Report FIM crisi 2025: 115 mila i metalmeccanici coinvolti

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Crisi aziendali nel settore Metalmeccanico 2025

115 mila i metalmeccanici coinvolti in crisi. Aumenta la richiesta di cassa integrazione ordinaria per carenza di ordini e straordinaria.

Centrale la sofferenza delle filiere legate alle transizioni, in particolare l’automotive. Continuano a pesare i costi dell’energia, delle materie prime e alla carenza di credito. Automotive, siderurgia, elettrodomestico i settori maggiormente colpiti.

Uliano (Fim Cisl): “Servono investimenti e politiche industriali dal governo e dall’Europa. Il costo dell’energia è la priorità”.

Nell’ultimo semestre 2025 la situazione del settore metalmeccanico continua a registrare un aumento significativo delle aziende in crisi. Rispetto all’ultimo nostro rilevamento (2024), che contava 103.451 lavoratori coinvolti nella crisi, oggi siamo a 115.397 con un aumento di 11.946 lavoratori rispetto allo scorso anno.

Il campione da noi raccolto coinvolge 575 aziende sotto i 50 dipendenti e 418 sopra i 50 dipendenti, per un totale di 993 aziende e 115.397 lavoratori.

Il grosso delle crisi sono determinate per lo più dalle difficoltà che attraversano interi settori, da aspetti di natura finanziaria e dai relativi impatti sui rispettivi indotti. Abbiamo una presenza significati di aziende della componentistica auto ed elettrodomestico, macchine agricole e movimento terra, ma anche aziende di minuteria e tornitura meccanica, elettrodomestico, componentistica elettromeccanica, fonderie, zincatura. Confermate le sofferenze delle aziende produttrici di prodotti per l’infanzia, infissi e materiali per l’edilizia, bici e componentistica, a cui si aggiungono le sofferenze dei comparti moto e motocicli. Una situazione in coerenza con i dati ISTAT che vedono una crescita nel settore metalmeccanico e siderurgico delle ore di Cassa integrazione per il secondo semestre 2025 del +17% e +20%, con 261,70 milioni di ore di cassa integrazione autorizzate.

Per quanto riguarda il settore metalmeccanico, quello che emerge dal report è un quadro preoccupante. Costo dell’energia e delle materie prime sono le voci che più impattano sulle crisi aziendali; a queste si sommano i dazi, la crisi geopolitica e la confusa gestione della transizione green ed energetica da parte dell’Europa. Risultano in questo senso particolarmente colpiti i settori dell’automotive e della siderurgia, quelli del comparto termomeccanico e dell’elettrodomestico. Complessivamente, su 115.397 lavoratori, sono 83.998 implicati in crisi di settore, 19.630 quelli coinvolti a vario titolo in crisi di carattere finanziario e 10.160 relativi all’indotto, si tratta per lo più di aziende, anche sotto i 50 dipendenti, legate alla componentistica auto, ma anche aziende di minuteria e lavorazioni meccaniche trasversali ai settori.

Le regioni maggiormente colpite sono quelle ad alta industrializzazione: Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte, che vedono crescere le ore di cassa integrazione, in particolare nei settori legati ai macchinari e impiantistica industriale, automotive, elettrodomestico, siderurgia e biciclette. Mentre Liguria, Toscana, Marche, Umbria e Lazio, pur registrando un numero inferiore di aziende in crisi, confermano i settori in maggiore difficoltà: automotive, siderurgia, elettrodomestico; così come le regioni del Centro-Sud: Abruzzo, Molise, Puglia, Campania, Basilicata e le isole Sicilia e Sardegna, dove ai comparti di cui sopra si aggiungono le aziende legate alla microelettronica, ai semiconduttori, alla manutenzione industriale e all’impiantistica.

Continuano ad esserci processi di delocalizzazioni: 995 sono i lavoratori coinvolti, con una presenza significativa di aziende che forniscono servizi di call center ed informatici.

Sono escluse da una situazione di sofferenze settori come l’aerospazio, la difesa e la cantieristica navale, che vivono invece un periodo di crescita.

