"Post Teatro" Anna Bandettini in conversazione con Andrea De Rosa - TPE Teatro Piemonte Europa

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Conversazione con Andrea De Rosa

Contro l’eccessiva burocratizzazione dei teatri e delle gestioni artistiche, gli scambi di produzioni spesso “al buio” tra le grandi istituzioni, lo stradominio di parametri quantitativi nel determinare il successo o meno di uno spettacolo o di una ricerca… Per tutte queste ragioni, da un po’ di tempo, in questa newsletter sto facendo delle interviste a chi dirige un teatro, un festival, una manifestazione adottando scelte e punti di riferimento come prova di resistenza a un Sistema che per tante ragioni ostacola la vita delle scelte e degli artisti migliori. Dopo Nino Marino alla guida dello Stabile dell’Umbria, dopo Valentina Kastlunger di Zona K a Milano, oggi è la volta di Andrea De Rosa, che dirige il Teatro Piemonte Europa.

“Dracula”, regia di Andrea De Rosa, con Federica Rosellini e Chiara Ferrara – foto Andrea Macchia

C’è un’idea di teatro che non somiglia a un mercato del divertimento, ma a un libro, a un’occasione di riflessione, di scoperta, di studio e ricerca, dove ogni spettacolo è un capitolo che dialoga con il precedente e ogni stagione dialoga con quella prima. Parlo del Teatro Piemonte Europa (Tpe) di Torino che è stato una bella sorpresa in questi anni, con la direzione di Andrea De Rosa. Napoletano, 59enne, dal 2008 al 2011 direttore del Teatro Stabile di Napoli, da giovane assistente di Mario Martone, regista di spettacoli che non lasciano mai indifferenti: suo il più bello spettacolo di prosa di questa stagione, Dracula. Apprezzato anche nell’opera lirica (di recente è stato in Oman per la ripresa del suo Don Pasquale), De Rosa è approdato al Tpe di Torino nel 2021, dove è stato riconfermato per ora fino alla fine del 2027, e quello che sta facendo, l’attenzione nelle scelte delle sue regie, delle ospitalità, degli artisti con cui dialogare, è molto interessante. Intanto la sua direzione può essere definita quasi una curatela.

Cos’è, oggi, una direzione artistica? Una mediazione politica, un atto creativo…?

“Considero la direzione artistica di una stagione come un libro intero”, esordisce De Rosa. “Il mio spettacolo è un capitolo, quello degli altri artisti coinvolti sono altri capitoli. Lo spettatore deve poter giudicare il libro intero, non solo il singolo frammento”.

Lei è direttore e regista come combina i due ruoli?

“Vivo la direzione del Tpe come un prolungamento della mia attività di regista, questo vuol dire che considero tutta la stagione un po’ la mia creatura artistica, e che anche gli spettacoli degli altri li sento un po’ miei. È una presunzione, ma è anche un motivo d’orgoglio e a volte anche di sofferenza per le sorti che poi uno spettacolo avrà sul pubblico, perché, comunque, sono lavori di cui abbiamo parlato, discusso con gli artisti e i colleghi”.

È un po’ l’idea che la direzione artistica debba essere una cura.

“Sì, anche perché più che come esercizio amministrativo, la direzione per me è una riflessione civile, una guida sul tempo che viviamo. E tornando alla metafora del libro, non è un’antologia di racconti slegati, ma un volume con una rilegatura solida. La direzione artistica è la capacità di costruire un discorso unico in cui i singoli spettacoli sono capitoli. Se guardo ai miei primi anni qui, il filo rosso era stata la verità declinato così: il primo anno la scienza, il secondo la cecità, ovvero le verità che non vogliamo vedere, il terzo i fantasmi, le verità che diventano ossessive. Ora per il triennio fino al 2028 la linea guida sarà l’identità, declinata ogni stagione in modi diversi. Se uno spettatore vede uno spettacolo che non lo convince, ma lo inserisce in un percorso coerente, quel “fallimento” parziale acquista un senso all’interno del libro intero. Cambia completamente il rapporto con la proposta culturale: non offri più prodotti, offri una visione”.

I temi del triennio, e poi le declinazioni in ciascuna stagione, secondo lei danno una personalità al suo teatro ?

“Penso di sì. Il tema dell’identità, per esempio, è un concetto complicato: non siamo mai quello che crediamo di essere, ma quello che diventiamo. Spesso diventiamo qualcosa che non sapevamo di poter essere”.

Andrea De Rosa, regista e direttore artistico di Teatro Piemonte Europa, che gestisce a Torino la sala dell’Astra. Foto di Andrea Macchia

Eppure il sistema teatrale italiano sembra andare in direzione opposta, verso una sorta di “genericismo” dell’offerta.

