Perché il PSI dice sì alla separazione delle carriere - Partito Socialista Italiano

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di Andrea Follini

Nel dibattito acceso che accompagna il referendum sulla riforma della giustizia, il Partito Socialista Italiano sceglie una strada controcorrente rispetto alle semplificazioni ideologiche. Lo fa rivendicando una posizione che affonda le radici nella propria storia riformista e garantista: un “Sì ragionato” alla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, nel nome del giusto processo e della terzietà del giudice. La Direzione Nazionale del partito ha approvato all’unanimità nella seduta di mercoledì 7 gennaio un documento che chiarisce fin dall’inizio che non si tratta di una resa dei conti con la magistratura né di un attacco alla sua autonomia. Al contrario, per i socialisti la riforma rappresenta un tentativo – per quanto parziale – di dare finalmente piena attuazione all’articolo 111 della Costituzione, che sancisce il diritto dei cittadini a essere giudicati da un magistrato realmente imparziale, distinto da chi esercita l’azione penale. Si parla di tentativo parziale perché, come più volte ricordato dal Segretario Enzo Maraio nella sua introduzione alla riunione, non si è di fronte ad una riforma organica della Giustizia, che richiederebbe ben altre risorse e diversa e più ampia incidenza nei problemi strutturali della macchina giudiziaria: l’integrazione definitiva dei 12mila lavoratori precari nel comparto, l’indecorosità di molte sedi giudiziarie, l’annosa carenza di magistrati, il perdurare di tempi incerti nella somministrazione della giustizia nel nostro Paese. Il punto centrale della riflessione socialista riguarda proprio l’ambiguità storica del sistema italiano. Come ha ben dettagliato nella sua relazione il responsabile Giustizia Luigi Perifano, dal 1989, con l’introduzione del processo penale di tipo accusatorio, giudice e pubblico ministero hanno assunto ruoli formalmente distinti: l’uno arbitro del processo, l’altro parte dell’accusa. Tuttavia, quella distinzione non è mai stata accompagnata da una separazione delle carriere. Giudici e Pm hanno continuato a far parte dello stesso ordine, a essere governati dallo stesso Consiglio Superiore della Magistratura e, in alcuni casi, a passare da una funzione all’altra nel corso della propria carriera. Secondo il PSI, questa commistione ha prodotto una contraddizione strutturale. Da un lato si chiede al giudice di essere terzo; dall’altro lo si colloca nello stesso percorso professionale di chi sostiene l’accusa. Una situazione che, pur senza mettere in discussione la buona fede dei singoli magistrati, rischia di indebolire la percezione di imparzialità del sistema giudiziario agli occhi dei cittadini. Non è una critica nuova. I socialisti ricordano come già Giuliano Vassalli, giurista di primo piano e ministro della Giustizia, avesse segnalato l’incoerenza di un processo accusatorio privo di una netta separazione ordinamentale tra le funzioni. Una riflessione che oggi torna di attualità, in un contesto segnato da una crescente sfiducia dell’opinione pubblica verso la giustizia penale. La riforma sottoposta a referendum introduce un principio chiaro: la scelta tra la carriera giudicante e quella requirente deve avvenire all’ingresso in magistratura e non essere reversibile. Per il PSI, questo passaggio rappresenta un rafforzamento delle garanzie, non una limitazione. La distinzione delle carriere, infatti, rende più trasparente il ruolo di ciascun attore del processo e rafforza la funzione di garanzia del giudice, senza compromettere l’autonomia del pubblico ministero. Anzi, il documento socialista, approvato all’unanimità dalla Direzione dopo un lungo ed articolato dibattito, sottolinea come la riforma estenda per la prima volta a livello costituzionale le garanzie di indipendenza anche ai pubblici ministeri. Un passaggio tutt’altro che marginale: fino a oggi, l’autonomia del Pm era tutelata principalmente da norme ordinarie, mentre ora viene esplicitamente riconosciuta in Costituzione. Per il PSI, questo è un elemento che smentisce la narrazione di una riforma “punitiva” o vendicativa. Coerente con la separazione delle carriere è anche l’istituzione di due Consigli Superiori della Magistratura distinti: uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri. Secondo i socialisti, si tratta di una scelta logica, che evita interferenze e conflitti nella gestione delle carriere e dell’autogoverno. Resta, tuttavia, l’attenzione critica sulle modalità di elezione dei componenti, in particolare sul ricorso al sorteggio, che il PSI ritiene un punto da monitorare attentamente nella fase di approvazione dei successivi decreti attuativi. Nel complesso, la posizione socialista si colloca lontano sia dal giustizialismo sia da una difesa corporativa dello status quo. Nel corso della discussione non sono mancati anche gli interventi di compagni preoccupati per la lettura che può essere data del sostegno socialista ad un provvedimento nato dal governo; si è condiviso comunque che la nostra autonomia decisionale debba consentirci di spiegare ai cittadini la nostra scelta per nulla ideologica. Il “Sì” al referendum non è un’adesione acritica alla riforma, ma una scelta coerente con una visione della giustizia come equilibrio tra poteri, diritti della difesa e garanzie per l’imputato. Una visione che mette al centro il cittadino, non lo scontro tra istituzioni. Per questo il PSI ha annunciato la nascita dei “Comitati Socialisti per il Sì”, con l’obiettivo di spiegare nel merito le ragioni della propria scelta e di contrastare una campagna referendaria spesso dominata da slogan e paure, più ancorata ad ideologie contrapposte che non al merito del quesito referendario in sé. La separazione delle carriere, nella lettura socialista, non è una bandiera ideologica, ma uno strumento per rendere il processo penale più equo, più credibile e più aderente ai principi costituzionali. In un clima politico polarizzato, il Partito Socialista rivendica così una tradizione riformista che guarda alla giustizia non come terreno di scontro, ma come pilastro dello Stato di diritto. Una riforma imperfetta, certo, ma – secondo i socialisti – un passo nella direzione giusta per restituire centralità alla terzietà del giudice e alla fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

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