Automotive: la situazione del Gruppo Stellantis è particolarmente critica (vedi report FIM Stellantis gennaio 2026). Il Gruppo nel 2025 ha visto la produzione scendere sotto quota 380 mila (-24,5% rispetto all’anno prima). Nel dettaglio, le autovetture segnano un -24,5% (213.706 unità) e i veicoli commerciali un -13,5% (166.000 unità). Numeri che riflettono la crisi di molte aziende, piccole e medie, che ruotano intorno all’indotto diretto di Stellantis e delle altre case automobilistiche europee che interessa oltre 256 mila lavoratori. Il nostro Paese è infatti tra i maggiori produttori ed esportatori in Europa di componentistica dell’auto: motori endotermici, marmitte, fanaleria, pressofusi, pompe diesel e benzina, selleria, sospensioni ecc.. Lo stivale è disseminato di aziende che ruotano intorno al settore auto e, oltre a quelle note come Bosch e Marelli, ci sono tantissime aziende come: Lear, Tiberina, Algo, Hi-Lex, Cecomp, Magna di Livorno, Baomarc, Proma, Friulpress-Samp Spa, Hanon Systems ecc. e molte altre, anche sotto i 50 dipendenti, che però oggi stanno scontando la pesante crisi del settore automotive dovuta alla transizione green e digitale. Queste ultime continuano a scontare, rispetto alla loro dimensione, minore capacità di reazione, sia nella ricerca di mercati che per carenza di liquidità da investire nella transizione. Oltre agli aiuti pubblici, attualmente insufficienti, servirebbe un lavoro di concerto tra istituzioni, grandi multinazionali, sindacato e hub di ricerca (Università, ITS) per gestire questa complessa fase di crisi, oltre che, come abbiamo anche chiesto il 5 febbraio scorso a Bruxelles alla manifestazione organizzata da IndustriAll, un piano europeo e risorse sul settore auto e deroghe al patto di stabilità per gli investimenti nell’industria.

Elettrodomestico: il settore del bianco è alle prese ormai da anni con una forte ristrutturazione che ha visto nel nostro Paese la chiusura e il ridimensionamento di molti siti produttivi. La vendita di elettrodomestici in Europa nel 2025 è stata al di sotto dei 70 milioni di pezzi, con una quota di marchi asiatici che è salita in pochi anni dal 14% al 40%. In Italia la produzione nel 2025 si è fermata sotto i 10 milioni di prodotti, ben lontana dai 30 milioni degli anni 2000. Siti e marchi storici sono stati chiusi o passati in mano estera. Oggi gran parte di quello che era il “made in Italy” del bianco è in mani straniere: Beko Europe, detenuta al 75% dai turchi di Arçelik e al 25% da Whirlpool; i cinque siti contavano circa 5.000 dipendenti in Italia. L’azienda ha presentato un piano di esuberi che inizialmente era di circa 1.935 (quasi il 44% del totale) ad aprile 2025; è stato raggiunto un accordo sindacale quadro che ha ridotto la pressione occupazionale. Gli esuberi sono scesi sotto quota 1.000 (gestiti tramite uscite volontarie e incentivate), e nessuna chiusura definitiva degli stabilimenti: il sito di Comunanza prosegue l’attività, mentre per Siena è stato avviato un percorso di riconversione industriale. Nelle Marche a Fabriano sono stati ridimensionati i centri di ricerca. Electrolux in Italia presenta diverse analogie con quella di Beko, essendo entrambi i gruppi colpiti dalla crisi dei consumi in Europa e dalla concorrenza asiatica. Tuttavia, a differenza di Beko (che è in una fase di integrazione post-acquisizione), Electrolux ha continuato ad investire in questi anni somme ingenti sia nei processi, che nei prodotti in tutti e 5 i siti italiani, con particolare attenzione ai prodotti di alta gamma. La forza lavoro totale in Italia è di circa 4.500 dipendenti. Anche qui si aggiungono però tutte le piccole e medie imprese che ruotano intorno all’indotto: si tratta di aziende di componentistica, cablaggi elettrici, stampaggio lamiere, minuteria metallica ecc. che stanno accusando la crisi e il ridimensionamento del settore del bianco. Dal Governo stiamo aspettando dal 21 febbraio 2024 la seconda convocazione del tavolo di settore per definire le politiche di rilancio del comparto.

