Oltre le sbarre: la storia di Flavio

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La Città metropolitana di Roma Capitale ha ospitato il 16 marzo a Villa Altieri dalle 15:30 l’evento “Oltre le Sbarre. Prevenire il suicidio e custodire la memoria, perché nessuno sia dimenticato” organizzato insieme a Co.N.O.S.C.I APS, il Coordinamento nazionale operatori per la salute nelle carceri italiane. L’evento nasce in ricordo di Flavio Evangelista, detenuto presso il carcere di Rebibbia, che il 7 settembre 2025, ha deciso di porre fine alla sua vita nelle quattro mura della sua cella. Ad onorarne la memoria, prima tra tutti, ci ha pensato la mamma di Flavio, Ivonne Liberati, che, con la voce spezzata, ha raccontato la storia di suo figlio: Flavio aveva 35 anni, nella vita faceva il tatuatore, ed era in carcere per reati connessi alla sua tossicodipendenza. Durante la sua detenzione, ha scoperto di essere malato di cancro al terzo stadio, con diverse metastasi. Nel frattempo, a far da sfondo a tutti gli interventi che si sono susseguiti, scorrevano i disegni di Flavio, che ci hanno raccontato di più della sua storia: colori forti, frasi d’amore e immagini di quella libertà che tanto agognava. 

L’incontro è stato fortemente voluto da Tiziana Biolghini, Consigliera Delegata Pari Opportunità, Politiche sociali, Cultura, della Città Metropolitana di Roma Capitale, per affermare il ruolo delle carceri anche per quanto riguarda la riabilitazione e la riduzione della recidiva, e non soltanto per la mera reclusione. Il primo intervento è stato affidato ad Anna Banfo, psicologa penitenziaria, che ha lavorato per anni nella “Casa Circondariale di Rebibbia Femminile”, il carcere femminile più grande di Europa: “”, afferma la psicologa “ho incontrato il mondo”. Racconta di un ambiente in cui a soffrire è prima l’anima, e di conseguenza si ammala anche il corpo. Tra un intervento e l’altro, è stata data voce proprio a Flavio che, in uno dei testi da lui redatti, con parole semplici ma colme di rabbia, parla di se stesso come un’anima stanca: e quando un’anima stanca decide di smettere di lottare, è un fallimento pubblico e sociale. Come affermato da Sandro Libianchi, uno dei soci fondatori di Co.N.O.S.C.I – APS, (Coordinamento Nazionale Operatori per la Salute nelle Carceri Italiane) il suicidio di un detenuto ha un forte impatto secondario sul personale penitenziario. Anche il rapporto Antigone evidenzia questa correlazione: se nella popolazione libera abbiamo un suicidio ogni 15.000 unità, negli agenti della Polizia Penitenziaria ne osserviamo uno ogni 4500 unità. 

Sfruttando una definizione fornita dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, la Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Roma Marina Finiti ci parla del “detenuto” come una figura vulnerabile per definizione, che rimane portatrice dei suoi diritti fondamentali fatta eccezione, per forza di cose, della sua libertà personale. E, dunque, cosa si può fare nel concreto per preservare la vita di tutti? Non bastano più i meri aggiustamenti tecnici, ma è necessario un progetto di cura che vada ad umanizzare la pena. E’ inoltre fondamentale personalizzare le misure di intervento sulla base dell’ambiente con cui si viene in contatto: esistono province, come quella di Udine o di Padova, dove la popolazione detenuta è composta principalmente da migranti e, pertanto, è necessario garantire figure idonee ad interfacciarsi con questo tipo di situazione, come mediatori linguistici e culturali. Nel 2025 ci sono stati oltre 2000 tentati suicidi nelle carceri italiane, di cui 79 riusciti. Il 2026 è iniziato da poco più di 3 mesi ma il trend sembra confermarsi, con ben 13 suicidi. Questo è il risultato di un sistema che continua a proporre risposte penali a problemi di natura essenzialmente sociale: invece di guardare dove originano le cause della devianza, rispondiamo con nuove forme di repressione. Questo è, almeno, il risultato del Decreto Caivano che ha creato nuove pene e generato, di conseguenza, un sovraffollamento ancora più significativo, come sapientemente evidenziato Cristina Michetelli, Consigliera Delegata al Bilancio e al Patrimonio della Città Metropolitana di Roma Capitale. Tra i presenti, anche il Consigliere di Roma Capitale e Capogruppo di Fratelli di Italia Giovanni Quarzo e il Senatore della Repubblica per il Partito Democratico Walter Verini, a dimostrazione che la tematica sia un problema trasversale, che non conosce schieramenti politici. In conclusione, durante l’evento è emersa una forte consapevolezza condivisa: il carcere non può e non deve essere un luogo di abbandono. La storia di Flavio Evangelista, narrata dalla forza di sua madre, come i numeri sempre più allarmanti degli atti di autolesionismo (grave o gravissimo) in condizioni di detenzione, impongono una riflessione che va oltre l’emergenza e chiama in causa la responsabilità collettiva. Non si tratta soltanto di intervenire nei momenti di crisi, ma di ripensare profondamente il senso della pena, restituendole una dimensione realmente umana, capace di ascolto, cura e reinserimento: andare “oltre le sbarre” del carcere, per l’appunto.

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