di Stefano Amoroso
La notizia dell’approvazione in CdM degli schemi di pre-intesa tra Stato e Regioni per concedere l’autonomia differenziata agli Enti Regionali che ne faranno richiesta, non arriva del tutto imprevista, anche se ormai la questione era passata in secondo piano da diverso tempo. Evidentemente il recente strappo di Vannacci dalla Lega, con la conseguente nascita di Futuro Nazionale ed i sondaggi elettorali abbastanza preoccupanti per la maggioranza, hanno spinto ad accelerare anche se la materia è tutt’altro che definita. Infatti, la legge 86 del 2024, cosiddetta “legge sull’autonomia differenziata”, che per la prima volta aveva definito procedure, materie e principi per concedere maggiore autonomia alle Regioni a statuto ordinario che ne facciano richiesta, come previsto dall’art. 116 della Costituzione, finora non ha prodotto alcun effetto concreto. E questo principalmente per due motivi: la bocciatura a fine 2024 della Corte Costituzionale, che ha dichiarato incostituzionali alcuni articoli della legge, soprattutto quelli che prevedevano trasferimenti troppo ampi di competenze e violazioni di principi costituzionali. Il secondo motivo, se possibile ancora più grave, riguarda la mancata approvazione dei livelli essenziali di prestazione (Lep). Per ovviare a questo secondo ostacolo, come ricorderanno i nostri lettori più attenti, nello scorso maggio 2025 la maggioranza aveva annunciato la presentazione di una legge delega per definire i Lep. Il testo ufficiale del Ddl, tuttavia, non è stato ancora depositato in Parlamento, né è calendarizzato, e dunque la riforma è in stallo. Lo stallo nella presentazione del Ddl di delega governativa sui Lep è stato probabilmente suggerito dai sondaggi elettorali, che mettevano a rischio la conferma dei Presidenti uscenti della destra sia nelle Marche che in Calabria. Superato lo scoglio delle regionali dello scorso autunno, con la riconferma di tutte le maggioranze uscenti nelle Regioni al voto, probabilmente è venuto meno il principale ostacolo sul cammino della riforma. Nelle ultime settimane, poi, lo strappo che si è consumato tra la Lega e Vannacci, con la fondazione da parte dell’ex generale di un partito di destra chiamato Futuro Nazionale, ha destato allarme e preoccupazione nei quartieri generali della destra. Di qui, probabilmente, la decisione di avviare intanto l’autonomia differenziata con le quattro Regioni del Nord che ne hanno fatto richiesta (Liguria, Piemonte, Lombardia e Veneto), in attesa di avviare la riscossa anche al Centro ed al Sud, dove i sondaggi per la maggioranza volgono al peggio. Approvare uno schema di pre-intesa, di per sé, non comporta nessun cambiamento legislativo: le pre-intese andranno negoziate tra ogni singola Regione ed i ministeri proposti, poi approvate dal Governo ed infine varate dal Parlamento. È perfettamente prevedibile, infine, che ogni intesa che dovesse essere approvata verrà sottoposta a referendum confermativi. Le materie che saranno oggetto delle pre-intese sono quelle escluse dai Lep dunque, per esser chiari, non ci saranno né la sanità, né l’istruzione, e neanche la formazione professionale. Ci potrebbero essere, invece, la protezione civile, la previdenza complementare ed integrativa, ed il regolamento delle professioni. Sui temi previdenziali e delle professioni libere sarà certamente interessante vedere cosa possano proporre di diverso Regioni in grave crisi occupazionale come il Piemonte (Torino ha il titolo assai poco invidiabile di capitale dei cassintegrati d’Italia), oppure con un indice d’invecchiamento superiore alla media italiana ed europea (Liguria), o ancora con un numero di liberi professionisti già ampiamente superiore alla media nazionale (Lombardia e Veneto). Queste Regioni si apriranno forse al riconoscimento di titoli professionali conseguiti all’estero? Molto più seria, invece, potrebbe essere l’autonomia in una materia delicata come la Protezione Civile. Ad oggi, infatti, l’art. 117 della Costituzione, ed il Codice della protezione civile, disciplinano in maniera puntuale la materia, per la quale siamo considerati un Paese guida a livello internazionale. La materia è di competenza concorrente tra Stato e Regioni. Questo vuol dire che, mentre lo Stato fissa i principi fondamentali, le Regioni organizzano e gestiscono la protezione civile sul territorio. Ma nei grandi eventi, come le attuali Olimpiadi invernali, lo Stato assume un ruolo centrale e sostitutivo. E meno male. Ipotizzando che la maggioranza di destra non arrivi fino al punto di mettere in discussione il ruolo dello Stato nella definizione dei principi fondamentali, l’unica cosa su cui si potrebbe concedere una delega alle Regioni sarebbe la dichiarazione dello stato di emergenza, che consente poteri straordinari e procedure accelerate e, di conseguenza, la deroga alle leggi ordinarie. Se tutto questo fosse gestito a livello regionale, potremmo immaginare facilmente le conseguenze in termini di affidamenti rapidi dei lavori senza gara, gestione dei fondi straordinari, evacuazioni e misure urgenti. Siamo certi che le Regioni, indipendentemente dalle maggioranze politiche del momento, siano minimamente attrezzate per gestire le emergenze? Non rischiamo di rivedere film già noti, come quelli andati in onda in Sicilia (Regione a statuto straordinario e dunque con poteri molto ampi di gestione delle emergenze), in cui la Regione interessata da un lato fa poco o nulla per prevenire le emergenze, salvo poi, a disastro avvenuto, chiedere fondi speciali allo Stato, ma da affidare ai politici ed alle autorità locali? I quali vengono così premiati nonostante non abbiano prevenuto le tragedie. Anzi, forse proprio per questo. È la storia del padre che affida la guida di un’auto di grande cilindrata al figlio neopatentato, fresco di bocciatura a scuola: totale deresponsabilizzazione e potenziali disastri in arrivo.