“Già. Molti programmi sono collezioni di spettacoli, magari belli, ma che saltano da un genere all’altro, da uno stile all’altro, senza mai mettere lo spettatore in rapporto con un tema o una questione. È un’offerta generica. Io invece preferisco strutturare le mie stagioni su un tema, anche se è un tema pesante: non mi dispiace che lo spettatore si senta “scomodo”. E non mi riferisco al fatto che le sedie dell’Astra, il nostro teatro a Torino, siano effettivamente dure, ma la metafora è più profonda: il mio cuore batte quando sulla poltrona faccio fatica, quando vengo messo in discussione. Volevo quasi farne uno slogan: ‘Da me troverai sempre una poltrona scomoda’. Poi abbiamo desistito, temendo che fosse preso troppo alla lettera, ma il concetto resta centrale”.

Le scelte dei temi, dei titoli da proporre, delle ospitalità sono condivise con i suoi collaboratori o gli artisti che poi ospita?

“Tutta la stagione ha un rapporto molto forte con gli artisti che coinvolgo, ne discutiamo, ne parliamo. Per quanto riguarda le produzioni principali e le coproduzioni, il faro, la linea guida è il tema scelto per l’anno. E poi c’è lo scambio di opinioni con gli artisti che ovviamente stimo, con loro dialogo direttamente per chiedergli un parere, come ad esempio con Antonio Latella, ma anche Muta Imago, Giovanni Ortoleva, chiedo loro di farmi delle proposte artistiche che poi condividiamo oppure no, può essere anche che poi non finiscano in niente. Per quanto riguarda l’ospitalità il discorso è più complesso perché chiaramente non posso decidere io, però scelgo i lavori sicuramente rispetto al tema”.

Lei ha una posizione molto netta anche sulla distribuzione teatrale italiana. Cosa non funziona nel meccanismo degli scambi tra teatri?

“Il problema è che la distribuzione viene fatta al telefono, spesso prima ancora che gli spettacoli siano stati creati. È un sistema perverso. In un’impresa sana, prima produci la mozzarella e poi la vendi; se non è buona, il cliente non torna. Nel teatro italiano, invece, vendiamo la mozzarella sulla carta. I direttori dei grandi teatri hanno un potere enorme: scambiano produzioni a scatola chiusa. E se lo spettacolo viene male? Ormai è venduto, deve girare per forza. Io stesso, quando dirigevo Napoli, mi sono trovato in questa trappola: ero terrorizzato all’idea che uno spettacolo non riuscito dovesse comunque compiere il suo tour perché già contrattualizzato”.

Quale sarebbe la sua ricetta per scardinare l’immobilismo del sistema distributivo, gli scambi ecc..?

“Ho proposto spesso una regola semplice, che però mi dicono sempre essere impossibile: stabilire che gli spettacoli non possano essere distribuiti nell’anno in cui vengono prodotti. Bisognerebbe poterli vedere, giudicare e poi, nella stagione successiva, farli girare. All’Astra ci proviamo: l’Orlando ha girato l’Italia solo dopo essere stato “visto e giudicato meritevole” a Torino. Non avevamo scambi da offrire, abbiamo puntato sulla qualità del prodotto finito. È l’unico modo per dare spazio anche alle piccole produzioni che spesso, nei grandi teatri, vengono soffocate dai ‘titoli di punta’ firmati dai direttori-registi”.

Anna della Rosa nella scena di “Orlando”, regia di Andrea De Rosa. Foto di Andrea Macchia

Gira molto per vedere artisti e spettacoli da ospitare?

“Sì e se non lo faccio io direttamente, ci sono comunque i miei collaboratori: siamo in pochi ma siamo tutti molto affamati di teatro, ci piace andare a vedere spettacoli, specie di giovani registi e registe”.

C’è una nuova generazione di artisti che sembra rispondere bene alla complessità del nostro tempo. È ottimista sui nuovi talenti?

“Moltissimo. C’è una nuova leva di attori e registi, penso a Chiara Ferrara, Marco Divsic… Artisti che sono spesso più bravi della generazione che li ha preceduti. Con loro, all’Astra, faccio un lavoro di tutoraggio quasi invadente. Metto bocca su tutto, anche con i registi non più giovanissimi. In Germania la figura del drammaturgo che interviene nel processo creativo è la norma; in Italia la viviamo come un’intrusione. Ma confrontarsi, contenere chi tende a strafare o stimolare chi si trattiene troppo, è il dovere di un direttore”.

Come valuta l’obbligo ministeriale di una direzione junior agli under 35 e in generale questi parametri per agevolare i giovani?

