Endometriosi: per ottenere la diagnosi occorrono in media dai 5 agli 8 anni

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SIRU: “La maternità è oggi possibile anche con la malattia, ma è fondamentale intervenire precocemente”

Roma – Colpisce circa il 10% delle donne in età riproduttiva, ma resta ancora oggi una malattia spesso invisibile e sottovalutata. È l’endometriosi, patologia cronica e infiammatoria che in Italia riguarda oltre 3 milioni di donne e che nel 30-40% dei casi è associata a problemi di fertilità. In occasione della Giornata Mondiale dell’Endometriosi (28 marzo), la Società Italiana della Riproduzione Umana (SIRU) accende i riflettori su una criticità ancora irrisolta: il ritardo diagnostico. In media, infatti, possono trascorrere dai 5 agli 8 anni prima di arrivare a una diagnosi corretta.

Il vero problema oggi non è solo la malattia in sé, ma il tempo che passa prima di riconoscerla”, spiega Antonino Guglielmino, Fondatore della SIRU. “Un ritardo che può compromettere significativamente la fertilità e la qualità di vita delle pazienti.”

Se in passato la diagnosi di endometriosi era spesso associata a infertilità, oggi lo scenario è cambiato. Le tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) consentono a molte donne di realizzare il desiderio di maternità.

“Endometriosi non significa più rinunciare alla maternità”, sottolinea Edgardo Somigliana, Direttore Pronto Soccorso Ostetrico - Ginecologico e PMA del Policlinico di Milano. Grazie ai progressi della medicina della riproduzione, possiamo offrire percorsi personalizzati ed efficaci, ma è fondamentale intervenire precocemente.”

Le tecniche di PMA consentono di superare parte delle barriere fisiche e dei processi infiammatori associati alla malattia, aumentando significativamente le probabilità di concepimento. Grazie a un maggiore controllo delle fasi di fecondazione e impianto dell’embrione, è possibile ridurre l’impatto negativo dell’endometriosi sulla fertilità.

Le evidenze più recenti confermano l’efficacia della PMA nel trattamento dell’infertilità associata all’endometriosi, anche in assenza di un precedente intervento chirurgico. Inoltre, in casi selezionati, è possibile adottare strategie di preservazione della fertilità, come la crioconservazione dei gameti, prima di eventuali interventi chirurgici a carico delle ovaie, al fine di tutelare il potenziale riproduttivo della paziente.

L’endometriosi non è più considerata solo una patologia ginecologica, ma una condizione complessa che può coinvolgere diversi organi e avere un impatto significativo anche sul benessere psicologico. Per questo, gli specialisti sottolineano l’importanza di un approccio integrato che coinvolga ginecologi, chirurghi, specialisti della fertilità, nutrizionisti e psicologi. È importante rivolgersi a Centri di riferimento che dispongano di tutte queste figure e che abbiano esperienza nella gestione delle pazienti con la malattia, che spesso è complessa e articolata. Alcune Regioni stanno anche promuovendo percorsi diagnostici terapeutici per facilitare la gestione clinica a 360 gradi. Sarà importante nei prossimi anni diffondere e implementare questi percorsi su tutto il territorio nazionale.

Oggi, uno degli ostacoli principali resta la scarsa consapevolezza. Il dolore mestruale intenso è ancora troppo spesso normalizzato, contribuendo a ritardare la diagnosi di endometriosi. È necessario cambiare paradigma: il dolore non è normale e riconoscere precocemente i sintomi è il primo passo per proteggere la fertilità e migliorare la qualità di vita.

Attualmente non esiste una cura definitiva per l’endometriosi, ma sono disponibili diverse opzioni terapeutiche in grado di gestirne e controllarne i sintomi. Tra queste, i trattamenti ormonali – come contraccettivi orali e progestinici – rappresentano una delle soluzioni più utilizzate per contenere la progressione della malattia. L’intervento chirurgico viene invece preso in considerazione nei casi in cui il dolore persiste, con l’obiettivo di rimuovere le lesioni e migliorare la qualità di vita delle pazienti.

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info@osservatoriomalattierare.it (Redazione)