Il sociale sommerso da valorizzare e da cui cercare di ripartire – Consorzio Aaster

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Il Sole 24 Ore, Aldo Bonomi
Microcosmi, 13.01.26

Altro che voglia di incamminarsi per attraversare l’anno che viene avanti. Se
guardi in alto verso la incoscienza dei flussi vi vedi dispiegata una falsa coscienza
di dominio che schiaccia nel sottosuolo microcosmi e fenomenologie sociali da
raccontare. Rileggi la scaletta del rapporto Censis. Anche qui, e non potrebbe
essere altrimenti, ti ritrovi per dirla con la filosofia immaginifica del direttore Valeri
“all’Hotel dell’Abisso” accecato dai fari della geopolitica e della geoeconomia sul
bordo della voragine. Parrebbe che per un fabulatore di microcosmi non rimanga
altro destino che quello del portiere di notte che consegna le chiavi ad una
moltitudine dolente che cerca il piano corrispondente per reddito e senso che una
volta chiamavamo classe sociale. Una volta era facile “dare le carte” come si usa
dire oggi ai piani alti. Siamo un Paese indebitato che deve fare i conti con lo
sgocciolamento del welfare a rischio declino. In un inverno demografico che gela
addirittura trasmissione e natalità di quella genetica vitalità di imprese molecolari
che alimentava la cetomedizzazione. Con una frammentazione del diamante del
lavoro nelle tante schegge del lavoro povero senza più trattini che tenevano
reddito, senso e ruolo. Scomposto e ricomposto il diamante del lavoro mostra il
volto stanco della senilizzazione del lavoro. Nel declino di quella ossatura
industriale del capitalismo intermedio da subfornitori globali che pare avere un
sussulto vitale solo quando dall’abisso si sente il rumore del riarmo. Sussulto che
rimanda al vecchio adagio Censis «Bevagna non va alla guerra» anche «nell’età
selvaggia del ferro e del fuoco». Tant’è che pochi chiedono al portiere di notte la
chiave del rifugio. Invece molti si affollano per salire nel superattico del distretto
del piacere per il gran ballo in maschera che ha colpito molti commentatori
pruriginosi. Pochi chiedono le chiavi dei piani intermedi delle rappresentanze e
della società di mezzo per dirla alla De Rita. Ancor meno del piano che viene
dopo, quello della Politica. Colpisce che un buon 30% delega alle autocrazie della
società stretta il racconto della società larga. Dove conviene inoltrarsi per capire
con una fenomenologia carsica, da sottosuolo. Non è forse De Rita che ci ha
educati a guardare il sommerso per continuare a cercare per continuare a capire?
Attraversando la faglia Stato indebitato-fine welfare, si cercano numeri e fenomeni
che attraversano il terzo settore spaccato tra chi si arrabatta per approfittare dello
sgocciolamento delle ultime risorse, e chi inizia un terzo racconto-percorso per
mettersi in mezzo all’ossimoro che viene avanti: economia sociale. Sincretismo
che interroga il fare impresa, molecolare o da capitalismo intermedio, padroncini
e manager nella metamorfosi dalla proprietà obbliga all’innovazione che obbliga.
Innovazione non solo tecnologica, ma sociale per ridiventare motore di sviluppo.
Temi che interrogano la politica industriale e il welfare aziendale. Passaggi che
da soli non basteranno a rialimentare il grande invaso dei ceti medi. Quelli delle
illusioni perdute, raccontate con l’archetipo dell’abitare. Il rapporto dà conto delle
paure dei penultimi che hanno paura degli ultimi, il proliferare del mettere a reddito
il bene casa negli affitti a breve, l’esodo da costi verso “le città contenitore” e
medie “città snodo” che con Milano e Bologna attraggono ceti medi riflessivi e
innovativi con reddito e ruoli affluenti. Per il portiere di notte sarebbe difficile
indirizzarli a un unico piano. Come per il tema del lavoro-lavori. Altro magma
incandescente per i numeri che non tornano tra tanti al lavoro, senilizzazione e
lavoro povero. Per cercar di capire basta guardare al tavolo rovesciato dei colloqui
per assumere dei padroncini e dei manager con una “individualità di massa” che
percependosi capitalista personale, cioè padrone di sé dicevo con Rullani, pone
prima questioni di senso, tempo, ruolo e poi di reddito. Nel costruire identità
plurime oltre il lavoro «l’offerta culturale diventa un dispositivo esperienziale» per
darsi un capitale semantico con cui costruire riconoscimenti e tracce tra
individualità agenti che chiedono qualità di vita e di lavori. Ne discende una chiave
di lettura della crisi delle rappresentanze ancorate solo a un reddito senza il
sentire. Sentire che si mobilita sul tema della paura e della propria impotenza
certo, dicendo che «Bevagna non va alla guerra», ma con passione chiedendo
Pace «con manifestazioni senza delega politica». Siamo al piano della politica
svuotato dai tanti disincantati che non votano. Forse occorre ripercorrere il
“residuo irrisolto” del sociale sommerso e sotterraneo dei tanti che cercano di
sopravvivere evitando l’Hotel dell’Abisso dei padroni dei flussi. Attraversiamo.
Bonomi @asster.it

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