L'ambigua identità di Nouakchott (Mauritania)

Compatibilidad
Ahorrar(0)
Compartir

di Niccolò Rinaldi

L’antro delle parole  

A Nouakchott la semantica confonde. Maures, peuls, wolofs, sonikés, haratins, blanches, noirs, européens, minorités, majorités, enrolement: definizioni che si sono alternate, sinonimi di scontro, parole desuete rispetto al vocabolario di una democrazia liberale: cittadinanza, diritti, doveri, Stato, responsabilità, separazione dei poteri, uguaglianza delle possibilità e merito, e soprattutto libertà.

Incontrando autorità e attivisti dei diritti dell’uomo, si vede meglio nell’antro nero di un passato per definizione, a-liberale, quando si parlava della persistenza di forme di schiavismo in Mauritania – arabi padroni, arabi protettori, e neri servi, neri familiari acquisiti e sostenuti. La si raccontava come si voleva, con valori antichi di riferimento, la tradizione, le pratiche secolari, versus l’uguaglianza, la civiltà moderna dei diritti. Mondi che è inutile contrapporre e chiedono dei ponti, in questo paese strano, sul filo del rasoio.  

Una capitale ai margini  

Non siamo nel Maghreb, ma molti elementi lo ricordano. Nouakchott è sul mare, ma si sente, eccome, il deserto, questo giallo chiaro che comincia subito ed è già un tutt’uno con la spiaggia. È una capitale, con moschee grandi e strade grandi e mercati grandi, eppure l’aria resta quella del villaggio. Non si notano turisti, uomini d’affari, nemmeno tanti cinesi, eppure sono gruppi presenti, seppure in sordina. C’è il pesce dell’Atlantico, e ci sono le reti dei migranti che da qui cercano di partire per il Marocco, per le Canarie, ma la rotta resta un’illusoria scorciatoia, un’alternativa periferica. La capitale conserva il potere delle famiglie che contano, ma si sospetta un paese reale, sfarinato nel Sahara, irraggiungibile. Vi sono angoli che fulminano per un aspetto da “tè nel deserto”, antichi e con gli orpelli dell’orientalismo, ma queste sorprese convivono con un andazzo urbanistico dimesso.

Dove la fede diventa paesaggio

Come altrove, la principale unità infrastrutturale ed estetica della città è l’islam: minareti e tuniche, archi di ogni epoca, un collante che appare più forte che altrove: perché se nei paesi del Golfo, l’onnipresente affermazione della mezzaluna deve convivere con la manifestazione di un potere finanziario ostentato, se nell’Asia del sud, il musulmano colora la sua fede di un’iconografia cromatica o degli odori (le spezie, gli incensi), a Nouakchott si stabilisce un primato del Profeta indiscutibile.

Il rituale dell’acquisto – un tavolino pieghevole, in una bottega all’ombra della moschea “saudita” – segue la cortesia del protocollo coranico. Si prendano gli abiti: bianchi; e le case: bianche. E la luce: forte, calda, senza mezze tinte; a stento si cerca una palma, l’ombra, e ci s’imbatte in un paesaggio urbano che più che monotono si fa assoluto. Sarà che qui, a differenza delle altre capitali del Sahara, si comincia col mare, si costeggia l’oceano, per poi cedere subito il passo al deserto, che regola le cose a modo suo, cristallizzando i rapporti, la luce e il colore appunto, il tempo, ma pur partendo da un’onda. 

Il lungo viaggio del cambiamento

In questo scenario sulle prime inusuale e quasi destabilizzante, antiche abitudini sono state smantellate dallo “stato di diritto”, dalle campagne per i diritti dell’uomo, da una politica più assertiva dei paesi meridionali vicini da sempre offesi dal trattamento riservato ai loro cittadini in Mauritania. Molte pratiche sono state smantellate, ma permangono come fossero accampamenti abusivi, per via di resistenze, diffidenze e orgogli, e restano a galla.

L’eredità della tradizione è anch’essa smussata, inevitabilmente in una città dove la metà della popolazione ha meno di sedici anni, e il numero dei residenti è aumentato di cento volte in settant’anni. Si parla anche della storia del treno minerario più lungo al mondo, 135 vagoni, verosimilmente il solo primato della Mauritania e del porto di Nouakchott, quasi uno specchio, secoli dopo, alle carovane di 400-500 cammelli e lunghi chilometri, riferite dal viaggiatore portoghese Diego Gomes a fine Quattrocento. In apparenza, la Mauritania pare una società immobile. In apparenza. “Dopotutto”, dice un mauro, “sono anni che abbiamo abolito l’infibulazione e da, ancora prima, le nostre donne possono chiedere nel contratto di matrimonio una clausola che vieta la poligamia”. Mentre un altro, sconsolato al cospetto della desertificazione: “Eravamo un paese sahariano e atlantico, stiamo diventando un paese soltanto sahariano.” Così, Nouakchott più che altrove, resta in equilibrio sulle sue abitudini, ma non troppo. E conosce la fine ingloriosa dei vecchi e polverosi dizionari – nella polvere.

Nouakchott al plurale

In questo paese ineffabile, così diverso dai suoi vicini e condizionato dalla collocazione, non resta ancora molto da scrivere. Ci vorrebbe l’acquisizione di una terminologia alla quale corrispondano valori vissuti, che facciano quadrare storia e geografia, generazioni di una stessa società che è cresciuta in mondi diversi. Come un singolo posto nel quale ci siano molti fusi orari, ecco cos’è Nouakchott.

Detalles de contacto
Ufficio stampa