L’autorevolezza nella comunicazione digitale in 3 parole – 1. Creator | Rizzoli Education

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CREATOR: INQUADRAMENTO LINGUISTICO

Con il termine creator, nel significato oggi più diffuso di “creatore di contenuti”, si indica, come riportato nella definizione del Vocabolario Treccani (Neologismi 2022), la persona che realizza e pubblica contenuti digitali destinati alle piattaforme online. Una sintesi efficace, che però non esaurisce il valore più profondo della parola né la portata del fenomeno che nomina. Come osserva l’Accademia della Crusca, l’espressione viene utilizzata per designare una figura legata alla produzione continuativa di materiali digitali destinati alla circolazione sulle piattaforme. Non si tratta, dunque, di un atto creativo occasionale, bensì di una pratica regolare, inserita in un circuito stabile di pubblicazione, condivisione e riconoscimento. In quest’ottica, dunque, creator non descrive semplicemente ciò che si fa online, ma il ruolo che si occupa nello spazio pubblico digitale. È anche per questo che creator non coincide con influencer. I due termini, spesso usati come sinonimi, mettono in realtà a fuoco due dinamiche diverse. Influencer è una parola che guarda soprattutto all’esito: pensiamo alla capacità di orientare gusti, scelte o comportamenti di un determinato pubblico. Creator, invece, sposta l’attenzione sul processo. Per questo, la parola creator è considerata nella sua totalità con l’espressione content creator, facendo riferimento quindi a chi parla con regolarità, chi pubblica con coerenza, chi costruisce nel tempo una presenza attraverso i suoi contenuti.

IL POTERE DELLE PAROLE: CREATOR E AUTOREVOLEZZA

Il passaggio da influencer a creator non è solo una questione terminologica: segna una trasformazione più profonda nel modo in cui si costruisce e si riconosce l’autorevolezza nello spazio digitale. Come nota Andrea Girolami, esperto di comunicazione digitale e autore del saggio “Rivoluzione creator” (Il Mulino, 2025), negli ultimi anni si è assistito a una vera e propria «evoluzione della specie»: si è passati, scrive Girolami, «da una serie di figure che monetizzano la propria immagine aspirazionale a una nuova generazione di produttori di contenuti capaci di costruire community e di fare impresa grazie al proprio talento». Oggi non basta più essere visibili o popolari, occorre dimostrare una competenza riconoscibile, un punto di vista che vada oltre la superficie dell’intrattenimento immediato. È qui che emerge il nodo centrale: in un ecosistema digitale dove chiunque può accedere istantaneamente a ogni tipo di informazione, l’autorevolezza non può più basarsi semplicemente sulla disponibilità di dati. Il rischio è che si confonda l’accesso all’informazione con il possesso di competenza, offuscando la distinzione tra chi ha sviluppato un sapere verificato in un determinato campo e chi invece si limita ad attingere da fonti altrui. Come osserva Tom Nichols, politologo statunitense, nel saggio “La conoscenza e i suoi nemici” (Luiss University Press, 2017), «Internet ha accelerato il crollo della comunicazione tra queste due schiere offrendo un’apparente scorciatoia per l’erudizione». La rete consente di imitare la preparazione intellettuale perché rifornisce continuamente e infinitamente di informazioni. Le informazioni però sono cosa diversa dal “sapere” o dal “saper fare”. Questa confusione attraversa anche il mondo dei creator: da un lato, esistono figure che costruiscono la propria credibilità su basi solide (studio, esperienza e trasparenza metodologica); dall’altro, c’è chi si limita a rielaborare contenuti altrui presentandosi come fonte autorevole.  La sfida, dunque, sta nel trovare il modo di separare la competenza reale dalla finzione, in uno spazio digitale dove imitare è, ormai, alla portata di tutti.

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