Gaza e Cisgiordania: cadono ancora le bombe nel silenzio del mondo - Partito Socialista Italiano

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di Andrea Follini

L’esercito di Israele, l’Idf, ha bombardato mercoledì scorso un campo profughi nell’area di Deir al-Balah, città nella zona centrale della Striscia di Gaza, causando due morti e diversi feriti. È l’ennesimo episodio di attacco ad una tendopoli palestinese dall’entrata in vigore della fragile tregua proclamata lo scorso 10 ottobre. Nella Striscia si contano già 680 palestinesi morti dopo quella data, secondo il Ministero della Salute retto da Hamas; il dato viene confermato anche dalle Nazioni Unite. Mentre l’attenzione internazionale resta concentrata sul quadrante iraniano, su quanto avviene sullo Stretto di Hormuz e sulle bombe di Teheran che cadono sui Paesi arabi più vicini all’occidente, sulla Striscia di Gaza e soprattutto in Cisgiordania, continua a consumarsi una crisi sempre più grave e spesso invisibile. È una guerra a bassa intensità, fatta di attacchi quotidiani, raid nei villaggi e aggressioni contro civili palestinesi, in cui il ruolo dei coloni israeliani è diventato sempre più centrale. Secondo dati delle stesse forze di difesa israeliane, ripresi dal quotidiano Haaretz, nel 2025 si è registrato un aumento del 25% dei cosiddetti “crimini nazionalisti” compiuti da coloni contro palestinesi. Gli episodi documentati sono stati 845 in un solo anno, con centinaia di feriti e diversi morti. Una tendenza che, lungi dal rallentare, sembra essersi consolidata anche nel 2026. Negli ultimi mesi, il livello di violenza ha raggiunto nuove soglie. Solo a marzo, diversi attacchi hanno provocato vittime civili: intere famiglie colpite, agricoltori uccisi mentre difendevano le proprie terre, villaggi assaltati da gruppi armati. In una settimana, secondo fonti giornalistiche, almeno sei palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania, segno di un’escalation che consolida un ulteriore fronte interno al conflitto, spesso messo in secondo piano rispetto a quanto succede intorno. Ma qui la guerra non si è mai fermata. Uno degli episodi più emblematici è avvenuto nel villaggio di Qaryut, dove due fratelli palestinesi sono stati uccisi da coloni armati mentre cercavano di impedire la distruzione dei loro ulivi. Secondo ricostruzioni locali, l’attacco sarebbe avvenuto durante un tentativo di espansione delle aree controllate dagli insediamenti, pratica sempre più diffusa nei territori occupati. Il legame tra violenza e controllo del territorio è infatti cruciale. Gli attacchi non sono episodi isolati, ma si inseriscono in una strategia più ampia: intimidire le comunità palestinesi per spingerle ad abbandonare le proprie terre. Uliveti distrutti, bestiame ucciso, case incendiate: sono pratiche documentate da anni e denunciate anche da editoriali di Haaretz, che ha parlato apertamente di una deriva ideologica e violenta all’interno del movimento dei coloni. A rendere ancora più allarmante la situazione è la percezione di impunità. Secondo gli stessi vertici militari israeliani, la risposta delle forze dell’ordine ai crimini dei coloni è spesso insufficiente. Questo vuoto contribuisce a rafforzare gruppi estremisti che agiscono con crescente aggressività, talvolta anche sotto la protezione indiretta dell’esercito durante le operazioni sul campo. Le organizzazioni per i diritti umani e diverse fonti giornalistiche parlano ormai di attacchi quotidiani: aggressioni armate, sequestri temporanei, pestaggi e raid notturni nei villaggi palestinesi. In alcuni casi, anche medici e soccorritori sarebbero stati presi di mira mentre cercavano di assistere i feriti, come più volte denunciato dalla Mezzaluna rossa. Il fenomeno ha radici profonde. Gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono considerati illegali dal diritto internazionale, ma continuano ad espandersi, spesso con il sostegno politico delle frange più radicali del governo israeliano. In questo contesto, una parte dei coloni – definiti da alcuni analisti come “giovani delle colline” – porta avanti una visione ideologica che mira alla completa annessione dei territori palestinesi. Le conseguenze umanitarie sono pesanti. Intere comunità vivono in uno stato di costante insicurezza, con famiglie costrette a lasciare le proprie case e villaggi progressivamente svuotati. In alcune aree rurali, la pressione dei coloni ha già portato allo sfollamento di interi nuclei abitativi. Anche all’interno di Israele non mancano le preoccupazioni. Alcuni vertici militari hanno definito la violenza dei coloni una “minaccia strategica” per la sicurezza nazionale, temendo che possa destabilizzare ulteriormente la regione e compromettere ogni prospettiva diplomatica. La situazione in Cisgiordania appare quindi come una crisi nella crisi: meno visibile rispetto alla guerra a Gaza, ma altrettanto significativa per comprendere la dinamica del conflitto israelo-palestinese. Una spirale di violenza che, secondo osservatori e analisti, rischia di diventare strutturale, rendendo sempre più lontana qualsiasi ipotesi di soluzione politica.

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