7 Aprile 2026
La luce è il problema più difficile che affronto ogni volta che entro in uno spazio per fotografarlo. Non perché manchino le tecniche ma perché la luce non è mai la stessa. Cambia con l’ora, con la stagione, con il meteo, con l’orientamento delle finestre.
Ho imparato più sbagliando che studiando. E non sono sicura di aver imparato abbastanza.
La preferenza per il cielo coperto
Tra i fotografi di interni c’è una tendenza abbastanza diffusa: si preferisce fotografare con il cielo coperto. La luce diffusa è uniforme, gestibile, non produce contrasti estremi. Restituisce spazi equilibrati, con una lettura pulita dei colori e dei volumi. È una scelta precisa, con una sua coerenza.
Io spesso vado dall’altra parte. Mi interessa il modo in cui uno spazio accoglie la luce dura, la taglia, la deforma. Quelle pieghe entrano nell’architettura e ne formano un’altra, sovrapposta. È una commistione, quasi un abbraccio tra le due — e da lì nasce un tipo di fotografia che ricerco: quella che comunica un altro strato di informazioni.
Un appartamento ad Albenga — un’ex abbazia convertita in residenza privata — è l’esempio più chiaro che ho. Sono dovuta tornare due volte: la prima per il set completo, la seconda dopo l’arrivo dei tappeti che mancavano nelle foto iniziali.
La prima giornata era estiva, cielo leggermente velato. Il salone — soffitti alti, finestre grandi, la parte più scenografica della casa — era luminoso ma senza sole diretto. Le foto erano corrette: esposizione equilibrata, colori fedeli, tutto leggibile.
La seconda volta era inverno. Una giornata tersa, sole freddo con l’inclinazione bassa tipica dei mesi invernali, ombre lunghe anche a mezzogiorno. Quando sono entrata nel salone la scena era cambiata: il sole entrava obliquo, definiva il perimetro degli arredi, si posava sulla texture dei tappeti nuovi, sul marmo dei tavolini, filtrava attraverso le finestre e faceva vibrare gli alberi fuori. Non ho dovuto costruire nulla. Ho dovuto solo scattare.
Quelle foto le ha pubblicate Baxter, l’azienda che ha prodotto la maggior parte degli arredi presenti nel progetto, realizzato da Pavia & Pavia International Design. E questo mese escono su Ville & Casali .
Il prezzo dei contrasti
La luce solare diretta non è comoda. Crea contrasti forti, brucia le alte luci, perde le ombre. In post produzione il lavoro si moltiplica: si recupera, si bilancia, si decide cosa sacrificare. A volte non si riesce a salvare tutto.
Ma il sole fa qualcosa che nessuna luce artificiale e nessun cielo coperto riesce a fare: scolpisce i materiali. Il marmo non è solo bianco ma ha venature, profondità, una superficie che risponde alla luce in modo diverso a seconda dell’angolo. Il tessuto di un tappeto ha una direzione. Il legno di un pavimento ha una grana. Senza luce diretta, tutto questo esiste ma non vibra.
Una questione aperta
Non ho una formula. Ci sono interni in cui il sole crea più problemi di quanti ne risolva, e giorni in cui il cielo coperto è la scelta giusta. Quello che so (ne ho scritto anche nella mia storia) è che la luce è stato uno degli elementi più difficili da comprendere come architetto, e sicuramente il più difficile da controllare come fotografa.
Si impara a vederla, ma per capirla a fondo ci vuole tanta, tantissima esperienza.