La vita giovane, intervista a Mattia Insolia | Libri Mondadori

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La vita giovane di Mattia Insolia: raccontare la giovinezza oltre la propria generazione

Si chiamano Tommaso, Marta, Sofia, Giorgio e Matilde. E Teo, il narratore, che aveva deciso di studiare lettere per fare lo scrittore. Sono i protagonisti de La vita giovane, il terzo romanzo di Mattia Insolia.

Nati e cresciuti in una città di provincia in cui si sa, apparentemente, tutto di tutti, sono stati legatissimi al liceo, uniti anche da qualcosa di indicibile che hanno fatto insieme. Li incontriamo all'inizio del romanzo, spavaldi e spensierati, mentre procedono, insieme, all'interno di un'auto in un rettilineo buio, lanciati per 10 secondi senza le cinture di sicurezza dallo stop all'incrocio che segna l'ingresso della loro città. Il futuro, ci dice Teo "ci si spiegava davanti come un lungo tappeto rosso e sognavamo".

Poi la vita li ha strattonati via. Giorgio e Matilde sono rimasti intrappolati in una vita in cui tutto sembra già stabilito. Tommaso è morto. Teo, Marta e Sofia sono andati a studiare fuori, fuggendo dall'immobilità di una provincia in cui sembra impossibile poter essere totalmente se stessi. Quello che hanno trovato e che sono diventati nella vita adulta non è, però, quello che sognavano: hanno scoperto a loro spese che "La vita è fatta di accumuli e trappole, e in alcuni frammenti dell'esistenza capita che la combinazione sia ingestibile e travolgente".

Dopo quasi 10 anni, si ritrovano dove sono cresciuti per il matrimonio di Giorgio e Matilde. E per Teo, che a Milano non ha realizzato i suoi desideri e vive ripiegato sulle sue ferite, tornare a casa dopo tanti anni diventa il mezzo per interrogare il tempo e sciogliere i grumi irrisolti che ha dentro.

Nei tre giorni che precedono le nozze, attraverso la sua voce, i personaggi – e il lettore – si misurano con ciò che è stato rimosso e con un passato che non ha mai smesso di chiedere attenzione.

Come è nata questa storia, che non si limita a raccontare una generazione, ma esplora la giovinezza in tutte le sue forme, senza indulgenza e senza giudizio?


Scopriamolo assieme a Mattia Insolia.

Intervista a Mattia Insolia: 6 domande su La vita giovane

Il titolo del libro La vita giovane suona quasi come una promessa tradita. In un'epoca che idolatra la giovinezza, i tuoi personaggi sembrano invece portarne il peso. Cosa significa, per te, raccontare la tua generazione?

-Più che raccontare la mia generazione, volevo raccontare un periodo della vita; della vita di tutti, intendo: anche di chi ha addosso più anni di me. La vita giovane è la finestra temporale in cui siamo ancora potenziali, possiamo essere tutto ciò che possiamo immaginare, sognare. Per me questo periodo si è concluso sulla soglia dei trent'anni, l'età di Teo, il protagonista del romanzo, al tempo presente. E così è stato per tanti altri della mia generazione. Solo in questo senso, a mio avviso, il racconto generazionale è in qualche maniera presente: per raccontare la vita giovane, che è appartenuta a tutti, racconto la vita giovane di chi ha la mia età oggi. E per me significa provare a testimoniare qualcosa che si evolve, cambia in continuazione. Un lavoro bellissimo.

A differenza di Cieli in fiamme, in cui i figli guardano i genitori e li scoprono fragili, inadeguati, quasi coetanei, qui ti concentri su una sola generazione  mentre diventa adulta. Ti senti più osservatore o complice dei tuoi personaggi?

-Credo di essere più un complice. Mi sento molto vicino a loro, parte del loro gruppo. E la complicità c'è. Certo, mi sono dovuto mettere da parte e fare l'osservatore, per il racconto è necessario, ma mai da una posizione elevata: sono un loro pari.

Come è cambiata la tua prospettiva nel raccontare il ruolo della famiglia? È ancora una prigione, o può diventare un rifugio?

-In realtà, ho sempre creduto potesse essere anche un rifugio. Semplicemente, l'ho visto accadere meno. Continuo a pensare che le famiglie possano essere entrambe le cose, spesso addirittura assieme. Però oggi ho uno sguardo più morbido sui rapporti interpersonali; compresi quelli famigliari. Chissà, forse sto finalmente diventando un adulto! Per cui la vedo un po' più come un rifugio, adesso.

Nel romanzo le amicizie nate al liceo sono più forti di qualsiasi altro legame. Quanto contano, per te, le amicizie giovanili nella costruzione dell’identità adulta?

-Tantissimo. Sono fondamentali. In un'intervista Michela Murgia dice che le amicizie che facciamo durante la giovinezza, l'adolescenza, hanno una bellezza irripetibile perché in quel periodo siamo potenziali; per tornare a quel che dicevamo prima. Ecco, costruire noi stessi è un insieme di meccanismi complessi e difficilissimi. La parte iniziale di questo processo, quella in cui abbiamo ancora tutto da edificare, è la più libera, la più divertente ed emozionante. Ma rappresenta anche il momento in cui gettiamo le fondamenta di un palazzo che sarà altissimo; il palazzo di noi stessi. Ed ecco perché per me sono tanto importanti, gli amici a quell'età.

I tuoi personaggi attraversano zone oscure – abuso di sostanze, violenza, sesso mercificato – senza che la narrazione scivoli mai nel giudizio. Come riesci a scriverne mantenendo sempre uno sguardo empatico e non moralistico?

-Ci provo sempre, a prescindere da ciò che racconto. Spogliarsi del giudizio quando si scrive è importantissimo. E provo a farlo, ogni volta, sia cercando le ragioni profonde per cui i personaggi fanno quel che fanno (specie le cose peggiori, le più abiette), sia rimanendo quanto più possibile aderente alla narrazione in sé.

Nel finale, il protagonista Teo sembra trovare una risposta alla domanda che ricorre per tutto il romanzo. Possiamo leggere La vita giovane come un commiato alle trame che hai esplorato finora, in vista di una nuova direzione narrativa?

-Bellissima domanda! Non so, vi va di scoprirlo assieme?

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