La scelta del 1984 sulla scala mobile fu un atto di visione e coraggio. Oggi il governo vive il quotidiano, senza strategie - Partito Socialista Italiano

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di Andrea Follini

Il 14 febbraio 1984 il governo guidato da Bettino Craxi varò uno dei provvedimenti più controversi e simbolicamente incisivi della storia repubblicana recente: il cosiddetto “decreto di San Valentino”. A quarantadue anni di distanza, quell’atto continua a rappresentare uno spartiacque nel rapporto tra politica, sindacati e politica dei redditi, ma anche un esempio di decisionismo in una fase di profonda crisi economica. Rileggerlo oggi significa inevitabilmente confrontarlo con l’attuale fase politica italiana e con l’immobilismo che, sui temi economici rilevanti, marca la caratterizzazione del governo guidato da Giorgia Meloni. Il decreto interveniva sul meccanismo della scala mobile, il sistema automatico di indicizzazione dei salari all’inflazione introdotto nel dopoguerra per tutelare il potere d’acquisto dei lavoratori. Nei primi anni Ottanta, tuttavia, l’inflazione viaggiava ancora su livelli elevati e la spirale prezzi-salari era considerata da molti economisti una delle cause strutturali della perdita di competitività del Paese. Il governo Craxi decise dunque di ridurre di quattro punti il meccanismo di adeguamento automatico, tagliando una quota dell’indennità di contingenza. La scelta fu netta, politicamente rischiosa e accompagnata da uno scontro frontale con il Partito Comunista e con una parte del sindacato, in particolare la Cgil. Cisl e Uil, invece, firmarono l’accordo, aprendo una frattura profonda nel fronte sindacale. Il referendum abrogativo del 1985 trasformò la misura in un banco di prova politico nazionale: la vittoria del “no” sancì la legittimazione popolare dell’intervento e rafforzò l’immagine di Craxi come leader capace di assumersi la responsabilità di scelte impopolari ma ritenute necessarie. Il “decreto di San Valentino” segnò un cambio di paradigma. Lo Stato interveniva direttamente nel meccanismo salariale per governare l’inflazione, rivendicando una funzione di indirizzo macroeconomico forte. Fu un passaggio che contribuì alla successiva stagione della concertazione degli anni Novanta, quando il contenimento dell’inflazione e il rispetto dei parametri europei divennero priorità condivise. La determinazione e la capacità non solo di analisi, ma di dare risposte attuative a quelle analisi, hanno contraddistinto, anche in questo caso, l’acutezza nel saper governare i momenti di crisi da parte del leader socialista e di quel governo. L’Italia di oggi presenta un quadro economico profondamente diverso. L’inflazione, dopo il picco legato alla crisi energetica post-pandemica e alla guerra in Ucraina, è rientrata, ma il Paese resta segnato da una crescita debole, da salari reali stagnanti e da una produttività ferma da oltre due decenni. Secondo diversi studi internazionali, i salari italiani sono tra i pochi in Europa a non aver recuperato i livelli reali di inizio millennio, con gravi ripercussioni sul potere d’acquisto degli italiani. Il problema non è più la spirale prezzi-salari, bensì il progressivo impoverimento del lavoro dipendente. In questo contesto, il governo Meloni ha puntato su misure di sostegno mirate — dal taglio del cuneo fiscale agli interventi su alcune categorie produttive — e su una linea prudente (forse troppo prudente) nei conti pubblici, nel tentativo di mantenere la credibilità finanziaria in una fase di rialzo dei tassi e di riduzione degli acquisti di titoli da parte della Banca centrale europea. Tuttavia, le opposizioni (e noi tra questi) e parte degli osservatori economici accusano l’esecutivo di non aver ancora messo in campo una strategia strutturale capace di incidere su nodi storici come la bassa produttività, la frammentazione contrattuale e il divario territoriale. Il paragone con il 1984, naturalmente, non può essere un automatismo. Allora l’urgenza era domare un’inflazione a due cifre e ristabilire la competitività internazionale. Oggi la sfida è invertire una lunga stagnazione, sostenere il potere d’acquisto senza compromettere l’equilibrio dei conti e utilizzare efficacemente le risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Ma il confronto si gioca soprattutto sul terreno politico: la capacità di assumere decisioni che ridefiniscano il quadro delle relazioni industriali e indichino una direzione di lungo periodo. Craxi scelse la strada del conflitto e della polarizzazione, convinto che la modernizzazione del Paese passasse anche attraverso rotture traumatiche. Il governo Meloni, al contrario, si muove finora lungo una linea più graduale, cercando di evitare scontri frontali con le parti sociali su temi come il salario minimo legale o la riforma complessiva della contrattazione. Questa prudenza è letta dai sostenitori come senso di responsabilità in una fase internazionale instabile; dai critici come segnale di immobilismo. Il nodo centrale resta quello della politica dei redditi. Negli anni Ottanta si interveniva per comprimere un meccanismo considerato inflattivo; oggi si discute di come sostenere salari troppo bassi senza alimentare nuove tensioni sui prezzi e senza gravare eccessivamente sulle imprese. In entrambi i casi, la questione salariale è il terreno su cui si misura la capacità della politica di incidere sugli equilibri economici. A oltre quattro decenni dal decreto di San Valentino, il suo ricordo solleva una domanda che va oltre le appartenenze: quanto spazio (e coraggio) ha oggi la politica per scelte strutturali e impopolari? E quanto, invece, prevale la logica della gestione quotidiana, del compromesso minimo, della navigazione a vista? La storia non si ripete mai uguale, ma offre parametri di confronto. Nel 1984 il governo scelse di forzare il quadro per cambiare rotta. Nel 2026, l’Italia attende ancora una strategia condivisa e di lungo periodo capace di affrontare il problema dei salari e della crescita con la stessa chiarezza di obiettivi, pur in un contesto radicalmente diverso.

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