“Sulle direzioni agli under 35 sarà interessante vedere quali armi metteranno loro in mano, quali strumenti daranno e per fare cosa. Sulla carta è un intervento utile, perché soprattutto con i bandi, ti viene chiesto di avere avuto un’esperienza precedente… e se non le hai è chiaro che non vieni mai preso. È un gatto che si morde la coda. È famoso l’esempio di Thomas Ostermeier, che se non ricordo male a 27 anni è diventato direttore della Schaubühne; in Italia non può succedere perché coi bandi Thomas Ostermeier a 27 anni non sarebbe passato”.

La cosa più importante in un giovane artista e non solo, per lei qual è?

“Forse c’è un po’ retorica nella mia risposta, ma io dico l’amore. Il teatro non si può fare se non lo ami, e quando ci sono persone che lo amano o no, senti che è quello che fa la differenza”.

Federica Rosellini in “iGirl”, una coproduzione del Tpe. Foto di Andrea Macchia

La sua produzione di questa stagione che si sta concludendo e che declinava il tema dell’identità concentrandosi sui “mostri” è Dracula, spettacolo meraviglioso, con cui aveva rivoluzionato lo spazio del Teatro Astra: uno spettacolo site-specific, questo vuol dire che non potrà girare?

“No, lo riprenderemo sicuramente a Torino a gennaio del prossimo anno e poi stiamo valutando delle possibilità. Le pressioni per ospitarlo sono tante e quindi capiremo se ci sono spazi che permettono la possibilità di trasformarsi come è accaduto con l’Astra, utilizzato dalle quinte al palcoscenico, alla platea”.

Ha già scelto come declinerà il tema dell’identità nelle prossime stagioni?

Dopo i ‘Mostri’ di questa stagione, la prossima esploreremo la ‘Guerra’, per chiudere con quella del 2027-28, ‘sull’identità dell’Amore’, l’evento trasformativo per eccellenza che, come diceva Euripide, quando arriva ti stravolge in modo totale”.

Non teme che temi così impegnativi allontanino il pubblico in un tempo già così difficile?

“Al contrario. Il pubblico ci sta premiando. Credo che ci sia un desiderio profondo, soprattutto nei ragazzi, di non sentirsi dire ‘non ci pensare’. Mio figlio, i suoi coetanei, hanno paura della guerra che sentono sempre più vicina. Se il teatro offre loro una riflessione intelligente, non rassicurante ma profonda, loro sono i primi a essere interessati. Non cerco il consenso facile. Cerco quel momento in cui, nel buio della sala, si accende una luce di consapevolezza. Il teatro serve a parlare, a stare insieme dentro la domanda, senza pretendere di avere la risposta in tasca”.

Anche la sua regia sfiderà il tema arduo della guerra?

“Certo. E ne parlerò non con la cronaca urlata, ma la metafisica crudele di Lucano. Sto lavorando con Fabrizio Sinisi su questo autore che amo da sempre: Marco Anneo Lucano. Un poeta fatto uccidere a soli 26 anni da Nerone perché raccontava l’orrore vero, non la gloria dell’impero. Mentre Virgilio cantava la grandezza di Augusto, Lucano scrisse la Pharsalia, il poema sulla guerra civile tra Pompeo e Cesare, descrivendone l’orrore crudo, senza mitizzazioni. È un testo modernissimo: racconta la sofferenza della natura, i presagi oscuri, la terra che si ribella al massacro degli uomini. È la prima volta nella storia della letteratura che la guerra viene mostrata per quello che è, un macello fratricida che corrompe l’ordine del mondo e perfino la natura. Lucano è un poeta riconosciuto, che Dante mette tra i 5 più grandi mai nati, da lui ha attinto anche Shakespeare. Noi lo stiamo riscrivendo perché ovviamente in quella forma poetica lì era un po’ difficile da portare in scena”.

Lei si reputa pacifista?

“Le dirò questo: l’anno scorso ho fatto un’opera che mi ha molto colpito, Owen Wingrave di Britten che era un pacifista convinto e lui fa dire al giovane protagonista dell’opera – che si rifiuta di fare la guerra e da lì succedono un sacco di cose – gli fa dire una citazione che poi ho trovato essere autentica di Wellington, il grande generale inglese che vinse contro Napoleone a Waterloo: ‘Niente, tranne una battaglia perduta, può essere anche solo la metà malinconica come una battaglia vinta’, vale a dire per un soldato le battaglie perse significano che ha fatto male il proprio dovere, ma le battaglie vinte sono peggio perché ha ucciso”.

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Alberto Crisafulli