Siderurgia e Alluminio: il costo dell’energia continua a penalizzare fortemente fonderie e laminatoi. Oltre ai grandi impianti siderurgici e alle vertenze storiche (ex-Ilva, Piombino, Sider Alloys (ex-Alcoa), stanno soffrendo molto le piccole e medie fonderie, per lo più localizzate nel nord Italia, dove il costo dell’energia è in media il 30% in più rispetto alla media UE (115 euro a Mwh contro i 90 della Germania, i 50 della Francia e i 60 della Spagna), a cui si sommano i costi delle materie prime, in particolare metalliche, che stanno vedendo una crescita dei prezzi record (il rottame ferroso 340 euro/t – alluminio 3.117 euro/t – rame 11.000 euro/t). Va detto poi che per il ferro e l’acciaio si aggiunge da quest’anno il costo della certificazione ambientale richiesta dalle nuove norme UE (CBAM – Carbon Border Adjustment Mechanism). Le vertenze “storiche” della siderurgia e dell’alluminio: ex-Ilva, ex-Alcoa, Jsw Piombino ex-Lucchini sono ormai da oltre 10 anni in crisi profonda e non vedono soluzioni all’orizzonte, nonostante l’importanza strategica del settore dell’acciaio e dell’alluminio per il nostro Paese anche alla luce dei mutati equilibri geopolitici. L’ex-Ilva è la madre di tutte le vertenze e condensa in sé mali e inefficienze del nostro Paese: dal costo dell’energia alla sostenibilità ambientale, burocrazia e scontro tra le istituzioni. Tutti elementi che in questa vertenza stanno da anni contribuendo a logorare e allontanare la ricerca di una soluzione. Oggi il Gruppo è in Amministrazione Straordinaria e dagli oltre 11 mila lavoratori siamo oggi a 9.800 diretti, a cui si sommano i circa 18 mila coinvolti tra appalti e forniture. A causa della situazione sono coinvolti nella cassa integrazione (o sospesi ad altro titolo) dai 4.450 ai 6.000 lavoratori (nella sola Taranto 3.800, praticamente la metà degli attuali lavoratori). Dopo il fallimento della gestione Mittal, il Gruppo è attualmente gestito dai Commissari Straordinari nominati dal Governo. Della trattativa avviata in esclusiva a fine gennaio 2026 con il fondo americano Flacks Group, come sindacato non abbiamo nessun dettaglio su investimenti e piano industriale. La scorsa settimana abbiamo organizzato una conferenza stampa unitaria, dove abbiamo ribadito la necessita di un ruolo maggioritario dello Stato nel futuro assetto proprietario, e abbiamo denunciato la situazione di incertezza e di grande preoccupazione. Abbiamo ribadito la richiesta di convocazione a Palazzo Chigi. Se non dovesse avvenire entro il mese di febbraio, ci autoconvocheremo con il coordinamento nazionale davanti alla sede dell’Esecutivo. Il 9 febbraio è stato varato un prestito ponte di 390 milioni di euro al fine di garantire la continuità industriale ed evitare il collasso finanziario. Attualmente la produzione di acciaio è ai minimi storici sotto i 3 mln/t con di fatto un solo altoforno fino a maggio 2026, mentre il 12 febbraio scorso il GIP del Tribunale di Taranto ha rigettato l’istanza di dissequestro dell’Altoforno 1 (AFO1) per ulteriori accertamenti rispetto all’incidente del 7 maggio 2025.

Sider Alloys ex-Alcoa: dopo 8 anni dalla sua acquisizione da parte degli svizzeri di Sider Alloys, lo stabilimento per la produzione di alluminio primario di Portovesme in Sardegna non è mai ripartito. La produzione è ormai ferma dal 2012 e le celle elettrolitiche, cuore della produzione, non sono mai state riaccese. Attualmente sono occupate appena 80 persone, in cassa integrazione, mentre i lavoratori dell’indotto dell’ex-bacino Alcoa sono rimasti senza ammortizzatori, aggravando la crisi sociale del Sulcis, tra le regioni più povere del nostro Paese. Il 13 febbraio scorso abbiamo richiesto come FIM-FIOM-UILM un incontro urgente al MIMIT ed al Ministero del Lavoro per verificare le intenzioni dell’attuale investitore e quale ammortizzatore dovrà accompagnare questo processo vista la messa in discussione della oramai inadeguata Mobilità in Deroga che riduce le famiglie dei lavoratori a dover sopravvivere con meno di 500,00 euro mensili.

Piombino: il polo siderurgico della ex-Lucchini è arrivato a un punto di rottura. JSW ci ha comunicato di avere macchinari per 51 mila euro fermi nei magazzini sostenendo di non poter avviare il revamping del treno rotaie a causa dei ritardi del Comune su una variante urbanistica e sul mancato Accordo di Programma, mentre sul fronte Metinvest-Danieli il progetto della nuova acciaieria green da 2,5 miliardi sembra essere pronto ma è legato alla liberazione delle aree da parte di JSW; il subentro formale è previsto per il mese di maggio, fermo restando che il TAR ha imposto a JSW la rimozione di circa 44 mila tonnellate di rifiuti. Detto ciò, rimane l’incertezza dei 1.400 lavoratori. Come FIM abbiamo sollecitato la firma immediata dell’Accordo di Programma tra governo, enti locali e aziende. Ad oggi il rilancio resta solo sulla carta mentre gli impianti si degradano.

Non da trascurare la vertenza Valbruna. Acciaieria presente a Bolzano e Vicenza che, di fatto, non doveva comparire nelle crisi, se non perché le concessioni dei terreni su cui esiste lo stabilimento di Bolzano sono in scadenza. Anziché procedere ad una proroga o ad un’assegnazione delle aree all’Acciaieria, che tra l’altro ha tutta la volontà di investire in impianti ed innovazione, ci si ritrova con un bando di gara che avrebbe potuto favorire interessi speculari di altri paesi. Insistiamo, con il MIMIT, affinché la vertenza trovi una soluzione con un’assegnazione stabile e duratura delle aree, da parte della provincia autonoma di Bolzano, alle acciaierie degli Amenduni. Questa condizione garantirebbe la continuità produttiva ed occupazionale non solo per Bolzano, ma anche per Vicenza.

