Toulouse, Le Dauphiné libéré, en Auvergne-Rhône-Alpes, Ouest-France in Bretagna, il gruppo Centre France nel Centre-Val de Loire, e Sud Ouest, nella Nouvelle-Aquitaine, hanno ricevuto Macron entro fine 2025.
È stato in un incontro parallelo, nel liceo Gambetta di Arras – dove fu ucciso due anni fa il professore Dominique Bernard da uno dei suoi allievi diventato islamista radicale – che Macron ha rilanciato, o meglio si è impegnato a «fare di tutto» per realizzare il progetto dell’etichetta. Nella stessa città, alla Voix du Nord, Macron ha precisato: «Bisogna distinguere tra le reti e i siti che guadagnano con la pubblicità personalizzata e le reti e i siti d’informazione; per questo faremo tutto il possibile affinché venga introdotta un’etichetta».
Gli esperimenti già esistenti: la Journalism trust initiative e la commissione Stato-giornalisti
Il riferimento costante di Macron, in realtà, è a un’iniziativa già esistente. È stata Reporters sans frontières, nel 2018, a lanciare l’idea di un’etichettatura che ha però una base diversa da quella su cui discute il mondo politico francese, ed è quindi metodologicamente più solida: non si basa sui contenuti, ma sul “processo giornalistico”: trasparenza, indipendenza editoriale, deontologia. L’Afnor, l’Associazione francese per gli standard, un’Associazione riconosciuta di utilità pubblica che è sottoposta alla supervisione del ministero dell’Industria, e quella tedesca Din, associazione non profit riconosciuta dal Governo di Berlino – entrambe fanno parte dell’Iso, l’ong di standardizzazione internazionale – si sono messe al lavoro per la definizione degli indicatori su cui basare l’etichettatura.
L’obiettivo finale era quello di riconoscere di incentivi e vantaggi alle testate “buone”, anche in termini di visibilità su social e motori di ricerca. L’iniziativa ormai esiste e ha il nome di Journalism Trust Initiative: ogni testata procede a una autovalutazione sulla base di criteri condivisi, elabora un rapporto di trasparenza e poi si sottopone a un audit esterno di un organismo certificatore. Più di 2.400 testate in 127 paesi si sono avvicinate al progetto. I certificatori sono 19. In Italia sono 24 le testate che usano Kti, ma solo Fada collective e RaiNews24 hanno pubblicato il loro rapporto di trasparenza e nessuna delle due ha ancora ricevuto la certificazione.
Nulla di tutto questo è veramente nuovo per la Francia, almeno per le testate “classiche”: già dal 1945 – in un’epoca lontanissima dagli attuali problemi posti da fake news e social network – la Commission Paritaire des Publications et Agences de presse, composta da rappresentanti dello Stato e da giornalisti designati da sindacati, attribuisce l’etichetta di testata “d’informazione politica e generale”, oggi riconosciuta a 400 giornali; di “servizio di stampa online”, e di “agenzia di stampa”. Ciascuna certificazione dà diritto a vantaggi economici come Iva ridotta, tariffe postali privilegiate, sussidi. La sua attività ha suscitato qualche polemica: France Soir, divenuto dal 2019 una pubblicazione che diffonde molte presunte fake news – è stata bandita da You Tube nel 2021, poi riammessa a fine 2025 – ha continuato a ricevere trattamenti privilegiati fino al 2022.
Giornali o giornalisti?
Il nodo è esattamente questo. Che senso può avere, al di là della relativa ”economicità” del procedimento, dare una etichetta a un’intera testata, sia pure sulla base dei “processi” di redazione e non dei contenuti? Soprattutto in Francia, dove la legge sulla stampa permette dal 1935 la Clause de conscience, il diritto del giornalista a rifiutarsi di commettere atti contrari alle proprie convinzioni: sul singolo professionista ricadrebbe il giudizio dell’intera testata anche quando in realtà ne prende le distanze. Analogamente la perdita dell’etichetta di “testata rispettosa degli standard” colpirebbe tutti i suoi giornalisti, indipendentemente dalle responsabilità dei singoli. Il rischio che l’etichettatura sia sfruttata politicamente in un senso o in un altro è inoltre molto alto. Reporter sans Frontières, che anima il Journalism Trust Initiative, ha cercato di dimostrare la non imparzialità di CNews del gruppo Bolloré, ed è stata “sconfessata” dalla Arcom, una specie di Agcom francese, accusata a sua volta di non intervenire: entrambi gli organismi – pur di diverso status giuridico – hanno visto minacciata la loro credibilità.
