Con la guerra rischi per crescita e inflazione | Banca'Italia - Format Research

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31 marzo 2026

dal discorso del governatore Fabio Panetta

Signori Partecipanti, l’Assemblea è oggi chiamata ad approvare il bilancio dell’esercizio 2025.

Nel 2025 il quadro internazionale è stato segnato da un’intensificazione delle tensioni economiche e geopolitiche. In aprile, gli Stati Uniti hanno annunciato il più rilevante aumento dei dazi dalla Grande depressione. Al tempo stesso, il moltiplicarsi dei conflitti armati ha lacerato le relazioni fra paesi, lasciando dietro di sé un pesante bilancio di vittime e distruzioni.

In questo contesto, la volatilità dei mercati finanziari è aumentata sensibilmente, mentre si è rafforzata la tendenza alla frammentazione del commercio mondiale.

Nonostante questi sviluppi, nel corso del 2025 il PIL e il commercio globali sono cresciuti più del previsto. Vi hanno contribuito il minore livello dei dazi effettivamente applicati rispetto agli annunci iniziali, la ricomposizione geografica degli scambi e l’assenza di ritorsioni generalizzate. Particolarmente dinamico è stato l’andamento delle esportazioni e degli investimenti legati all’intelligenza artificiale.

La discesa dell’inflazione ha consentito il progressivo allentamento delle condizioni monetarie in molte economie avanzate.

Questo scenario si è però rapidamente deteriorato nelle prime settimane del 2026. Le tensioni con l’Iran, acuitesi nella primavera del 2025, si sono trasformate in un confronto militare di ampia portata che oggi coinvolge il Medio Oriente, un’area cruciale per l’approvvigionamento globale di energia e di materie prime essenziali.

Le esportazioni attraverso lo stretto di Hormuz si sono pressoché interrotte e stanno emergendo danni rilevanti alle infrastrutture di produzione e raffinazione. Anche in caso di una rapida cessazione delle ostilità, il ritorno a condizioni ordinate nel mercato dell’energia richiederebbe tempi non brevi.

L’effetto più immediato del conflitto è stato un forte aumento dei prezzi del gas e del petrolio, con un conseguente indebolimento delle prospettive di crescita e nuove pressioni inflazionistiche. Più in generale, si consolida un contesto di elevata incertezza, destinato verosimilmente a protrarsi oltre la fase acuta del conflitto.

Nel 2025 l’inflazione nell’area dell’euro è progressivamente tornata in linea con l’obiettivo. Ciò ha consentito al Consiglio direttivo della Banca centrale europea di ridurre i tassi ufficiali di 100 punti base, per poi mantenerli invariati dallo scorso giugno. Il tasso sui depositi presso l’Eurosistema è oggi pari al 2 per cento.

Parallelamente, è proseguita la riduzione dei portafogli di titoli detenuti per finalità di politica monetaria, per effetto della decisione di non reinvestire il capitale rimborsato sui titoli giunti a scadenza. Nell’area dell’euro, il valore complessivo dei portafogli è diminuito di oltre 500 miliardi rispetto alla fine del 2024.

La liquidità detenuta dalle banche presso l’Eurosistema in eccesso rispetto all’obbligo di riserva si è ridimensionata, pur rimanendo elevata: circa 2.400 miliardi, 400 in meno dell’anno precedente.

In questo contesto, nel 2025 l’attività economica nell’area dell’euro mostrava segnali di rafforzamento, sostenuta dalla ripresa degli investimenti e dal consolidamento dei consumi. Anche in Italia la crescita del PIL è stata trainata dagli investimenti e dal recupero del potere d’acquisto delle famiglie. Lo scorso dicembre si prevedeva che la domanda interna avrebbe continuato a fornire un contributo positivo nell’anno in corso e in quelli successivi.

Il conflitto in Medio Oriente ha tuttavia modificato bruscamente le prospettive.

I mercati finanziari hanno reagito con un aumento dei rendimenti e dei premi per il rischio, un calo dei corsi azionari e un indebolimento dell’euro. Le aspettative di breve termine sull’inflazione e sui tassi ufficiali sono state riviste al rialzo. L’incertezza e l’inasprimento delle condizioni finanziarie hanno riacceso i timori di un deterioramento delle condizioni di accesso al credito.

La politica monetaria si trova così nuovamente a fronteggiare uno shock negativo di offerta in un contesto di elevata incertezza, come già avvenuto nel 2022, all’indomani dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia.

Secondo le proiezioni recentemente diffuse dalla BCE, nel 2026 l’inflazione sarebbe superiore all’obiettivo, con un graduale rientro nell’anno successivo, e la crescita economica sarebbe più contenuta rispetto alle stime precedenti.

Se lo shock energetico risultasse più forte e persistente di quanto previsto nello scenario di base, l’inflazione aumenterebbe ulteriormente mentre la crescita risulterebbe più debole.

Significativi rincari delle materie prime potrebbero derivare da danni alle infrastrutture energetiche; inoltre, eventuali interruzioni delle catene globali del valore potrebbero tradursi in aumenti dei prezzi dei beni intermedi, accentuando le pressioni sui prezzi al consumo. L’intensità di tali effetti dipenderà in misura cruciale dalla trasmissione degli shock alle retribuzioni e dalle ripercussioni sulle aspettative, con il rischio di un circolo vizioso tra prezzi e salari.

Rispetto al 2022, la politica monetaria è oggi in una posizione più favorevole per salvaguardare la stabilità dei prezzi: i tassi ufficiali sono in linea con il livello stimato del tasso neutrale; le aspettative di inflazione di medio e lungo termine sono ancorate; le condizioni del mercato del lavoro risultano meno tese. Inoltre, il sistema bancario nel suo complesso mostra un’elevata redditività e una solida posizione patrimoniale.

In questo quadro, il Consiglio direttivo della BCE in marzo ha deciso di mantenere invariati i tassi ufficiali, ribadendo che le sue decisioni continueranno a essere guidate, di volta in volta, da una valutazione complessiva dei dati disponibili. Resta ferma la determinazione del Consiglio a mantenere l’inflazione al 2 per cento nel medio termine.

In un contesto così incerto e in costante evoluzione, sarà essenziale monitorare attentamente le aspettative e prevenire effetti di retroazione sui salari, assicurando al contempo che l’azione di politica monetaria resti proporzionata e coerente con il mandato.

Nel 2025 il bilancio della Banca d’Italia è cresciuto di circa 10 miliardi. Questo andamento ha riflesso soprattutto le plusvalenze sulle riserve auree, pari a 91 miliardi, che hanno più che compensato la diminuzione dei titoli detenuti per finalità di politica monetaria, scesi di oltre 80 miliardi, a 508.

(Immagine Banca d’Italia – di F Ascani)
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