Si aggiunge la lenta cessione della Magona, con i mancati pagamenti delle spettanze dell’ultimo mese è l’ennesima crisi che potrebbe vedere una soluzione ma per lungaggini burocratiche da una parte, azioni poco collaborative da parte del management dall’altra, si scarica sui lavoratori. Il prossimo incontro è calendarizzato per il prossimo 25 febbraio e pretenderemo che non sia un incontro interlocutorio ma risolutivo di un preliminare di vendita.

Termomeccanico: resta attenzionata, anche se non se ne sente più parlare, la situazione del settore termomeccanico, anche questo alle prese con la transizione green e le nuove regole UE sul settore, a cui si somma un forte calo dell’export (in particolare con Francia e Germania). Come FIM sollecitammo fortemente, insieme alle altre organizzazioni sindacali, un tavolo della termomeccanica tra fine 2024 e inizio 2025 e il MIMIT ha iniziato a trattare la crisi non più solo come “emergenza aziendale” ma come crisi di settore; questo con l’intenzione di cercare di anticipare e avviare politiche industriali di sostegno alla transizione dell’industria legata al riscaldamento, alla climatizzazione e alla refrigerazione. Il tavolo della termomeccanica, però, non si è più aggiornato e il Ministero sta continuando ad affrontare le crisi in maniera singola, vedi Riello e la sua cessione da parte del Gruppo Carrier che non trova più interesse nell’investire sul prodotto italiano. Riello sarà acquisita da Ariston, e questa vertenza è già seguita a livello nazionale in apposito tavolo presso il MIMIT. A nostro avviso serve per il settore un “fondo per la transizione termica” simile a quello dell’auto (tra l’altro insufficiente in termini di risorse) per sostenere le aziende dirette e della filiera nella riconversione delle caldaie nella transizione da gas ad elettrico.

Per quanto riguarda invece le aziende dell’elettronica e dell’impiantistica e più in generale delle TLC, permangono criticità su aziende come: gruppo Alpitel, Sirti, Valtellina, Italtel, Site ecc. a causa dei meccanismi legati alle gare al massimo ribasso che stanno mettendo fuori mercato molte delle aziende storiche dell’impiantistica; a questo si somma l’incertezza legata alla fine dei finanziamenti del PNRR per il 5G. A queste poi si aggiungono vertenze storiche di aziende della microelettronica in forte crisi finanziaria ormai da anni (es: Jabil, Softlab, Fimer, Dema), che scontano il fatto di essere siti di solo assemblaggio e senza centri decisionali o di ricerca e sviluppo e legami con le università. Sulla microelettronica servirebbe, anche alla luce delle prospettive sullo sviluppo dell’AI, una strategia nazionale sul settore per trattenere e far investire le multinazionali sul nostro territorio.

In conclusione il 2025 si chiude con il settore metalmeccanico in forte rallentamento, come già timidamente avevamo registrato a fine 2024. Transizioni, riposizionamento delle catene del valore a livello globale, guerre, tensioni e crisi geopolitiche, dazi continuano a impattare notevolmente sull’intero settore metalmeccanico. La contrazione del mercato tedesco e il “buco nero” del settore dell’auto hanno fatto il resto. C’è da dire che nonostante il calo produttivo, anche grazie al massiccio utilizzo della CIG soprattutto nell’indotto auto e nella termomeccanica per gestire il calo degli ordini, la tenuta occupazionale tiene, anche se comincia a mostrare sofferenze importanti.

Per il Segretario generale della Fim Cisl Ferdinando Uliano “i dati del nostro report sulle crisi aziendali del settore metalmeccanico rilevano una situazione in peggioramento per molte filiere del settore: auto, siderurgia ed elettrodomestico in testa. Nel campione di quasi mille aziende da noi censito si evidenzia una forte richiesta di Cigo. Nell’ultimo periodo dell’anno si riscontra un aumento della Cigs, accentuando le caratteristiche di una crisi strutturale.

Il costo dell’energia e la carenza di risorse finanziarie per gli investimenti sono le cause principali delle crisi. Le aziende del nostro Paese, anche per la loro dimensione, soffrono più degli altri partner europei della carenza di credito. Dei 600 mld di credito del 2025 concessi dalle banche alle imprese, la maggior parte sono stati accordati alle grandi aziende con rating molto alti. Nel 2025 c’è stato un calo dei volumi dei prestiti del -3,8%, che si rispecchia anche nel nostro report con oltre 19mila lavoratori coinvolti in crisi finanziarie. Questo penalizza le piccole e medie imprese che stanno ritardando gli investimenti in nuovi macchi

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