Rischio genetico, prevenzione e cure: cosa succede dopo un test positivo
Oggi si parla sempre più spesso di rischio genetico nelle donne. Alcune caratteristiche del nostro DNA, infatti, possono aumentare la probabilità di sviluppare determinate malattie nel corso della vita, come alcuni tumori, compreso quello al seno nonché quello all’ovaio. «I geni più noti e da più tempo utilizzati nella pratica clinica sono BRCA1 e BRCA2, ma non sono gli unici», dice Massimo Di Maio, professore ordinario di Oncologia Medica presso il Dipartimento di Oncologia dell’Università di Torino, direttore della SC Oncologia Medica 1U dell’AOU Città della Salute e della Scienza di Torino e presidente dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM). «Esistono altri geni importanti, come CHEK2, ATM e PALB2, che contribuiscono al rischio di sviluppare la malattia. Non esiste una lista “chiusa” e definitiva: la conoscenza è in continua evoluzione, grazie alla ricerca».
Test: renderli disponibili in ogni Centro
In caso di diagnosi di tumore al seno, oggi sempre più spesso tra gli esami richiesti ci sono anche i test per verificare la presenza delle mutazioni genetiche. Ci sono linee guida internazionali e anche nazionali: AIOM ad esempio ha pubblicato recentemente le Linee Guida relative alle sindromi di predisposizione ereditaria ai tumori. «Sulla base delle evidenze, esistono criteri precisi, legati alle caratteristiche personali e familiari, per inviare una paziente alla consulenza genetica e all’esecuzione del test genetico», interviene Di Maio. «Spesso l’applicazione ottimale non si raggiunge alla stessa velocità in tutti i centri. La pubblicazione delle linee guida, d’altra parte, mira proprio a uniformare la gestione clinica in tutta Italia. In ciascuna realtà, l’organizzazione ottimale prevede l’identificazione di un percorso ben definito sia per le pazienti da avviare a consulenza, che per l’esecuzione del test genetico.
Questo è un punto cruciale: ottimizzare l’accesso ai test genetici è fondamentale per migliorare prevenzione e cure».
Dai test genetici alle cure personalizzate
In caso di test positivo, c’è una domanda che ricorre spesso: e ora cosa succede? «Quando si testano pazienti che hanno già sviluppato un tumore, lo si fa per tre motivi principali», interviene Di Maio. «Il primo riguarda l’impatto dell’eventuale presenza di una mutazione sulla scelta terapeutica, dal momento che in alcuni casi esistono già dei farmaci innovativi mirati, vale a dire che funzionano meglio proprio quando il tumore è reso più vulnerabile dalla presenza della mutazione. La presenza di una predisposizione ereditaria può impattare anche sulle decisioni chirurgiche e più in generale sulla gestione del rischio per la paziente di sviluppare altri tumori». È il caso ad esempio delle mutazioni BRCA, che possono far orientare verso una mastectomia bilaterale, “sfruttando” l’effetto protettivo dell’asportazione del seno sano in termini di rischio di comparsa di un altro tumore. Questo, senza dimenticare che la paziente può essere più a rischio anche per altre neoplasie. Oltre al tumore al seno, per quanto riguarda i geni BRCA, aumentano il rischio di tumore ovarico nel 10-45%, di tumore al pancreas in circa l’1-7%. «Il terzo motivo riguarda l’impatto dell’informazione sul nucleo familiare della paziente», prosegue Di Maio. È possibile, se i familiari della paziente lo vogliono, valutare se è presente o meno la stessa mutazione».
Familiari: come orientarsi
Nella popolazione generale, il rischio di sviluppare un tumore al seno è circa del 10% nell’arco della vita. Nel caso di mutazioni BRCA1 e BRCA2 e di PALB2 il rischio può salire fino al 60-80% nel corso della vita. Per quanto riguarda altri geni, come CHEK2 o ATM, il rischio è più contenuto ma oscilla comunque tra il 20 e il 40%. Ma attenzione. Sapere di avere una predisposizione genetica non significa ammalarsi con certezza, ma avere la possibilità di giocare d’anticipo. Il rischio reale è infatti sempre il risultato di più fattori. Di questi, alcuni sono modificabili come lo stile di vita. «Se i familiari risultano portatori della mutazione, ci sono diverse strategie possibili», dice Di Maio. «Anche qui, come nel caso della paziente, non si tratta di scelte lasciate al caso. Ci vuole un team multidisciplinare che comprenda anche lo psiconcologo, perché non sono comunicazioni semplici da accettare». Va detto anche che può accadere nello stesso nucleo familiare di proporre strategie diverse. «In linea generale, per le mutazioni BRCA le tre opzioni possibili sono la sorveglianza intensiva, con visite, mammografia e risonanza magnetica, la chirurgia profilattica e la chemioprevenzione», prosegue Di Maio. «Ripeto, opzioni da valutare e da discutere caso per caso. Per la mutazione PALB2, se il rischio è elevato si possono valutare strategie simili a quelle indicate per le mutazioni BRCA. E per mutazioni associate a rischi inferiori, si può propendere in linea di massima per la sorveglianza attiva».