Nel giorno in cui la Chiesa celebra San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti e dei comunicatori, la pubblicazione del Messaggio di Papa Leone XIV per la LX Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali offre un’occasione particolarmente significativa per tornare a riflettere sul senso profondo della comunicazione. Il tema scelto dal Santo Padre – “Custodire voci e volti umani” – non riguarda soltanto le tecnologie o i linguaggi contemporanei, ma interpella direttamente la responsabilità di chi, ogni giorno, costruisce il racconto del mondo.
Nel Messaggio, il Papa richiama con forza il valore antropologico della comunicazione. «Il volto e la voce sono tratti unici, distintivi, di ogni persona; manifestano la propria irripetibile identità e sono l’elemento costitutivo di ogni incontro». Custodirli significa custodire la persona, la sua dignità, la sua unicità. In un tempo in cui la comunicazione rischia di essere ridotta a flusso continuo di contenuti, a simulazione o a prodotto algoritmico, il Papa avverte che «la sfida pertanto non è tecnologica, ma antropologica», riguarda il modo in cui scegliamo di restare umani, di pensare, di relazionarci, di riconoscerci reciprocamente.
Il rischio, sottolinea il Messaggio, è quello di una comunicazione che perde profondità e responsabilità, che premia l’emozione rapida e penalizza «lo sforzo di comprendere e la riflessione», indebolendo la capacità di ascolto e di pensiero critico. Custodire voci e volti umani diventa allora un atto di resistenza culturale e spirituale, un impegno a non rinunciare alla complessità, alla verità e alla relazione.
San Francesco di Sales: il coraggio di comunicare nel proprio tempo
Vescovo di Ginevra in un’epoca segnata da profonde divisioni religiose e culturali, San Francesco di Sales scelse di non rinunciare al dialogo. Per raggiungere le persone che non poteva incontrare di persona, iniziò a scrivere brevi testi e fogli stampati, affiggendoli nelle case e nei luoghi pubblici. Una forma di comunicazione innovativa per l’epoca, capace di entrare nella vita quotidiana delle persone.
È anche per questo che la Chiesa lo riconosce come patrono dei giornalisti e dei comunicatori: non solo per ciò che scrisse, ma per come seppe usare i mezzi disponibili per annunciare e andare incontro alle persone. Francesco di Sales credeva che la verità avesse bisogno di tempo, di mitezza e di rispetto per essere accolta. Scriveva per convincere senza ferire, per chiarire senza semplificare, per costruire fiducia anche nei contesti più ostili.
Nella Filotea, Francesco di Sales riflette sul valore della conversazione come spazio in cui si costruisce la qualità della vita comune. «La conversazione è una delle più grandi consolazioni della vita umana», scrive, invitando a viverla con attenzione e misura, perché «come le api traggono il miele dai fiori senza guastarli, così dobbiamo raccogliere ciò che è buono nelle conversazioni, senza ferire né corrompere nessuno» (Filotea, III, 24).
Allo stesso modo, richiama a un uso consapevole della parola, capace di tenere insieme verità e cura dell’altro: «Non bisogna mai dire parole inutili, né affrettate, né aspre; ma parlare con sincerità, dolcezza e discrezione, secondo la condizione delle persone e delle circostanze» (Filotea, III, 26). Uno stile che conserva una sorprendente attualità per chi oggi opera nel mondo dell’informazione, chiamato a scegliere se inseguire il rumore o restare fedele alla realtà delle persone e dei fatti.
Dare parola, rendere visibili: una responsabilità condivisa
Le parole del Papa trovano una risonanza concreta anche nel lavoro di analisi e riflessione promosso da Caritas Italiana, come nel recente rapporto “Taglio basso. Come la povertà fa notizia”. Emerge, in particolare nei due contributi, una stessa domanda di fondo: chi ha voce nello spazio pubblico e chi resta ai margini? Quali volti diventano racconto e quali restano invisibili?
Il Messaggio mette in guardia dal rischio di una comunicazione che «simula relazioni» e costruisce «mondi di specchi», sottraendoci all’incontro con l’altro, sempre diverso da noi. Allo stesso modo, una narrazione superficiale della povertà rischia di ridurre le persone a categorie o casi isolati, anziché riconoscerle come soggetti portatori di storia, dignità e diritti.
Per Caritas Italiana, comunicare significa allora assumere uno sguardo più profondo e responsabile. Dare spazio alle storie che nascono dall’ascolto e dall’incontro, custodire la parola delle persone più fragili, evitare la spettacolarizzazione del dolore e promuovere una narrazione capace di generare consapevolezza e corresponsabilità. Come ricorda Papa Leone XIV, «abbiamo bisogno che il volto e la voce tornino a dire la persona».
Nel solco di San Francesco di Sales, e alla luce del Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, la comunicazione si conferma così come un luogo decisivo di testimonianza e di servizio al bene comune, uno spazio in cui custodire l’umano, orientare l’innovazione e costruire comunità più giuste e solidali.
Aggiornato il 24 Gennaio 2026