Senza casa e a mani vuote: il ritorno forzato di Zainab in Afghanistan | INTERSOS

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Come Zinab e i suoi bambini, ci sono milioni di rifugiati afgani che nell’ultimo anno sono stati costretti a ritornare in Afghanistan dall’Iran e dal Pakistan e ora si trovano in Paese che non è in grado di accoglierli e dove non hanno nulla.

Zainab, 24 anni, è stata costretta a tornare in Afghanistan con i suoi tre figli dopo un decennio trascorso in Iran, solo per scoprire una vita peggiore di quella che si era lasciata alle spalle. Il ritorno in patria non ha portato né sollievo né sicurezza; ha portato invece fame, paura e una realtà densa di ostacoli. Zainab e tutti i suoi figli soffrono di asma, una condizione cronica diventata ormai il loro fardello ereditario. In un Paese già schiacciato dalla povertà diffusa, dalla mancanza di servizi essenziali e dagli shock climatici, Zainab e la sua famiglia lottano oggi semplicemente per sopravvivere, ritrovandosi senza lavoro, senza un tetto e senza speranza.

In tutto l’Afghanistan, le famiglie devono fare i conti con l’impennata dei prezzi di mercato, opportunità lavorative scarse o inesistenti e duri shock climatici che continuano a provocare sfollamenti interni. In questo contesto, l’elevato numero di rimpatriati dai paesi vicini – in particolare dall’Iran e dal Pakistan – nell’ultimo anno, riflette la precarietà di chi viveva fuori dai confini afghani. Quasi 2,9 milioni di persone sono rientrate nel Paese a mani vuote, costrette a ricominciare da zero, affrontando l’incertezza e continui spostamenti alla ricerca di migliori condizioni di vita.

Ripartire dal nulla

L’Afghanistan è un posto nuovo per i miei figli; sono nati tutti in Iran“, racconta Zainab, che ha vissuto nel Paese vicino per 10 anni. Inizialmente la famiglia si era trasferita lì proprio per la mancanza di lavoro in Afghanistan, dopo essere già stata sfollata dalla provincia di Farah a quella di Nimroz.

In Iran, nonostante tutte le difficoltà, avevamo qualcosa a cui aggrapparci“, spiega Zainab sottovoce. “Mio marito lavorava e riuscivamo a condurre una vita semplice. Qui, tutto è crollato. Siamo persi, non sappiamo dove andare né come ricominciare“.

Zainab ha spiegato che non sono riusciti né a recuperare il deposito cauzionale dell’affitto dal proprietario di casa, né a vendere i propri beni. Hanno attraversato il confine lasciandosi tutto alle spalle: senza risparmi, senza proprietà, senza alcuna rete di sicurezza.

La risposta di INTERSOS con l’Unione Europea

Dall’agosto 2025, INTERSOS, con il sostegno dell’Unione Europea, ha istituito Centri Sanitari di base nelle aree di insediamento dei rimpatriati nelle province di Nimroz, Herat, Kandahar e Helmand. Queste strutture sono il primo punto di riferimento per molte famiglie che necessitano di cure mediche. Attraverso questi centri, INTERSOS fornisce un pacchetto integrato di servizi sanitari, nutrizionali, di protezione e WASH (acqua, igiene e servizi igienico-sanitari), offrendo un punto di riferimento in un contesto di estrema precarietà.

La situazione quotidiana resta però drammatica. “Mio marito passa tutto il giorno in strada sperando che qualcuno lo chiami per un lavoro, ma non c’è nulla“, racconta Zainab. “I miei figli spesso vanno a dormire affamati. Quando mi chiedono del cibo, mi si spezza il cuore a dire che non abbiamo niente, così faccio loro una falsa promessa: dico che lo troveranno al loro risveglio, solo perché riescano ad addormentarsi“.

Salute mentale e fisica: un legame indissolubile

Lo stress ha logorato profondamente la salute di Zainab, che soffre di forti emicranie identificate dai medici di INTERSOS come somatizzazioni del suo malessere psicologico. “Sto bene quando parlo con il vostro psicologo, ma solo per l’ora in cui sono qui. Quando torno a casa e vedo i miei figli e la nostra situazione, dimentico tutto e il dolore si diffonde di nuovo in tutto il corpo”.

Attraverso le proprie strutture sanitarie, INTERSOS sostiene le famiglie come quella di Zainab offrendo assistenza psicologica, medicinali essenziali, consulenze mediche e vaccinazioni e servizi di assistenza al parto.

L’accesso ai servizi sanitari non è negoziabile. Per le famiglie di rimpatriati, queste strutture sono spesso l’unica ancora di salvezza. Con il supporto dell’Unione Europea, INTERSOS continua a raggiungere chi altrimenti resterebbe escluso, offrendo dignità, cure e un barlume di speranza a chi lotta per ricostruire la propria vita dopo un ritorno forzato e doloroso.

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Chiara De Stefano