Come sta cambiando la presa in carico dei pazienti tra nuovi farmaci, monitoraggio metabolico e qualità di vita
Negli ultimi anni la gestione della fenilchetonuria (PKU) ha conosciuto importanti cambiamenti, andando oltre la sola dietoterapia per abbracciare percorsi di cura sempre più personalizzati e orientati alla qualità di vita. Oggi, infatti, se la dieta resta il cardine della terapia, pazienti e famiglie possono contare su strumenti sempre più articolati, che includono monitoraggio metabolico, valutazioni cognitive e psicologiche e nuove terapie farmacologiche già disponibili o in arrivo. È questo il quadro emerso durante due webinar organizzati da Osservatorio Malattie Rare con il patrocinio della SIMMESN (Società italiana malattie metaboliche ereditarie e screening neonatale) e la collaborazione delle associazioni di pazienti PKU attive sul territorio nazionale. L’iniziativa è stata realizzata grazie al contributo incondizionato di PTC Therapeutics.
FENILCHETONURIA, NUOVE TERAPIE E CURE SU MISURA
Durante gli incontri, il Prof. Alberto Burlina, Consulente esperto di malattie metaboliche ereditarie presso l’Unità operativa complessa di malattie metaboliche ereditarie dell’Azienda Ospedale Università di Padova, la Dott.ssa Chiara Cazzorla, psicologa e psicoterapeuta della stessa unità, la Dott.ssa Laura Rubert, responsabile dell’Unità di malattie metaboliche ereditarie dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona e la Dott.ssa Alice Dianin, dietista metabolica del centro veronese e vicepresidente SIMMESN, hanno approfondito strategie nutrizionali, presa in carico del paziente e prospettive della ricerca clinica.
DALLA DIAGNOSI AL FOLLOW-UP: IL RUOLO DEL MONITORAGGIO
Il percorso di cura inizia con lo screening neonatale e con il monitoraggio dei livelli di fenilalanina, parametro chiave per la gestione della malattia.
Un aspetto spesso poco noto è che la fenilchetonuria è prima di tutto una malattia neurologica. “Non interessa altri organi, l’organo colpito è il cervello”, ricorda Burlina, spiegando che il rischio di danno neurologico oggi può essere evitato grazie allo screening neonatale e al controllo dei livelli di fenilalanina lungo tutto l’arco della vita.
“La situazione più comune è quella di un bambino sano diagnosticato nei primi giorni di vita attraverso lo screening neonatale”, spiega Rubert. “La terapia deve essere avviata rapidamente, idealmente entro i primi dieci giorni di vita”.
L’obiettivo del trattamento non è solo ridurre la fenilalanina, ma garantire uno sviluppo cognitivo normale e prevenire i danni neurologici. Per questo i target metabolici restano rigorosi e il monitoraggio è essenziale per definire la tolleranza proteica individuale e adattare nel tempo la terapia.
TERAPIE DISPONIBILI
Ad integrazione della dietoterapia oggi esistono opzioni farmacologiche che possono modificare la gestione della PKU.
La prima è la sapropterina, disponibile in Europa dal 2008. Si tratta di un cofattore enzimatico che aiuta l’enzima fenilalanina idrossilasi residuo a funzionare meglio e che in una quota di pazienti consente una maggiore tolleranza alle proteine. Secondo la letteratura, tra il 20% e il 50% dei pazienti risponde a questa terapia.
Il secondo trattamento farmacologico approvato nel 2019 è stato il pegvaliase, una terapia enzimatica sostitutiva introdotta nel 2018 e utilizzabile in età adolescenziale e adulta nei pazienti non responsivi alla sapropterina. Il farmaco è somministrato per via sottocutanea e richiede un periodo di adattamento, ma nei pazienti che rispondono può consentire una significativa liberalizzazione della dieta.
“Lo scenario che si sta delineando è sempre più spesso uno scenario misto in cui la dieta resta fondamentale ma può essere associata alle terapie farmacologiche disponibili”, afferma Burlina.
NUOVE PROSPETTIVE IMMINENTI: LA SEPIAPTERINA
Alle terapie già citate, si potrebbe presto aggiungere una nuova opzione: la sepiapterina. Questo nuovo farmaco, già approvato dall’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA), è al vaglio dell’ente regolatorio nazionale (AIFA), in attesa di un’approvazione locale e relativa rimborsabilità.
“Quando un farmaco è approvato in Europa, per l’immissione in commercio non conta solo l’efficacia dimostrata negli studi clinici”, osserva Burlina. “Serve anche la valutazione dell’AIFA (l’ente regolatorio nazionale), che deve stabilire le condizioni di utilizzo e il prezzo, trovando un equilibrio tra costo della terapia e sostenibilità per il Servizio sanitario nazionale”.
“Il paziente deve poter avere accesso a tutte le opzioni terapeutiche disponibili”, conclude Burlina. “La scelta non deve essere la terapia più nuova o la più costosa, ma quella che funziona per la sua malattia”.
