Alessandro ha 62 anni e lavora come programmatore informatico e, da qualche tempo, dedica una sera alla settimana a Opera San Francesco, come volontario alla Mensa Concordia, nel turno del martedì. Una scelta nata quasi naturalmente: “Avevo del tempo e ho sentito che potevo fare qualcosa per gli altri, nella mia città”.
Un impegno condiviso anche con la moglie, che come lui ha deciso di mettersi in gioco in prima persona.
Entrare in Mensa, però, significa anche cambiare sguardo sulla povertà. Alessandro lo racconta con semplicità: “Mi aspettavo una situazione molto più degradata. Invece ho visto persone dignitose, che magari lavorano ma non riescono a far quadrare i conti. Gente che ti dice: devo scegliere se pagare l’affitto o mangiare”.
E poi c’è ciò che spesso non si vede: la solitudine. “Qui non si viene solo per il cibo. Si viene anche per parlare con qualcuno, per essere accolti. C’è chi mangia in cinque minuti e va via, ma c’è anche chi si ferma, chi cerca uno sguardo”.
È proprio durante uno di questi turni che nasce l’episodio che Alessandro ha voluto condividere con noi. Un momento breve, quasi invisibile, ma capace di lasciare il segno.
“Ero al tornello e facevo passare le tessere. A volte capita di leggere la provenienza delle persone. A un certo punto ho visto, a pochissima distanza, un palestinese e un iraniano”, racconta.
Due uomini provenienti da Paesi segnati, in modi diversi, da tensioni e conflitti.
“Mi ha colpito tantissimo. Ho pensato: chissà, magari sono entrati insieme, magari si sono seduti allo stesso tavolo. E mi è sembrata una cosa bellissima”.
Non è una riflessione politica, né un’analisi dei conflitti. È uno sguardo umano, immediato, che coglie il valore di ciò che accade ogni giorno alla Mensa: persone diverse che condividono lo stesso spazio, lo stesso tempo, lo stesso bisogno.
“Questo è uno dei motivi per cui siamo qui”, dice Alessandro. “Sono queste le cose che ti fanno alzare lo sguardo”.
Alla Mensa di OSF passano storie lontane, lingue diverse, percorsi spesso difficili. Eppure, per qualche ora, tutto si ricompone in un gesto semplice: sedersi a tavola.
E allora il pensiero di Alessandro resta lì, sospeso ma concreto: che, almeno in quel luogo, le distanze si accorcino davvero. Anche solo per il tempo di un pasto.