Più giusta è allora la verifica del singolo articolo, che può avvenire con modalità diverse. La prima è il fact checking – attività complessa, che si presta essa stessa a rischi e scorrettezze – per il quale esistono oggi diverse agenzie, coordinate a livello internazionale. A livello europeo, l’European Fact checking Standard network raggruppa 60 organizzazioni di fact checking ed è sostenuta dall’Unione europea, ma anche da Meta, da Google, dall’European Climate Foundation e dalla NGO olandese Porticus. Il fact checking non distingue però errore da scorrettezza deontologica, anche se c’è una tendenza strisciante della deontologia – sulla quale occorrerebbe discutere – a trasformarsi in metodologia, in controllo di qualità.
La soluzione della deontologia
La soluzione migliore resta però quella dell’esame deontologico dei singoli casi concreti; e non è un caso che proprio la Francia – Paese dove la deontologia giornalistica è stata meglio studiata (Claude-Jean Bertrand, Jean-Marie Charon, Adeline Huilin, e molti altri) – abbia istituito, sia pure molto tardi, un sistema particolarmente avanzato, quello del Conseil de déontologie journalistique et de médiation, che associa valutazione e mediazione: non sanziona i giornalisti ma indica con “avvisi” quali articoli siano scorretti, quali corretti e perché. Il nome del giornalista – con grande rispetto della sua dignità personale e professionale – non appare che nel verdetto completo: è l’articolo che viene “segnalato”, non il professionista.
Anche il Cdjm – come quasi tutti i press councils d’Europa – è nato per respingere i tentativi della politica di dare norme al giornalismo. Nel 2017 fu Jean-Luc Mélenchon, leader della France Insoumise, aveva lanciato una petizione per istituire, per via legislativa, un “Consiglio di deontologia del giornalismo in Francia”. Nel 2018 toccò all’ex direttore dell’Agence France Presse Emmanuel Hoog avanzare la proposta di un consiglio deontologico della stampa, su iniziativa dei giornalisti; ma lo fece in un rapporto destinato al Governo. A giugno 2019 – in un periodo in cui erano forti le accuse contro Russia Today, o l’agenzia Sputnik – il segretario di Stato al Digitale, Cédric O, aveva proposto in un’intervista a Reuters l’istituzione di un Consiglio dell’Ordine dei giornalisti che non avesse però poteri autonomi di sanzionare, ma soltanto quello di segnalare le fake news allo Stato, di dire – affermò – «Dovete ritirare l’autorizzazione a questo o quel giornale, mettere degli avvertimenti». «Spetta ai giornalisti farlo, non allo Stato», aggiunse poi O, avvertendo però: «Se non lo faranno loro, alla fine sarà lo Stato a farlo». Le critiche furono aspre e il 2 dicembre 2019 vide la luce il Cdjm, ormai maturo.
Come l’Ordine italiano, anche il Cdjm è stato oggetto di critiche ed è stato persino chiamato in giudizio per “violazione della presunzione di innocenza”: aveva emesso un Avis contro il direttore di Valeurs Actuelles, allora sotto processo per diffamazione di carattere razzista, per aver pubblicato un finto racconto – che pretendeva però di essere «il miglior riflesso della realtà» – sulla deputata della France Insoumise Danièle Obono, descritta come schiava e rappresentata in un disegno con un collare di ferro al collo. Il tribunale ha stabilito che il Cdjm – giuridicamente una semplice associazione che può intervenire solo su giornalisti, testate e case editrici che hanno aderito, direttamente o attraverso le associazioni di categoria – aveva fatto uso della propria libertà di espressione.