UNO SGUARDO AL FUTURO: TERAPIA GENICA E GENE EDITING
Negli ultimi anni la ricerca sulla fenilchetonuria (PKU) ha registrato un forte impulso, con diversi approcci terapeutici innovativi oggi in fase di studio. Tra questi figurano strategie di terapia genica e tecniche di gene editing mirate a correggere direttamente il difetto genetico. Parallelamente sono in sviluppo anche terapie basate su mRNA o nuovi modulatori metabolici. Si tratta di linee di ricerca promettenti ma ancora nelle prime fasi di sperimentazione clinica, quindi non accessibili nel breve-medio termine.
L’APPROCCIO PERSONALIZZATO E LE SFIDE QUOTIDIANE
“La terapia dietetica resta essenziale – sottolinea Burlina – e la combinazione tra dieta e terapie farmacologiche è l’atto vincente. Non esiste infatti una terapia uguale per tutti, bisogna trovare quella che funziona per il singolo paziente. I pazienti con fenilchetonuria sono persone assolutamente normali che devono andare a scuola, lavorare, uscire, andare al ristorante”.
“Lo scenario che si sta delineando è quello per cui la dieta resta indispensabile – conferma Rubert – ma può essere associata alle terapie farmacologiche disponibili”. Quel che è certo è che “la terapia della PKU deve essere mantenuta per tutta la vita, per evitare effetti neurologici e cognitivi legati a livelli elevati di fenilalanina.”
Sebbene negli ultimi anni ci sia stato un miglioramento significativo delle formulazioni, e oggi in Italia abbiamo una grande varietà di prodotti dedicati e questo aiuta a rendere la dieta più sostenibile nel tempo. “Seguire una dieta restrittiva per tutta la vita può essere complesso, soprattutto nelle diverse fasi della crescita, spiega Dianin. “Tra i momenti più delicati ci sono lo svezzamento, l’età scolare e la socialità; l’adolescenza; il passaggio all’età adulta.”
L’abbandono della dieta in età adulta resta una delle criticità della gestione della PKU. In questi casi il ritorno al centro metabolico può consentire di recuperare il controllo metabolico e migliorare il benessere complessivo.
“Sappiamo bene che livelli elevati di fenilalanina possono avere un impatto significativo su diverse funzioni cognitive – spiega Rubert – come la memoria di lavoro, il ragionamento astratto e l’attenzione. La buona notizia è che questi effetti sono in larga parte reversibili anche nei pazienti adulti: quando si torna a un adeguato controllo metabolico, le difficoltà cognitive possono attenuarsi e, in alcuni casi, risolversi. Per questo oggi è importante affiancare al monitoraggio metabolico anche valutazioni cognitive periodiche, che idealmente dovrebbero essere effettuate ogni 5-10 anni.”
“Un controllo non ottimale della terapia si associa spesso anche a una peggiore qualità di vita: chi mantiene livelli elevati di fenilalanina può andare incontro più frequentemente a ansia, depressione e disturbi dell’umore. È un aspetto che deve essere ben chiaro anche alle famiglie. Il benessere mentale e psicologico del paziente, infatti, è strettamente legato alla sua capacità di affrontare le sfide della vita quotidiana e rappresenta una componente fondamentale della presa in carico complessiva.”
UNA MALATTIA CHE CAMBIA CON L’ETÀ
Durante il webinar è stato ricordato che la PKU non è una condizione statica: i bisogni terapeutici cambiano nelle diverse fasi della vita. “Parliamo di una malattia cronica che assume caratteristiche diverse a seconda dell’età del paziente”, spiega Chiara Cazzorla. Per questo la terapia deve essere costruita tenendo conto non solo degli aspetti clinici, ma anche di quelli familiari, psicologici e sociali, adattando il percorso di cura alle caratteristiche della persona e del suo contesto. “Quando definiamo il trattamento – aggiunge – dobbiamo mettere insieme molti elementi: l’età, le caratteristiche del paziente e anche quelle della famiglia”.
Un elemento centrale è la presa in carico del paziente, che integra monitoraggio clinico e biochimico, gestione dietetica, terapia farmacologica e supporto psicologico. Il supporto psicologico, in particolare, accompagna tutto il percorso della malattia, dalla comunicazione della diagnosi alla gestione dell’adolescenza, fino alle scelte di vita adulta. “È necessario per aiutare il paziente e la famiglia ad affrontare le diverse sfide e a mantenere una buona aderenza alla terapia”, conclude Cazzorla.
Il confronto tra pari e il ruolo delle associazioni possono rappresentare un ulteriore sostegno di grandissima importanza, purché le informazioni vengano sempre condivise con il team medico. La gestione della PKU sta infatti evolvendo verso un modello sempre più personalizzato e multidisciplinare, in cui diversi strumenti terapeutici si combinano per costruire un percorso di cura su misura.
Oltre a offrire supporto e informazione alle famiglie, le associazioni contribuiscono a creare occasioni di confronto tra chi vive la malattia e i professionisti sanitari, favorendo una maggiore consapevolezza e una gestione più efficace della PKU.
La collaborazione tra centri clinici, società scientifiche e associazioni rappresenta oggi uno degli elementi chiave per migliorare la presa in carico e la qualità di vita delle persone con fenilchetonuria, accompagnando pazienti e famiglie lungo tutto il percorso della malattia.