Un’organizzazione invisibile: la mafia | Rizzoli Education

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Le radici del fenomeno mafioso

Tutti i paesi conoscono o hanno conosciuto nella loro storia forme di criminalità organizzata, dal banditismo dell’Antico regime alle frodi che oggi riguardano soprattutto l’ambiente digitale. Alcune di esse hanno assunto carattere internazionale: pensiamo alla pirateria caraibica, attiva fra il XVII e il XVIII secolo in uno spazio conteso da diverse potenze, il golfo del Messico, oppure ai recenti traffici intercontinentali di armi o di droga.

La “mafia” siciliana si distingue dalla criminalità comune perché, fin da quando il termine cominciò ad essere utilizzato negli anni in cui si realizzò l’Unità d’Italia, non ebbe solo l’obiettivo di arricchirsi attraverso pratiche illegali e violente, ma anche quello di realizzare, attraverso regole e costumi propri, un controllo del territorio così capillare da contendere allo Stato la sovranità effettiva su intere comunità. Per questa ragione il giudice Giovanni Falcone poté affermare che la mia mafia è una «organizzazione a suo modo giuridica».

Contrariamente a quanto si crede, la mafia siciliana si sviluppò in uno strato della società dell’isola intermedio fra i proprietari terrieri e gli aristocratici da un alto, e i fittavoli, gli operai agricoli, gli artigiani e i piccoli commercianti dall’altro. Ad esempio, il contrabbando e il mercato internazionale degli agrumi rappresentarono contesti assai favorevoli al consolidamento di un’imprenditoria criminale dedita ai traffici illeciti e, nello stesso tempo, capace di garantirsi materie prime e servizi a basso costo grazie all’uso spregiudicato del ricatto, dell’estorsione del cosiddetto “pizzo” e della paura. Fin dall’inizio, il rapporto con la politica fu quasi naturale: la mafia orientava i voti e spesso molti candidati furono disposti a fare qualsiasi cosa pur di ottenerli.

Il radicamento della mafia ha alimentato diverse leggende, il più delle volte create per attenuare o addirittura negare la natura del fenomeno criminale. “La mafia non esiste” fu una frase ripetuta più volte, fra Ottocento e Novecento, spesso da autorevoli politici, intellettuali e amministratori. Con la grande emigrazione transoceanica la mafia sbarcò in America, insediandosi nelle grandi città a partire dalla costa orientale. Lì Cosa Nostra – nome con cui la mafia iniziò ad essere chiamata – si sviluppò grazie al controllo di interi quartieri e ad una fitta rete di attività illecite, dal contrabbando alla prostituzione, dal gioco d’azzardo al commercio abusivo di alcolici negli anni del proibizionismo, dopo la Grande guerra, al traffico di stupefacenti.

La reazione dello Stato, tra (parziali) successi e stragi

Lo Stato a più riprese si occupò del fenomeno mafioso, e in alcuni periodi riuscì a contrastarlo, ma non a vincerlo del tutto, quando penetrò e infranse la rete associativa che ne costituiva la base. Ciò accadde una prima volta sul finire del XIX secolo, poi durante i primi anni del fascismo, con la repressione di massa operata dal “prefetto di ferro” Cesare Mori, e soprattutto dal decennio Ottanta del Novecento con l’azione del pool antimafia di Palermo.

Una commissione d’inchiesta sul fenomeno mafioso in Sicilia fu istituita in Parlamento già nel 1962, ma la magistratura e le forze dell’ordine divennero davvero efficaci quando poterono giovarsi di una legge che integrava il Codice penale, aggiungendo il reato di “associazione di tipo mafioso” (legge Rognoni-La Torre n. 646, 13 settembre 1982). Ad essa la mafia reagì, fra il 1979 e il 1985, eliminando una quantità impressionante di giudici, politici e ufficiali dei Carabinieri e della Polizia. Ciò nonostante, il pool antimafia di Palermo guidato da Antonino Caponnetto, coadiuvato da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, riuscì nell’impresa di rinviare a processo, fra il 1986 e il 1987, oltre 470 persone, 346 delle quali furono condannate. L’impianto accusatorio resse in Corte d’Appello e in Corte di Cassazione: alla fine, nel 1992, furono comminati più di 10 ergastoli.

La vendetta della mafia, all’epoca coordinata da Toto Riina, fu però immediata e sanguinosa: nel corso di due attentati concepiti come atti di forza straordinaria, fra il maggio e il luglio 1992, vennero uccisi Falcone, Borsellino e tutte le persone che si trovavano con loro. La morte dei due magistrati rappresentò tuttavia uno spartiacque nella coscienza del paese: il sentimento collettivo e l’indignazione della gente comune, in Sicilia e in tutta l’Italia, sostennero le istituzioni, la cui risposta repressiva portò all’arresto di Riina e dei principali protagonisti dell’ala mafiosa più violenta.

L’infiltrazione mafiosa oggi

La mafia è stata dunque definitivamente sconfitta? Purtroppo, no. In forme meno esposte e meno visibilmente violente, nuove generazioni di criminali hanno mantenuto relazioni e controllo sociale, investendo i proventi delle attività illegali (basti pensare al fatto che un chilogrammo di cocaina può valere più di 100.000 euro) nella finanza, nell’edilizia e nel mondo dell’impresa. I confini della penetrazione mafiosa, nel frattempo, si sono estesi: ad esempio, il Consiglio comunale di Brescello, in Emilia, è stato sciolto per mafia nel 2016. L’attenzione nei confronti del fenomeno deve quindi essere mantenuta alta, e associazioni come “Libera”, fondata da don Luigi Ciotti nel 1995, contribuiscono a diffondere, a partire dai giovani, quello spontaneo senso di legalità che è un potente antidoto civile contro il degrado morale, nonché una delle fondamentali radici della democrazia.

PER APPROFONDIRE

Consigliamo la lettura di La mafia, una “malattia” da prevenire e curare da Non c’è futuro senza memoria di Roberto Balzani, La Nuova Italia 2026.

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