Da uno studio italiano pubblicato su Brain una nuova ipotesi terapeutica per una distrofia muscolare rara che colpisce soprattutto i bambini
Una ricerca italiana apre nuove prospettive per il trattamento delle forme più severe di alfa-sarcoglicanopatia (LGMDR3), una rara distrofia muscolare genetica che colpisce soprattutto in età infantile e che, fino ad oggi, è rimasta priva di terapie farmacologiche mirate. Lo studio, il primo e più ampio mai realizzato su questa specifica patologia, individua una possibile strategia terapeutica e permette di riconoscere con maggiore precisione i pazienti che potrebbero trarne beneficio.
CHE COS’È L’ALFA-SARCOGLICANOPATIA
L’alfa-sarcoglicanopatia appartiene al gruppo eterogeneo delle distrofie muscolari dei cingoli (LGMD) ed è causata da mutazioni del gene SGCA, responsabile della produzione della proteina alfa-sarcoglicano. Questa proteina svolge un ruolo essenziale nel mantenere stabile la membrana delle fibre muscolari. Quando è assente o non funziona correttamente, le cellule muscolari diventano più fragili e vulnerabili al danno. La malattia può esordire già nei primi anni di vita e si manifesta con difficoltà motorie progressive, perdita precoce della capacità di camminare e, nelle forme più gravi, con il coinvolgimento dei muscoli respiratori e cardiaci.
INFIAMMAZIONE, BIOMARCATORI E NUOVE PROSPETTIVE TERAPEUTICHE
Il lavoro, pubblicato sulla rivista Brain, è stato condotto da un network internazionale guidato dall’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino e dall’Istituto Giannina Gaslini di Genova, con il coinvolgimento di 9 centri italiani, uno francese e uno tedesco. La ricerca ha raccolto e analizzato i dati di 16 pazienti affetti da alfa-sarcoglicanopatia, concentrandosi sul ruolo dell’infiammazione nella progressione della malattia.
Lo studio rappresenta la prima caratterizzazione molecolare sistematica dei meccanismi infiammatori nell’alfa-sarcoglicanopatia. L’analisi delle biopsie muscolari e del profilo di espressione genica ha messo in evidenza differenze nette tra le forme lievi e quelle gravi della patologia. Nei casi più severi è stata osservata una marcata attivazione di geni legati all’infiammazione, accompagnata da un aumento di cellule immunitarie pro-infiammatorie, in stretta relazione con la quasi totale assenza della proteina alfa-sarcoglicano.
Il confronto con altre distrofie muscolari ha fornito un risultato particolarmente rilevante. Le forme lievi di alfa-sarcoglicanopatia mostrano una firma genetica simile a quella di soggetti non affetti, mentre le forme gravi presentano un profilo molto vicino a quello osservato nella distrofia muscolare di Duchenne. Tale somiglianza suggerisce la possibilità di adottare, anche per i pazienti con forme severe di alfa-sarcoglicanopatia, un approccio di trattamento già utilizzato nella Duchenne, basato sull’impiego di terapie anti-infiammatorie mirate, con l’obiettivo di rallentare la progressione della malattia.
DALLA RICERCA ALLA CLINICA: LIMITI ATTUALI E NUOVE PROSPETTIVE DI CURA
Altro elemento di rilievo è l’identificazione di biomarcatori (o meglio firme molecolari/immunitarie) in grado di distinguere in modo affidabile le forme gravi di alfa-sarcoglicanopatia da quelle lievi, per una gestione più personalizzata della malattia che consentirebbe di indirizzare il trattamento solo ai pazienti che potrebbero realmente beneficiarne, evitando terapie inutili nei casi con andamento più moderato.
Ad oggi, l’alfa-sarcoglicanopatia non dispone di un protocollo terapeutico specifico. I trattamenti disponibili sono prevalentemente riabilitativi e mirano a contenere le complicanze, senza modificare il decorso della malattia. Negli ultimi anni sono stati avviati anche studi di terapia genica, basati sull’introduzione del gene dell’alfa-sarcoglicano tramite vettori virali, ma mancano ancora dati definitivi su efficacia e sicurezza.
In questo scenario, l’ipotesi di un trattamento farmacologico mirato rappresenta un cambio di prospettiva significativo. Pur trattandosi di un primo passo, i risultati dello studio aprono la strada a future applicazioni cliniche e rafforzano l’idea che anche nelle malattie rare l’approfondimento dei meccanismi biologici possa tradursi in opzioni terapeutiche concrete, soprattutto per i pazienti più fragili, spesso bambini.
In conclusione, questo studio rappresenta la prima caratterizzazione completa dei profili immunologici di LGMDR3 e ha dimostrato che l'infiammazione gioca un ruolo significativo nella patogenesi della malattia grave. Le distinte firme immunitarie che distinguono i casi gravi da quelli lievi forniscono una base per lo sviluppo di terapie antinfiammatorie mirate che potrebbero essere utili per i pazienti con LGMDR3 con fenotipo grave.