Quando il lavoro diventa morte
D: «Segretario Mongelli, la morte di un autista prima e di un capotreno poi hanno riaperto una ferita profonda. Che cosa rappresentano queste tragedie per il mondo del lavoro e per il Paese?»
R: «Rappresentano una verità che non può più essere ignorata. La morte di un lavoratore è la storia di una persona che esce di casa per andare a lavorare e non torna più, che rientra in una bara dopo essere stato aggredito, accoltellato o colpito da una violenza cieca. Tutto questo poi viene affidato, quasi meccanicamente, alla magistratura, come se bastasse un’inchiesta a restituire senso a una vita spezzata.
Ma un lavoro che uccide non colpisce solo una persona: uccide una generazione, un’idea di futuro, la fiducia nello Stato e nelle Istituzioni. Per questo la domanda giusta non è come è successo, ma perché è stato possibile che succedesse. Finché questo interrogativo resterà senza risposta, il rischio sarà sempre presente quotidianamente; non stiamo parlando di eventi imprevedibili, ma di un sistema che continua a produrre aggressioni e perfino vittime. Nel caso in cui non si intervenga risolutivamente la prossima morte non sarà una possibilità: ma solo una questione di tempo.»
Il dramma nel dramma: l’assuefazione alla tragedia
D: «Lei ha parlato di un “dramma nel dramma”, quello della ripetizione. Può spiegare meglio cosa intende?»
R: «Il dramma più grande è l’assuefazione. Quando la tragedia non interrompe più il sistema, quando non genera una svolta, significa che quel sistema ha messo la morte in conto. Ogni volta diciamo “mai più” e poi la definiamo come un incidente, una fatalità, archiviamo il dolore e andiamo avanti come se nulla fosse. È così che l’eccezione diventa normalità.
Si indaga sempre sull’ultimo gesto, sull’atto finale, mai sul contesto che lo ha reso possibile, anzi inevitabile. Morire sul lavoro non è una fatalità, ma oggi rischia di diventare un sudario quotidiano: oggi Terni o Bologna, domani Roma, Bari, Torino o Genova. Quando la tragedia non scandalizza più, quando non interrompe il funzionamento ordinario delle cose, vuol dire che abbiamo accettato l’idea che qualcuno possa morire per garantire un servizio pubblico. E questo è assolutamente inaccettabile.»
– Sicurezza e responsabilità: basta ipocrisie
D: «In un momento così grave, chi deve assumersi la responsabilità di cambiare davvero le cose?»
R: «La sicurezza non può essere considerata una variabile secondaria, né una responsabilità da procrastinare. È un impegno che riguarda tutti: il Governo, la politica nel suo complesso – senza distinzioni ideologiche – le Regioni, i Comuni, le aziende e tutti coloro che operano nella gestione degli spazi pubblici e dei luoghi di lavoro.
Ma dobbiamo essere chiari: la politica, e solo la politica, ha il potere e il dovere di trasformare il confronto in scelte concrete attraverso atti normativi. I tavoli istituzionali, i gruppi di lavoro, le analisi condivise con Ministeri, aziende e sindacati non possono restare esercizi teorici. Devono diventare leggi efficaci, strumenti operativi, risorse reali. Parlare di sicurezza senza assumersi la responsabilità di decidere è ipocrisia. E l’ipocrisia, in questo contesto, uccide.»
– Prevenzione, repressione e cultura della sicurezza
D: «Qual è la strada da seguire per evitare che queste tragedie continuino a ripetersi?»
R: «Se è vero che tutti tengono alla sicurezza, allora tutti devono fare la loro parte. Senza scorciatoie e senza ipocrisie. La prevenzione è fondamentale: investimenti mirati e continui, formazione, organizzazione del lavoro, tecnologie di protezione, presidi sui mezzi e nelle stazioni. Ma la prevenzione da sola non basta. Serve anche repressione: chi aggredisce un lavoratore deve sapere che lo Stato c’è, che la risposta è certa, rapida e severa.
Soprattutto serve diffondere una vera cultura della sicurezza, che rimetta al centro il valore della vita e del lavoro. Non possiamo accettare l’idea che la violenza sia inevitabile o che la morte sul lavoro diventi un rischio tollerabile. Per questo Faisa Cisal esprime piena solidarietà e sostegno ai lavoratori delle ferrovie dell’Emilia-Romagna che hanno scioperato il 7 gennaio 2026. Non è solo una richiesta di giustizia per un collega morto, ma un segnale forte affinché la sicurezza diventi una priorità assoluta. In questo ambito, nessuno può restare a guardare.»