di Francesco Merico
C’è una parola che la politica ripete spesso come un mantra, ma pratica raramente: lavoro. La si pronuncia con solennità nei discorsi ufficiali e la si consuma nei talk show, salvo poi dimenticarla quando si tratta di scegliere da che parte stare. Perché rimettere il lavoro al centro non è un esercizio retorico da piazza sindacale: è una scelta di campo, netta, scomoda, profondamente politica. Negli ultimi decenni il lavoro è stato progressivamente marginalizzato – trasformato in costo da ridurre, in flessibilità da spingere fino alla precarietà permanente, in favore da concedere piuttosto che in diritto da garantire. Si è costruita un’economia che premia la rendita, la speculazione, l’intermediazione improduttiva, mentre chi produce ricchezza reale (con le mani, con la testa, con il tempo della propria vita) viene lasciato solo; ma una società che svaluta il lavoro è una società che perde il senso di sé e del suo scopo collettivo ultimo. Il lavoro infatti non è solo un mezzo di sostentamento: è dignità, autonomia, partecipazione ed è il fondamento concreto e costituzionale della cittadinanza. Senza lavoro stabile e tutelato non c’è libertà reale, non c’è uguaglianza sostanziale, non c’è democrazia che regga. Quando il salario non basta a vivere, quando i diritti diventano privilegi per pochi, la democrazia si svuota e rimane solo la facciata di un’oligarchia che tutela i suoi interessi privati, ovvero ciò a cui purtroppo assistiamo oggi nel nostro Paese. La tradizione socialista ha sempre indicato questa verità con lucidità, Filippo Turati lo affermava senza ambiguità: “Il socialismo non è che l’applicazione della democrazia alla vita economica.” Parole che oggi suonano ancora più attuali; perché la democrazia non può fermarsi alla scheda elettorale ma deve entrare nelle fabbriche, negli uffici, nei cantieri, nelle piattaforme digitali dove si lavora senza tutele e senza voce. Rimettere il lavoro al centro significa ribaltare l’ordine delle priorità imposto dal neoliberismo. Significa dire che l’economia deve servire la società, non il contrario. Vuol dire salari dignitosi, orari umani, sicurezza, diritti universali. Vuol dire combattere la precarietà come scelta politica imposta dall’alto, non come destino inevitabile. Vuol dire restituire potere e rappresentanza a chi lavora, non chiedergli sacrifici infiniti in nome di una presunta crescita infinita che in realtà va poi a beneficio solo di pochi. Non è una battaglia del passato, né un vezzo ideologico: è una necessità del presente ed una condizione per il futuro. Senza lavoro al centro non c’è progresso, ma solo disuguaglianza; senza giustizia sociale non c’è sviluppo, ma solo accumulazione per pochi. Rimettere il lavoro al centro, oggi, significa rimettere al centro l’idea stessa di una società più giusta, più libera, più umana e dunque più socialista: da New York fino a Roma, siamo ancora noi l’ultimo baluardo dell’uomo comune in un mondo dove la ricchezza ad oggi è detenuta saldamente dall’1% della popolazione mondiale. Questo è il nostro credo e la nostra missione.