di Giada Fazzalari
Nel 1981 l’allora segretario del Pci Enrico Berlinguer immise per la prima volta nel dibattito politico la questione morale. Fu l’inizio di una doverosa critica alle tante degenerazioni del sistema politico del tempo, ma anche l’avvio di un arroccamento massimalista e la nascita ufficiale di un partito occulto, ibrido e trasversale a livello ideologico: il partito giustizialista. Tangentopoli, Italia dei Valori, M5S, e lo stesso rifiuto referendario della Riforma Nordio, son tutti figli di quella famigerata intervista concessa da Berlinguer il 28 luglio del 1981 a Eugenio Scalfari su “Repubblica”. Una cosa è perseguire laicamente reati e degenerazioni del sistema politico – e nessuno dovrebbe mai far coincidere il primato della politica con una qualche forma di impunità rispetto alle leggi vigenti, o privilegi rispetto a temi più impalpabili come il decoro istituzionale e lo stile delle decisioni – altra cosa è costruire un’ideologia politica fondata sulla cultura del sospetto, sull’uso strumentale di indagini coperte dal segreto istruttorio, sull’odio di classe, sull’antipolitica, sulla demagogia, sul populismo, sull’uso politico della giustizia e sulla presunta superiorità morale di una parte, avallando il mito tossico delle “due Italie”: quella pura e, appunto, quella sporca, corrotta, infetta. Spiace prendere atto che una parte della sinistra sia rimasta ancorata al massimalismo giustizialista, e che non abbia ancora fatto i conti con il riformismo laico e garantista di Bettino Craxi. E si badi: essere riformisti e garantisti non significa essere indulgenti con chi compie reati o si mostra lasco con le tante forme di degenerazione del sistema politico (abbiamo infatti accolto anche noi con favore le dimissioni “forzate” di Delmastro, Bartolozzi e Santanchè) ma, al contrario, non costruire un sistema politico fondato sull’antipolitica (“sono tutti corrotti”), sul mito della superiorità morale, sulla leggenda dell’“Italia migliore” e sull’uso strumentale della magistratura più impegnata politicamente. Non perché chi di magistratura ferisce prima o poi di magistratura perisce, ma perché è un errore combattere gli avversari con strumenti giudiziari anziché con argomenti politici, perché gli avversari si fanno arrestare soltanto nelle dittature o nelle autocrazie. E dunque siamo ancora, a pochi giorni dalla bocciatura della Riforma Nordio, intrappolati nella questione morale, in questa eterna contrapposizione tra un’Italia figlia della Resistenza e della Costituzione e un’Italia guascona, immorale. spregiudicata, amica dei corrotti. E tutto inizia lì, nel 1981. Tanto che dieci anni dopo un socialista intransigente ma non moralista come Craxi fu sommerso da una valanga giustizialista avallata e dalla sinistra massimalista e dalla destra più rigorista, che almeno però, con gli anni, sembra aver compreso, mutandosi prima in Alleanza nazionale e poi in Fratelli d’Italia, l’importanza di una giustizia più giusta, più garantista, definitivamente svincolata da correnti e da regie politiche. Una opportunità che la sinistra non avrebbe dovuto sprecare e che, invece, colpevolmente ha fatto. Un’opportunità che ancora può cogliere, se nel dirsi “di sinistra”, al moralismo giustizialista preferirà il garantismo riformista e socialista. Siamo ancora intrappolati, dunque, in questa eterna questione morale italiana. Ma tra i due emblemi di come si affronta la complessità della politica (Berlinguer versus Craxi) noi non abbiamo alcun dubbio, oggi come allora: continuiamo a non fischiare solo perché non sappiamo fischiare.